Vladimir D’Amora

Pasolini – La diversità consapevole

 

Sono morto da poco. Il mio corpo

penzola a una corda, stranamente vestito.

 

Sono dunque appena risuonate qui le mie ultime parole,

ossia: “C’è stato finalmente uno che ha fatto buon uso della morte”

Sì, è questo che ho detto, prima di ciondolare impiccato,

acconciato in un modo veramente abominevole.

 

Gettare uno sguardo indietro – come in un flash-back –

sugli ultimi fatti, significativi, insieme, e tipici,

della mia vita?

 

È l’unica cosa ora che mi interessa fare:

ma come uno scrittore di memoriali e di aforismi,

a causa probabilmente della troppa saggezza dovuta alla morte

[…]

(Pier Paolo Pasolini, da Orgia, 1988)

 

 

copertina_pasolini-tagliata

 

Enzo Campi

 

 

Testamento

 

 

 

Allentare la presa? È questo quello che mi dicono. Rientrare nei ranghi? Per essere accettato e non più rifiutato? La regolarizzazione non rende, non serve. Alimenta la gettata della pietra e la parabola dello sputo.

Dal naufragio all’approdo. Terra di nessuno o di troppi. Terra di tropi naufragati. Non l’oblio sovrastrutturato, né la semplice dimenticanza, ma la reiterazione dell’approdo, sì.

In mancanza d’àncora: il corpo.

Fissato dai chiodi che lo trasformano in ponte  tra la riva e la deriva.

Da capo a coda: dipartita del referente e approssimazione del riferimento.

E il martello dov’è? Nessun martello si esibisce come tale. E quale che sia il responso è cosa da vanificare.

Fenomeni di instradamento e rifiuto dei processi di autoriflessività. Ah!

Spinta.

Di classe.

Senza classe.

Per un.

Un.

E ancòra.

L’àncora rifiuta il fondale. Recita il peana della fuga. Una messa in suffragio del viso celato, troppo manifestato, quasi bucato, ridotto ad icona, sottomesso al legno, al ferro, alla pietra, impastato con limo edulcorato o recuperato di straforo dalla botte dell’artigiano di comodo.

Ecco!

Un colpo al cerchio, l’altro al corpo che circola cavalcando le occasioni mancate. Passo dopo passo. Passo su passo. Terra, selciato, palcoscenico: il viaggio. Sempre riproposto. Sempre incompiuto.

Come quantificare la struttura del viaggio?

Come definire la struttura dell’idea del viaggio? L’oltraggio è nella ritenzione. La risonanza è cosa vacua per facili palati. Non si gusta il giusto, semmai si masticano con indifferenza i grumi camuffati in polpette avvelenate.

Il teorema è irrisolto. Le congetture mimano la verità. La macchina continua a produrre scarti, la macchinazione non produce senso e l’approdo naufraga in sé.

Mi chiesero di rinunciare alla rissa, ah!

Una pozza di latte per mettere a mollo le ancelle e una vasca di gesso in cui immobilizzare la regina. Cose così. Ordinaria commistione su precisa commissione. Non ci sono ferite degne di nota. Non quelle che un corpo come il mio pretenderebbe. Solo tagli e lacerazioni. Curabili. Anche senza impegnarsi più di tanto. Non si corrono rischi nel senza fine della fine.

Mi dichiaro colpevole. E proseguo. Terminando o sospendendo. Sempre strozzando. La scrittura non cede. Casomai cade. Precipita e rimbalza. Di foglio in foglio, da corpo a corpo, colpo dopo colpo. Non c’è bisogno di urlare, basta un semplice soffio e tutto si conduce.

Il progetto dice di sé.

Si dice da solo.

Da solo a solo?

Solo a.

Solo da.

Ma comunque sussulta.

