Pasolini – La diversità consapevole

 

Sono morto da poco. Il mio corpo

penzola a una corda, stranamente vestito.

 

Sono dunque appena risuonate qui le mie ultime parole,

ossia: “C’è stato finalmente uno che ha fatto buon uso della morte”

Sì, è questo che ho detto, prima di ciondolare impiccato,

acconciato in un modo veramente abominevole.

 

Gettare uno sguardo indietro – come in un flash-back –

sugli ultimi fatti, significativi, insieme, e tipici,

della mia vita?

 

È l’unica cosa ora che mi interessa fare:

ma come uno scrittore di memoriali e di aforismi,

a causa probabilmente della troppa saggezza dovuta alla morte

[…]

(Pier Paolo Pasolini, da Orgia, 1988)

 

 

copertina_pasolini-tagliata

 

Enzo Campi

 

 

Testamento

 

 

 

Allentare la presa? È questo quello che mi dicono. Rientrare nei ranghi? Per essere accettato e non più rifiutato? La regolarizzazione non rende, non serve. Alimenta la gettata della pietra e la parabola dello sputo.

Dal naufragio all’approdo. Terra di nessuno o di troppi. Terra di tropi naufragati. Non l’oblio sovrastrutturato, né la semplice dimenticanza, ma la reiterazione dell’approdo, sì.

In mancanza d’àncora: il corpo.

Fissato dai chiodi che lo trasformano in ponte  tra la riva e la deriva.

Da capo a coda: dipartita del referente e approssimazione del riferimento.

E il martello dov’è? Nessun martello si esibisce come tale. E quale che sia il responso è cosa da vanificare.

Fenomeni di instradamento e rifiuto dei processi di autoriflessività. Ah!

Spinta.

Di classe.

Senza classe.

Per un.

Un.

E ancòra.

L’àncora rifiuta il fondale. Recita il peana della fuga. Una messa in suffragio del viso celato, troppo manifestato, quasi bucato, ridotto ad icona, sottomesso al legno, al ferro, alla pietra, impastato con limo edulcorato o recuperato di straforo dalla botte dell’artigiano di comodo.

Ecco!

Un colpo al cerchio, l’altro al corpo che circola cavalcando le occasioni mancate. Passo dopo passo. Passo su passo. Terra, selciato, palcoscenico: il viaggio. Sempre riproposto. Sempre incompiuto.

Come quantificare la struttura del viaggio?

Come definire la struttura dell’idea del viaggio? L’oltraggio è nella ritenzione. La risonanza è cosa vacua per facili palati. Non si gusta il giusto, semmai si masticano con indifferenza i grumi camuffati in polpette avvelenate.

Il teorema è irrisolto. Le congetture mimano la verità. La macchina continua a produrre scarti, la macchinazione non produce senso e l’approdo naufraga in sé.

Mi chiesero di rinunciare alla rissa, ah!

Una pozza di latte per mettere a mollo le ancelle e una vasca di gesso in cui immobilizzare la regina. Cose così. Ordinaria commistione su precisa commissione. Non ci sono ferite degne di nota. Non quelle che un corpo come il mio pretenderebbe. Solo tagli e lacerazioni. Curabili. Anche senza impegnarsi più di tanto. Non si corrono rischi nel senza fine della fine.

Mi dichiaro colpevole. E proseguo. Terminando o sospendendo. Sempre strozzando. La scrittura non cede. Casomai cade. Precipita e rimbalza. Di foglio in foglio, da corpo a corpo, colpo dopo colpo. Non c’è bisogno di urlare, basta un semplice soffio e tutto si conduce.

Il progetto dice di sé.

Si dice da solo.

Da solo a solo?

Solo a.

Solo da.

Ma comunque sussulta.

Se dicessi “questo è quanto” sarei nel giusto? E se invece fingessi? Lucidamente, consapevolmente. No, non è uno spergiuro, né apologia del falso. Si tratta di vita, crudelmente e implacabilmente applicata. Perpetuata. Ogni attore ha il suo repertorio, attinge dal proprio ricettacolo, dissemina segnali, riceve segnali. Subisce segnali. Ancora un rumore, prego. Magari per sovrastare la grassa risata. Anche il ritorno nei luoghi dell’infanzia produce il suo scarto. I luoghi sono in perenne mutazione, assecondano il tempo e si fanno fuorviare da esso. Ma praticarsi nella sola andata è come abortire. Sono un agnello sacrificale. La graticola ha raggiunto il punto del massimo calore. Posso dunque attraversarla.

Sfinge. Che vieni.

Sono parole sacre. Ostacoli destabilizzanti.

La macchina reclama la messa in moto.

Patologia immanente.