Se dicessi “questo è quanto” sarei nel giusto? E se invece fingessi? Lucidamente, consapevolmente. No, non è uno spergiuro, né apologia del falso. Si tratta di vita, crudelmente e implacabilmente applicata. Perpetuata. Ogni attore ha il suo repertorio, attinge dal proprio ricettacolo, dissemina segnali, riceve segnali. Subisce segnali. Ancora un rumore, prego. Magari per sovrastare la grassa risata. Anche il ritorno nei luoghi dell’infanzia produce il suo scarto. I luoghi sono in perenne mutazione, assecondano il tempo e si fanno fuorviare da esso. Ma praticarsi nella sola andata è come abortire. Sono un agnello sacrificale. La graticola ha raggiunto il punto del massimo calore. Posso dunque attraversarla.

Sfinge. Che vieni.

Sono parole sacre. Ostacoli destabilizzanti.

La macchina reclama la messa in moto.

Patologia immanente.

Si può citare un luogo. Si deve recitare il luogo dicendo semplicemente . O altrove. Senza nessun dove da conquistare. Una corda e un sacco. L’abito perfetto, come nei teatri dell’est: la realtà del rango più basso. I corpi esasperano il paradosso che vuole l’uomo diverso dall’animale. Tutti in ginocchio, prego. Tutti striscianti e supplicanti. Sottomessi al gioco e al giogo. Causa/Effetto. Di scatti e di scarti. Dei salti sul posto e dei passi a retrocedere. Medea è un totem. Non accade. Cade. Nel crudele crogiuolo di un mito da perpetuare. Medea è un teorema. Insieme sadico e masochista, un teorema sensibile di carne e di baratri. Ancòra una volta: si cade. Non ci si accade in un mito. Si può solo fingere il sorriso forzato o l’urlo abortito. Strappo. Le cicatrici sono visibili. Il derma agogna il taglio, l’applauso è d’obbligo. Senza che si oda il rumore dei palmi.

Senza.

Non più.

Più.

O meno.

Senza un centro. Senza un baricentro che dia senso all’equilibrio. Si espande la chora. Tracima humus isterico. Ho perso la memoria del rivolo di sangue. Bisogna ricrearlo. Sodoma agevola il percorso per l’a venire. Ma non basta. Il porcile è sempre rigoglioso. Si sa: i maiali mangiano di tutto. Si parte sempre dagli escrementi, si conclude sempre con gli escrementi. Malgrado gli incrementi di parole suppliche orazioni affabulazioni. Si rischia il tracollo se si pensa ad altro e all’altro. La crudeltà persiste, basta lanciare il dado, crollare sullo zero e vanificare la chance. Ogni innesto è un incesto: strutturale e strutturalista. Dinamico. Condiziona il flusso riedificando le maree. Le dimore sono inabitabili perché trattate a fuoco vivo. Il ricordo degli attraversamenti produce icone: si rendono disponibili a risalire la china, sono disposte a procedere a ritroso.

Come che sia.

Sia che.

Sia come che.

Nessuna giustezza nelle penetrazioni: le lamine sono friabili. Perduta attenzione, avulsa partecipazione. Passato, presente, mi sono presente solo assentandomi. Mi accompagno solo lasciandomi la mano. Verso dove, verso come, verso a verso. Nel piede abiurato, nella rima abolita, nel ritmo che ridonda solo scemandosi. Procedo e me ne vanto. Crollando, continuamente. Notare e non dimenticare: ci si avvicina solo allontanandosi. E mi sembra quasi superfluo ribadirlo. I sentieri si aprono al passaggio del seme dell’indifferenza. Coatto e coartato, il corpo imprime il suo peso. Caduta. Dalla cima più alta. Tonfo sordo.

Poco più del.

Meno.

E ancòra di più.

Come se fosse giusto così.

Così.

Parole. Parole scritte. Si espandono, linea a linea. Forse con amore, talvolta con odio. Per transitare. Senza la possibilità di una fine, senza la possibilità di finirsi.

Sfinimento?

Che sia questa la parola-chiave?

E se fosse una parola-baule?