Si può citare un luogo. Si deve recitare il luogo dicendo semplicemente . O altrove. Senza nessun dove da conquistare. Una corda e un sacco. L’abito perfetto, come nei teatri dell’est: la realtà del rango più basso. I corpi esasperano il paradosso che vuole l’uomo diverso dall’animale. Tutti in ginocchio, prego. Tutti striscianti e supplicanti. Sottomessi al gioco e al giogo. Causa/Effetto. Di scatti e di scarti. Dei salti sul posto e dei passi a retrocedere. Medea è un totem. Non accade. Cade. Nel crudele crogiuolo di un mito da perpetuare. Medea è un teorema. Insieme sadico e masochista, un teorema sensibile di carne e di baratri. Ancòra una volta: si cade. Non ci si accade in un mito. Si può solo fingere il sorriso forzato o l’urlo abortito. Strappo. Le cicatrici sono visibili. Il derma agogna il taglio, l’applauso è d’obbligo. Senza che si oda il rumore dei palmi.

Senza.

Non più.

Più.

O meno.

Senza un centro. Senza un baricentro che dia senso all’equilibrio. Si espande la chora. Tracima humus isterico. Ho perso la memoria del rivolo di sangue. Bisogna ricrearlo. Sodoma agevola il percorso per l’a venire. Ma non basta. Il porcile è sempre rigoglioso. Si sa: i maiali mangiano di tutto. Si parte sempre dagli escrementi, si conclude sempre con gli escrementi. Malgrado gli incrementi di parole suppliche orazioni affabulazioni. Si rischia il tracollo se si pensa ad altro e all’altro. La crudeltà persiste, basta lanciare il dado, crollare sullo zero e vanificare la chance. Ogni innesto è un incesto: strutturale e strutturalista. Dinamico. Condiziona il flusso riedificando le maree. Le dimore sono inabitabili perché trattate a fuoco vivo. Il ricordo degli attraversamenti produce icone: si rendono disponibili a risalire la china, sono disposte a procedere a ritroso.

Come che sia.

Sia che.

Sia come che.

Nessuna giustezza nelle penetrazioni: le lamine sono friabili. Perduta attenzione, avulsa partecipazione. Passato, presente, mi sono presente solo assentandomi. Mi accompagno solo lasciandomi la mano. Verso dove, verso come, verso a verso. Nel piede abiurato, nella rima abolita, nel ritmo che ridonda solo scemandosi. Procedo e me ne vanto. Crollando, continuamente. Notare e non dimenticare: ci si avvicina solo allontanandosi. E mi sembra quasi superfluo ribadirlo. I sentieri si aprono al passaggio del seme dell’indifferenza. Coatto e coartato, il corpo imprime il suo peso. Caduta. Dalla cima più alta. Tonfo sordo.

Poco più del.

Meno.

E ancòra di più.

Come se fosse giusto così.

Così.

Parole. Parole scritte. Si espandono, linea a linea. Forse con amore, talvolta con odio. Per transitare. Senza la possibilità di una fine, senza la possibilità di finirsi.

Sfinimento?

Che sia questa la parola-chiave?

E se fosse una parola-baule?

Ancora un cranio per gratificare il muro, ancora un colpo per emaciare il corpo. In assenza di sangue ho finalmente ritrovato la memoria del rivolo. Lasciate che vengano a me carichi di saliva oltraggiosa. Li condurrò per mano sulla strada da Tebe a Colono e racconterò loro la storia più vecchia del mondo. I figli ammazzano sempre i genitori. In un modo o nell’altro, nel rifiuto o nel simbolo. Nell’ostentazione di una croce da portare con rassegnazione o da esibire come trofeo distintivo. Il seme è sempre infecondo. Soprattutto se mette al mondo un’altra vita, o un’altra morte, o un’altra indifferenza. Il pasto è stato fin troppo consumato, oltremodo digerito o vomitato. Nulla resta, se non la consumazione in cui ci si illude di sopravvivere. Resta il nulla della neutralizzazione. La tesi è indimostrabile, quindi: veritiera. Non un punto a chiudere, non un a capo per glorificare la caduta e illudersi di rimandare il supplizio. Il possibile non riesce a divenire plausibile. Vidi chiaramente la traiettoria della pietra, non mi curai dell’impatto e del contraccolpo. Pronunciai ugualmente il mio discorso, ma qui oramai nessuno si concede il lusso di ascoltare.

Ecco.

Ecc.

E.

Ai posteri la sentenza già nota e risaputa. Travestirsi è un fallimento, per alcuni addirittura un’ingiuria. Rivestirsi con i panni del conforme aiuta a ristabilire la quiete? Non si danno risposte.

Non più.

Più.

O meno.