Ancora un cranio per gratificare il muro, ancora un colpo per emaciare il corpo. In assenza di sangue ho finalmente ritrovato la memoria del rivolo. Lasciate che vengano a me carichi di saliva oltraggiosa. Li condurrò per mano sulla strada da Tebe a Colono e racconterò loro la storia più vecchia del mondo. I figli ammazzano sempre i genitori. In un modo o nell’altro, nel rifiuto o nel simbolo. Nell’ostentazione di una croce da portare con rassegnazione o da esibire come trofeo distintivo. Il seme è sempre infecondo. Soprattutto se mette al mondo un’altra vita, o un’altra morte, o un’altra indifferenza. Il pasto è stato fin troppo consumato, oltremodo digerito o vomitato. Nulla resta, se non la consumazione in cui ci si illude di sopravvivere. Resta il nulla della neutralizzazione. La tesi è indimostrabile, quindi: veritiera. Non un punto a chiudere, non un a capo per glorificare la caduta e illudersi di rimandare il supplizio. Il possibile non riesce a divenire plausibile. Vidi chiaramente la traiettoria della pietra, non mi curai dell’impatto e del contraccolpo. Pronunciai ugualmente il mio discorso, ma qui oramai nessuno si concede il lusso di ascoltare.

Ecco.

Ecc.

E.

Ai posteri la sentenza già nota e risaputa. Travestirsi è un fallimento, per alcuni addirittura un’ingiuria. Rivestirsi con i panni del conforme aiuta a ristabilire la quiete? Non si danno risposte.

Non più.

Più.

O meno.

Minimo e minimizzato. O solo mitizzato: il corpo. È anche una questione di pelle.  La pelle altra, la pellicola di cui ci rivestiamo per fallire nuovamente. Io so. Io so che non c’è scampo. Bisogna continuare a strisciare.

Sfinge. Che vai.

Sono tante parole. Massime e massimizzate.

La macchina denuncia l’impurità del carburante.

Patologia trascendente.

Il taciuto e il rimosso. Silenziati e deprivati. Istanze, distanze, surplus di metafore: è questo il gioco da giocare. È questo il gioco in cui ci si manca mancando l’immediato. Non c’è immanenza se non nelle mediazioni tra remissione e furore, negli intervalli dove il corpo celebra la sua ambigua inconsistenza. Credevano fossero milioni di trucioli gettati allo sbaraglio. Ma non hanno tenuto conto dei coacervi che alimentavano i grumi. Campionare i nodi è pratica deleteria. Si rischia il linciaggio. Ma qualcuno deve farsi carico del peso e rilanciare la pietra. Ci vorrebbe un lancio carico d’effetto. Per formare una parabola: la linea curva in cui s’inarca il senso. Il senso che puzza d’osceno. L’osceno messo in scena. Messo sotto sequestro.

Sequestro della scena dell’osceno?

Con una messa solenne?

Ah!

E il fuori scena che rientra?

Futilità di parvenze perbeniste. È sempre l’altro a guidarci, basta dargli un pasto da divorare. E poco importa che sia carne morta o carne viva.

Bisogna scopare con l’ospite. Il buon senso lo pretende. Non c’è paradosso nel frequentarsi a più livelli. Solo continuità e disfacimento. L’alloro è rinsecchito. Ha perso l’odore e il lucore. Non c’è corona che tenga insieme giunti e cardini. Solo una mazza chiodata a percuotere i nudi piedi. La postura del disadattato, la realtà delle borgate, la maschera popolare: funzioni e disfunzioni. C’è mimesi nello sguardo supplicante?

C’è scarto nella mimesi?

Tutto noto e risaputo. Tutto sufficientemente consumato. Il trauma rivendica l’approdo al corpo. Il corpo è sempre votato alla dissolutezza  e al sacrificio. Anche nei gesti d’ordinaria quotidianità: “ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia”. Non risuona lo sconforto. Non più. S’odono solo i rintocchi a morto della campana che apre la porta all’incedere del tempo che non riusciremo a vivere. Per ogni luogo il suo tempo impossibile. Per ogni corpo un tempo personalizzato? Utopie? Forse, ma non basterebbe comunque. Ribaltare è come pervertire: la sopravvivenza è nella sovrascrittura. Non si può fingere che tutto vada bene. Per procedere è buona norma retrocedere, sempre e comunque. Abiurare un ciclo è cosa di poco conto. L’eco ridimensiona il gesto. Non c’è dispersione dopo aver fissato l’affresco con chiodi di carne. La macellazione è pratica umana. Le macchine sono malfunzionanti, gli ingranaggi rifiutano l’olio,  gli untori sono rimasti disoccupati. Il seme implode sempre nella guaina: non c’è involucro che non sia osannato. Per credenza popolare o per induzione coatta. Le lacrime sprofondano nello sperma. La mano non può più toccarle se non inabissandosi a sua volta.

Sarà questo il vero sollievo?

E i sospiri?

Nota bene: amplificare il sospiro e eliminare il sollievo. Come lascivia vuole e pretende. Sia questo allora. Ancòra. Certo, lo sperma si dà. Erutta. Atto del nulla che si crede tutto. Tutto questo. E altro ancora.

Perché sbagliare? Figliare? Terra trema. Tema, grafema e segno. Il graffio come pegno. Terra madre: concubina. Terra madre: chora. Ancòra una volta: l’àncora non attecchisce al limo. Anche ora.

E allora?

Sfinge. Che resti.

Sono parole che assolvono. A posteriori.

La macchina è definitivamente inceppata.

Patologia patologica.

Accatta. Raccatta. Quantifica il ricevuto e il rubato. Dissemina lo scarto, l’incuria del gesto che accompagna la supplica dolente, la dismissione indolente, la luce negata o solo smarrita, per lucida scelta o solo per caso. La differenza è sempre nella ripetizione. Nella clinica del desiderio. Il lampo a ciel sereno è semplice utopia. Non si dà luce, né lumi, né barlumi. E l’aureola è pura inarrivabilità. Risibile, la storia di tutti. Inaudita, la storia di nessuno. Non c’è storia senza esercizio del potere. Non c’è potere senza disprezzo e diffamazione. Il burattinaio ha tagliato i fili. Le marionette alimentano la discarica. Siamo scarti in putrefazione confusi  nell’indifferenziato. Non possiamo più riciclarci. Madre città. Padre paese. Figlio senza nome, senza fissa dimora o accasato altrove, nella scatola dell’incomprensione. La norma e l’infrazione. Un cappello rovesciato. Ancòra, ma prima. Prima che l’atto si tramuti in misfatto, prima che la carta rigetti l’inchiostro. È sempre una questione di lingua. Prendere la parola: è questa la sintesi! Prendere la parola per dire la parola? Tesi e antitesi. Mi prendo in parola e sono nel giusto. Ma a chi importa? Prendere la parola è cosa desueta e destabilizzante. Prendere la parola per dire la parola che spieghi il maltolto equivale a un suicidio. Ancòra una volta, prima e dopo: il teorema è irrisolto! Cosa ci resta se non credere nel senso e nel sesso?

Oplà.

Op.

Là.

Una musica. Il silenzio che ne consegue. Invasione. Tenue e leggera. Uno sfioramento, ma incalzante. Il grave e il gravitazionale: la religione e il coro che riempie l’antro deputato al rito. Nella consumazione un osanna. Osa Anna il canto, ma l’antro è a cielo aperto. Puzza di fogna, come a dire: qui si vive di riflessi e di riflussi.  Cade la luce. Mamma Anna investita dalla luce. Che sia il sole o un lampione è cosa di poco conto. Anna e la città, ancòra una volta: il grave e il gravitazionale. Una crosta dura come il marmo, un marmo friabile come mollica. Anna: pane della città. Anna Santa della città santa. Sant’Anna che dispensa pane e umori. Senza e con soluzioni di continuità. E di contiguità. L’effrazione vissuta nello scarto dello sguardo, nel silenzio e nello stallo. Frontalità, affresco, icona: trasfigurazione. L’artificio del fuoco: il beneficio del dubbio. Ritorneremo all’editto e all’Edipo, al proclama e all’esibizione di una mancanza. Riedificheremo ziggurat e piramidi, giocheremo con mummie e monili arrugginiti nei deserti del consumismo. “Quanto sei cattivo, io te credevo così bbono”, certo: la frase è lapidaria. Ma non è una questione di cattiveria. Forse di cattività. Assurdina e Ciancicato: un abisso da praticare. Il reato è nel sogno di un’impossibile perfezione. E la prevaricazione?