Minimo e minimizzato. O solo mitizzato: il corpo. È anche una questione di pelle.  La pelle altra, la pellicola di cui ci rivestiamo per fallire nuovamente. Io so. Io so che non c’è scampo. Bisogna continuare a strisciare.

Sfinge. Che vai.

Sono tante parole. Massime e massimizzate.

La macchina denuncia l’impurità del carburante.

Patologia trascendente.

Il taciuto e il rimosso. Silenziati e deprivati. Istanze, distanze, surplus di metafore: è questo il gioco da giocare. È questo il gioco in cui ci si manca mancando l’immediato. Non c’è immanenza se non nelle mediazioni tra remissione e furore, negli intervalli dove il corpo celebra la sua ambigua inconsistenza. Credevano fossero milioni di trucioli gettati allo sbaraglio. Ma non hanno tenuto conto dei coacervi che alimentavano i grumi. Campionare i nodi è pratica deleteria. Si rischia il linciaggio. Ma qualcuno deve farsi carico del peso e rilanciare la pietra. Ci vorrebbe un lancio carico d’effetto. Per formare una parabola: la linea curva in cui s’inarca il senso. Il senso che puzza d’osceno. L’osceno messo in scena. Messo sotto sequestro.

Sequestro della scena dell’osceno?

Con una messa solenne?

Ah!

E il fuori scena che rientra?

Futilità di parvenze perbeniste. È sempre l’altro a guidarci, basta dargli un pasto da divorare. E poco importa che sia carne morta o carne viva.

Bisogna scopare con l’ospite. Il buon senso lo pretende. Non c’è paradosso nel frequentarsi a più livelli. Solo continuità e disfacimento. L’alloro è rinsecchito. Ha perso l’odore e il lucore. Non c’è corona che tenga insieme giunti e cardini. Solo una mazza chiodata a percuotere i nudi piedi. La postura del disadattato, la realtà delle borgate, la maschera popolare: funzioni e disfunzioni. C’è mimesi nello sguardo supplicante?

C’è scarto nella mimesi?

Tutto noto e risaputo. Tutto sufficientemente consumato. Il trauma rivendica l’approdo al corpo. Il corpo è sempre votato alla dissolutezza  e al sacrificio. Anche nei gesti d’ordinaria quotidianità: “ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia”. Non risuona lo sconforto. Non più. S’odono solo i rintocchi a morto della campana che apre la porta all’incedere del tempo che non riusciremo a vivere. Per ogni luogo il suo tempo impossibile. Per ogni corpo un tempo personalizzato? Utopie? Forse, ma non basterebbe comunque. Ribaltare è come pervertire: la sopravvivenza è nella sovrascrittura. Non si può fingere che tutto vada bene. Per procedere è buona norma retrocedere, sempre e comunque. Abiurare un ciclo è cosa di poco conto. L’eco ridimensiona il gesto. Non c’è dispersione dopo aver fissato l’affresco con chiodi di carne. La macellazione è pratica umana. Le macchine sono malfunzionanti, gli ingranaggi rifiutano l’olio,  gli untori sono rimasti disoccupati. Il seme implode sempre nella guaina: non c’è involucro che non sia osannato. Per credenza popolare o per induzione coatta. Le lacrime sprofondano nello sperma. La mano non può più toccarle se non inabissandosi a sua volta.

Sarà questo il vero sollievo?

E i sospiri?

Nota bene: amplificare il sospiro e eliminare il sollievo. Come lascivia vuole e pretende. Sia questo allora. Ancòra. Certo, lo sperma si dà. Erutta. Atto del nulla che si crede tutto. Tutto questo. E altro ancora.

Perché sbagliare? Figliare? Terra trema. Tema, grafema e segno. Il graffio come pegno. Terra madre: concubina. Terra madre: chora. Ancòra una volta: l’àncora non attecchisce al limo. Anche ora.

E allora?

Sfinge. Che resti.

Sono parole che assolvono. A posteriori.

La macchina è definitivamente inceppata.

Patologia patologica.

Accatta. Raccatta. Quantifica il ricevuto e il rubato. Dissemina lo scarto, l’incuria del gesto che accompagna la supplica dolente, la dismissione indolente, la luce negata o solo smarrita, per lucida scelta o solo per caso. La differenza è sempre nella ripetizione. Nella clinica del desiderio. Il lampo a ciel sereno è semplice utopia. Non si dà luce, né lumi, né barlumi. E l’aureola è pura inarrivabilità. Risibile, la storia di tutti. Inaudita, la storia di nessuno. Non c’è storia senza esercizio del potere. Non c’è potere senza disprezzo e diffamazione. Il burattinaio ha tagliato i fili. Le marionette alimentano la discarica. Siamo scarti in putrefazione confusi  nell’indifferenziato. Non possiamo più riciclarci. Madre città. Padre paese. Figlio senza nome, senza fissa dimora o accasato altrove, nella scatola dell’incomprensione. La norma e l’infrazione. Un cappello rovesciato. Ancòra, ma prima. Prima che l’atto si tramuti in misfatto, prima che la carta rigetti l’inchiostro. È sempre una questione di lingua. Prendere la parola: è questa la sintesi! Prendere la parola per dire la parola? Tesi e antitesi. Mi prendo in parola e sono nel giusto. Ma a chi importa? Prendere la parola è cosa desueta e destabilizzante. Prendere la parola per dire la parola che spieghi il maltolto equivale a un suicidio. Ancòra una volta, prima e dopo: il teorema è irrisolto! Cosa ci resta se non credere nel senso e nel sesso?