Perché?

Per.

Che.

O come che sia

Se proprio deve essere così.

E non altrimenti.

Tradimento e tradizione. Il primo dissolve la traccia della seconda e l’occhio accenna lo stallo. Pura aporia. Ma bisogna comunque tendere la mano. L’ipotesi è sempre una zona franca. Tutto è lecito, tutto resta pulito. La tesi invece si crogiola nel fango. È nella sua natura sporcarsi. Basta sfogliare le foto per riconoscere gli errori. Basta credere nel fato per sentirsi sollevati.

Ecco.

Da qualche parte ci si rigenera.

Riconfigurazione.

Coda a capo volta.

Si rivolta.

Si disguaina il senso.

Nudo.

Crudo.

Chiunque è bene accetto.

Basta entrare.

Dentro.

Qualsiasi cosa vale.

Basta enunciarla.

Fuori.

Tra il santo e il sacro: l’intervallo! Non c’è rito, né pregiudizio che possa renderli insieme. Tutti lo sanno ma nessuno prende la parola per dirlo.

Primultimo dogma: tacere! Prendere la parola è cosa sempre più ardua. Ci si annulla nel farlo. Ci si imbastardisce nel dirlo. Teorema, Porcile, Salò: è questa la vera trilogia della vita? della morte? del potere? della borghesia? della rivoluzione?

Non c’è soggettiva che valga l’idea della morte intesa come vita al lavoro. Tutto riluce. Ma solo al nero. Tutta la vita è un’opera al nero. Il passo al di là richiede coraggio. Ma il salto resta sempre fuori dal gioco. È un po’ come la misura della santità scandita dal grandangolo in un primissimo piano: un cortocircuito quasi paradossale, ma imperante e imperativo.

A bientôt!

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***

Il testo è contenuto in Aa.Vv. Pasolini La diversità consapevole, a cura di Enzo Campi, con contributi critici e creativi di Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Vladimir D’Amora, Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

Marco Saya Edizioni, 2015 – ISBN 978-88-98243-24-2

Il volume può essere acquistato direttamente sul sito della casa editrice e sui principali portali on line.

https://www.ibs.it/pasolini-diversita-consapevole-libro-enzo-campi/e/9788898243242#

http://www.libreriauniversitaria.it/ricerca/query/Pasolini%20la%20diversit%C3%A0%20consapevole/reparto/tutti

http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html?prkw=Pasolini+la+diversit%C3%A0+consapevole&cat1=1&prm=&type=1

 

Pasolini la diversità consapevole – Sonia Caporossi – Roberto Chiesi

L’opera è disponibile su IBS al link

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AA.VV.

Pasolini

la diversità consapevole

a cura di Enzo Campi

Contributi critici e scritti dedicati di

Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Vladimir D’Amora

Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

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Sonia Caporossi

 

Nell’edizione Einaudi 1979 di Ragazzi di vita possiamo leggere in appendice due interventi di Pasolini dal titolo Il metodo di lavoro e I parlanti, importantissimi per capire il suo sforzo creativo in ambito linguistico. Nel primo intervento viene fatto notare come si trovino forti corrispondenze nei frammenti e nelle pagine dei due romanzi. Questo significa che «il paradigma, lo spitzeriano periodo – campione» era lo stesso, quindi tra i due romanzi non esisteva «soluzione di continuità»; se non c’è «trasformazione stilistica», non c’è neanche, fa notare sempre Pasolini, «trasformazione interna, psicologica e ideologica” di fondo»