Oplà.

Op.

Là.

Una musica. Il silenzio che ne consegue. Invasione. Tenue e leggera. Uno sfioramento, ma incalzante. Il grave e il gravitazionale: la religione e il coro che riempie l’antro deputato al rito. Nella consumazione un osanna. Osa Anna il canto, ma l’antro è a cielo aperto. Puzza di fogna, come a dire: qui si vive di riflessi e di riflussi.  Cade la luce. Mamma Anna investita dalla luce. Che sia il sole o un lampione è cosa di poco conto. Anna e la città, ancòra una volta: il grave e il gravitazionale. Una crosta dura come il marmo, un marmo friabile come mollica. Anna: pane della città. Anna Santa della città santa. Sant’Anna che dispensa pane e umori. Senza e con soluzioni di continuità. E di contiguità. L’effrazione vissuta nello scarto dello sguardo, nel silenzio e nello stallo. Frontalità, affresco, icona: trasfigurazione. L’artificio del fuoco: il beneficio del dubbio. Ritorneremo all’editto e all’Edipo, al proclama e all’esibizione di una mancanza. Riedificheremo ziggurat e piramidi, giocheremo con mummie e monili arrugginiti nei deserti del consumismo. “Quanto sei cattivo, io te credevo così bbono”, certo: la frase è lapidaria. Ma non è una questione di cattiveria. Forse di cattività. Assurdina e Ciancicato: un abisso da praticare. Il reato è nel sogno di un’impossibile perfezione. E la prevaricazione?

Perché?

Per.

Che.

O come che sia

Se proprio deve essere così.

E non altrimenti.

Tradimento e tradizione. Il primo dissolve la traccia della seconda e l’occhio accenna lo stallo. Pura aporia. Ma bisogna comunque tendere la mano. L’ipotesi è sempre una zona franca. Tutto è lecito, tutto resta pulito. La tesi invece si crogiola nel fango. È nella sua natura sporcarsi. Basta sfogliare le foto per riconoscere gli errori. Basta credere nel fato per sentirsi sollevati.

Ecco.

Da qualche parte ci si rigenera.

Riconfigurazione.

Coda a capo volta.

Si rivolta.

Si disguaina il senso.

Nudo.

Crudo.

Chiunque è bene accetto.

Basta entrare.

Dentro.

Qualsiasi cosa vale.

Basta enunciarla.

Fuori.

Tra il santo e il sacro: l’intervallo! Non c’è rito, né pregiudizio che possa renderli insieme. Tutti lo sanno ma nessuno prende la parola per dirlo.

Primultimo dogma: tacere! Prendere la parola è cosa sempre più ardua. Ci si annulla nel farlo. Ci si imbastardisce nel dirlo. Teorema, Porcile, Salò: è questa la vera trilogia della vita? della morte? del potere? della borghesia? della rivoluzione?

Non c’è soggettiva che valga l’idea della morte intesa come vita al lavoro. Tutto riluce. Ma solo al nero. Tutta la vita è un’opera al nero. Il passo al di là richiede coraggio. Ma il salto resta sempre fuori dal gioco. È un po’ come la misura della santità scandita dal grandangolo in un primissimo piano: un cortocircuito quasi paradossale, ma imperante e imperativo.

A bientôt!

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***

Il testo è contenuto in Aa.Vv. Pasolini La diversità consapevole, a cura di Enzo Campi, con contributi critici e creativi di Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Vladimir D’Amora, Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

Marco Saya Edizioni, 2015 – ISBN 978-88-98243-24-2

Il volume può essere acquistato direttamente sul sito della casa editrice e sui principali portali on line.

https://www.ibs.it/pasolini-diversita-consapevole-libro-enzo-campi/e/9788898243242#

http://www.libreriauniversitaria.it/ricerca/query/Pasolini%20la%20diversit%C3%A0%20consapevole/reparto/tutti

http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html?prkw=Pasolini+la+diversit%C3%A0+consapevole&cat1=1&prm=&type=1

 

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