Pasolini infatti, nello stesso intervento, ricorda di aver pensato contemporaneamente tre romanzi: Ragazzi di vita, Una vita violenta e Il Rio della grana. Dei tre, Ragazzi di vita è da intendersi più degli altri due, come una ricerca filologica e tematica: il fattore sperimentazione viene in questo libro sottolineato anche dal fatto che esso presenta non–protagonisti che si muovono nell’ambito di una non–storia, la quale tuttavia sottintende numerose micro–storie in un’abile struttura a incastro. La materia documentaria è vastissima e brulicante, insieme impressionistica ed espressionistica: nella confusione filologica di lingua e dialetto nascono e si sovrappongono diversi toni, dal popolaresco al lirico, dal tragico all’idillico, affiancati da diversi livelli espressionistici e grotteschi tesi a rendere le varie sfaccettature di una realtà corale (quella di Ragazzi di vita) o individuale (quella di Una vita violenta) la quale rimane inconoscibile in quanto definitivamente sub–umana.

[…]

La regressione al sottoproletariato, in altre parole, significa sì per Pasolini un “regresso” esplorativo verso e nella lingua dei parlanti, ma anche e innanzitutto l’individuazione, attraverso una sperimentazione linguistica fondantesi sulla perfetta fusione fra sermo humilis e sermo sublimis, di una forma estrema e lancinante dello stato di crisi che, negli anni Cinquanta, appare superare le gerarchie sociali perché coglie tutti; solo una volta smaltita attraverso la ricerca letteraria la scoperta del dolore e dello stato di disumanità presente negli strati più bassi della società si può pensare di inquadrare il fenomeno in una dimensione storica, ritrovando a posteriori l’umanità proprio dove lo scrittore aveva precedentemente evidenziato la disumanità o addirittura l’animalità, qualità “naturali” del sottoproletariato che forse proprio in quanto tali ne valorizzano lo status puro perché completamente a–storico.

 

(estratto da “La sperimentazione linguistica e l’ideologia marxista nei romanzi di Pasolini”)

*

 

Roberto Chiesi 

 

In una lettera scritta all’amico reggiano Luciano Serra il 16 settembre 1941, negli anni della guerra, prima di ritornare a Bologna dopo l’estate trascorsa a Casarsa, ritroviamo i sintomi di quell’attaccamento che prevale sul desiderio di ritrovare la città dei suoi studi: “Ma anche Bologna, dove ho affondato radici e ricordi da molti anni, e ho antiche consuetudini e cose che si ripetono secondo un uso ormai divenuto caro e fonte di nostalgia, mi è una meta molto dolorosa: questi ritorni, ormai uguali da molti anni, nei giorni non ancora estinti dell’estate, nel dolcemente squallido sole di settembre, sono per me una vera pena”.

In un’altra poesia autobiografica, Coccodrillo, del 1968, le attribuirà un nome composto: “nacque nella città di Koiné-Keltiké, / riemersa dal cotto del Trecento e non scomparsa ancora nel cemento”.

“Koiné” indica la lingua che unifica una comunità mentre “Keltiké” è un termine gaddiano ma qui sembra significativo soprattutto che la definisca una città che ha conservato la sua fisionomia antica senza essere sommersa dalle costruzioni contemporanee in cemento.

Anche in questa poesia, comunque, alla città della sua nascita e della sua formazione universitaria sono dedicati solo pochi versi marginali, a conferma che Bologna non è mai stata una città protagonista dell’opera di Pasolini.

A differenza di Casarsa e del Friuli nella giovinezza, le borgate romane negli anni ‘50 e il Terzo Mondo a partire dai primi anni ‘60 (l’Africa, l’India, l’Arabia), infatti, Bologna non gli ha ispirato nessuna poesia, nessun testo di narrativa e nel suo cinema appare in modo marginale (Comizi d’amore, Edipo Re) o addirittura ‘dissimulata’ (in un altro luogo e spazio) dalla finzione (Salò o le 120 giornate di Sodoma).

Ciononostante, Bologna fu il luogo dove non soltanto Pasolini ha intrapreso la sua formazione culturale, studiando al liceo classico Galvani e all’Università, ma è anche ritornato regolarmente fino alla fine della sua esistenza. È la città dove fondò una rivista letteraria (“Officina”) con amici letterati e scrittori, dove tenne conferenze e interventi e dove si esibì in un genere per lui insolito, la perfomance “Intellettuale”, quando l’artista e amico Fabio Mauri alla Galleria d’Arte Moderna proiettò sulla sua camicia bianca il film Il Vangelo secondo Matteo.

(estratto da “Una terra separata, un’isola” Appunti sulla Bologna di Pasolini“)

*

Il volume comprende la riproduzione della prima stesura del dattiloscritto (con correzioni autografe) di Supplica a mia madre, depositato presso l’Archivio Contemporaneo A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze.

*

Il volume comprende inoltre i testi dei finalisti dei due concorsi letterari dedicati a Pasolini e banditi dal Festival Bologna in Lettere: Patrizia Santi, Maurizio Camerini, Fernando Della Posta, Silvia Rosa, Daniele Andreis, Valentina Frisone, Francesca Maria Marziano, Eleonora Fidelia Chiefari, Costanza Venturoli.

*

INDICE DEL VOLUME

5    Concorsi di causa e di colpa (N.d.C.)

9    Corsi

11  Sonia Caporossi, La sperimentazione linguistica e l’ideologia

marxista nei romanzi di Pasolini

23  Ricorsi

25  Roberto Chiesi, “Una terra separata, un’isola” Appunti sulla

      Bologna di Pasolini

33  Rimborsi

35  Vladimir D’Amora,  Pasolini Primo Piano

39  Decorsi

41  Marco Adorno Rossi, Pasolini – Passione e Periferia

45  Percorsi

47  Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre

Riproduzione del dattiloscritto originale depositato presso

l’Archivio contemporaneo A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux

di  Firenze.

51  Antonella Pierangeli, L’inconfessabile tocco del nulla

      lucente:Supplica a mia madre, una lettura

57  Soccorsi

59  Enzo Campi, Testamento

69  Concorsi

71  Patrizia Santi, Quadruplo [decennio]

73  Maurizio Camerini, Un vangelo apocrifo

75  Fernando Della Posta, Ti diranno di non splendere

79  Silvia Rosa, Frammenti di un discorso d’ordinaria attrazione

      e di sistemi a perdere

82  Daniele Andreis, Ubiloquio

83  Valentina Frisone, In sella

87  Francesca Maria Marziano, Semo gente de borgata: i grandi

      cortometraggi di Pier Paolo Pasolini

91  Eleonora Fidelia Chiefari, Un cielo di fuoco

93  Costanza Venturoli, Il sorriso dello straniero

95  Note bio-bibliografiche

 

Pasolini la diversità consapevole – Vladimir D’Amora

L’opera è disponibile su IBS al link

http://www.ibs.it/code/9788898243242/campi-enzo/pasolini-diversita-consapevole.html

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AA.VV.

Pasolini

la diversità consapevole

a cura di Enzo Campi

Contributi critici e scritti dedicati di

Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Vladimir D’Amora

Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

Copertina_Pasolini-page-001 (1)

Vladimir D’Amora

Cominciando dal basso. Cominciare dal cespuglio, dal bianco raggelato. O è grigio di pastore. Il tempo di tenersi nell’esposizione stessa, subito, senza mediazioni che fondino.

Una cintura, e s’indovina il vento, si piega ogni difesa levata contro gli elementi dell’uomo spezzato perché resti e spezzato. E se ci sono curve, il ritrovarsi all’intelligenza delle cose oltre ogni senso e nell’alba rattrappita e ardente, dentro, di segni intemporali, è il casco per la vita.

Come una protezione. Si resta altrimenti.

[…]

E l’adesione alle storie è solo al dissestato e incerto, l’intervallo, il pendere coeso destinandosi contento. La memoria, lui si presenta alla tribuna sotto gli occhi di esistenze ch’è restata la loro domanda ma ci s’intende comunque: la sicurezza nell’aria insieme respirata e nelle voci si libera pensare come sia la caccia della vita trafitta e sola, spiegata nei discorsi che escono dalla bocca che s’infiamma, resta pudore. L’occhio almeno, sebbene sia sopra, è un composto d’alterate relazioni con il mondo, composizione critica anch’esso. Sarà.

[…]

Sapere questi oblii – Pasolini tra Ricoeur e Platone: come l’oblio spezzato, l’oblio ancora impossibile e quello scialo nei segni e nei respiri delle vite intossecate – sapere questi oblii di Pasolini è consegnare la testimonianza e la pretesa sua alla contingenza – se si vuole solo scordare – lavorando il passato come fosse la reinvenzione storica. Ma il testimone è vivo, malgrado la promessa viva di suo, e le giustizie condannino alla soglia del ribrezzo solo, e agl’abiti non resti che coprire, quasi ordinassero anche. Sapere questi oblii. Nel mentre se ne afferri uno, già l’altro a risucchiare: è lo scialo più che ontologico. Non c’entra l’essere, se si scrive. Il vivo merita il morire, e non già il morto. Si testimonia solo di ciò che non può scordarsi, che deve questo inceppamento del possibile, si testimonia un’esigenza, nell’esigere un integrale giacere nella sua maniera dell’altro e di sé. Lo spazio dell’aria, i tempi della respirazione – come il vuoto delle storie che pure irraccontate dicono l’assolutamente altro e ulteriore, è il silenzio ché una vita non mia sta vivendosi.

(estratto da “Pasolini Primo Piano”)

*

 

Il volume comprende la riproduzione della prima stesura del dattiloscritto (con correzioni autografe) di Supplica a mia madre, depositato presso l’Archivio Contemporaneo A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze.

*

Il volume comprende inoltre i testi dei finalisti dei due concorsi letterari dedicati a Pasolini e banditi dal Festival Bologna in Lettere: Patrizia Santi, Maurizio Camerini, Fernando Della Posta, Silvia Rosa, Daniele Andreis, Valentina Frisone, Francesca Maria Marziano, Eleonora Fidelia Chiefari, Costanza Venturoli.

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INDICE DEL VOLUME

5    Concorsi di causa e di colpa (N.d.C.)

9    Corsi

11  Sonia Caporossi, La sperimentazione linguistica e l’ideologia

marxista nei romanzi di Pasolini

23  Ricorsi

25  Roberto Chiesi, “Una terra separata, un’isola” Appunti sulla

      Bologna di Pasolini

33  Rimborsi

35  Vladimir D’Amora,  Pasolini Primo Piano

39  Decorsi

41  Marco Adorno Rossi, Pasolini – Passione e Periferia

45  Percorsi

47  Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre

Riproduzione del dattiloscritto originale depositato presso

l’Archivio contemporaneo A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux

di  Firenze.

51  Antonella Pierangeli, L’inconfessabile tocco del nulla

      lucente:Supplica a mia madre, una lettura

57  Soccorsi

59  Enzo Campi, Testamento

69  Concorsi

71  Patrizia Santi, Quadruplo [decennio]

73  Maurizio Camerini, Un vangelo apocrifo

75  Fernando Della Posta, Ti diranno di non splendere

79  Silvia Rosa, Frammenti di un discorso d’ordinaria attrazione

      e di sistemi a perdere

82  Daniele Andreis, Ubiloquio

83  Valentina Frisone, In sella

87  Francesca Maria Marziano, Semo gente de borgata: i grandi

      cortometraggi di Pier Paolo Pasolini

91  Eleonora Fidelia Chiefari, Un cielo di fuoco

93  Costanza Venturoli, Il sorriso dello straniero

95  Note bio-bibliografiche