Il Verbaio – Dettati per (e)stasi a delinquere

Approssimarsi al Verbaio di Enzo Campi ci appare da subito in tutto il suo inesauribile rilievo. Si tratta anzitutto di una composizione rigorosa e tagliente tesa alla chiarificazione dell’origine. Una fenomenologia poetica del corpo-voce che, attraverso la contesa violenta e crudele per la supremazia, scopre il proprio abitare nella scrittura. L’origine va qui intesa come principio della cosa (corpo) e della parola (voce) che emergono – dapprima – come due vicende distinte che (si) dettano in luoghi e tempi precisi. La cosa infatti appartiene alla materia, ad una chora primitiva che richiama il corpo ma soprattutto quell’orizzonte disintegrato dell’interezza perduta e in fuga. La parola sceglie invece un’avventura differente: un percorso che appare quasi di ricerca metafisica e trascendente – in questo poema più spiccatamente che in altre opere di Campi – e che si sottopone ad un apprendistato di sacrificio e crocifissione per poi prenderne le distanze definitivamente e ritrovare il proprio vero sé. Il poeta non a caso chiama in causa molte immagini che riportano ad una genesi eretica e tuttavia priva di un’autorizzazione riconosciuta. Si deve defraudare il verbo piuttosto se non lo si vuole affidare all’abbandono e alla deiezione. Nel frattempo il verb(ai)o si fa già carne: colpo su colpo viene messo in proscenio attraverso la botola del profondo, in cui si precipita spesso nostro malgrado e che diviene occasione di indicibili qualità. Certo non si può raccontare sbrigativamente la relazione che intercorre tra la cosa e la parola, le due percorrono strade che tuttavia si incontrano nella deflagrazione dell’unità intesa qui come nodo gordiano perturbante. I tragitti intrapresi da Campi sono così da considerarsi come dispositivi – collocati nello sfondo – per sciogliere ciò che non può essere districato: quel nocciolo duro e infinitamente trattenuto dal desiderio che si declina in rito della disappropriazione (dalla prefazione di Alessandra Pigliaru)

cv v

La poesia di Enzo Campi chiede tanto al lettore, principalmente in termini di cooperazione nella costruzione di un senso diffuso, già preesistente nel testo, ma estrapolabile nelle sue diramazioni dalla lettura materiale, anche quella dell’autore/lettore. Ma il tanto che questi versi chiedono viene ripagato nell’ accoglimento di una scrittura significativamente straripante, magmatica, ma mai abbandonata a sé o al caos. In quest’opera l’urgenza che preme nello srotolamento del flusso verbale è segnata, fin dall’inizio, da un angolatura del percorso che dalla mente arriva al corpo, con un viaggio di grafia e voce in cui la coscienza della parola si arricchisce fino ad assorbire la sua incoscienza, estrapolando e interiorizzando ogni sua relazione con l’esterno, con l’altro. Ed è così che, da una disgregazione/ricomposizione, nasce nell’autore la domanda: “fagocito ergo sum?”, con un evidente traslazione dall’astratto al concreto, dal fuori al dentro, dall’estensità all’intensità, dall’esprimere a un più pertinente imprimere una nebulosa di sensi che andranno sia a implodere e a oscurarsi nel“nulla/di cui siamo costituiti”, sia a esplodere e a irradiarsi dal “neonato silenzio” che è origine di ogni voce che abbia ragione, ricerca e significatività di poesia (dalla postfazione di Giorgio Bonacini)

 

 

come i residui di limo

avviluppino la fronda

rendendola sacra

è cosa ancora inconosciuta

 

e a nulla varrà

risalire la china a piedi nudi

se non a infittire le piaghe

 

anche il sangue reclama il suo verbo

 

vacua imago del solco

che tatua il derma

della cosa sovrana

 

e quel neonato silenzio

che si configura

come antenato del senso

voltando le spalle

alle piaghe e ai germogli

muove il suo passo

verso il punto

che sfugge alla presa

 

 

*

 

comme les résiduaires du limon                         

enveloppent le ramage

en le rendant sacré

c’est une chose encore inconnue

 

et à rien vaudra

remonter à pieds nus la pente

sauf qu’à épaissir les plaies

 

même le sang réclame son verbe

 

vide imago du sillon

qui tatoue le derme

de la chose souveraine

 

et ce silence nouveau-né

qui se configure 

tel ancêtre du sens

en tournant le dos

aux plaies et aux bourgeons

dirige son pas

vers le point

qui échappe des mains

 

 

*

 

non ci sono chiavi più o meno adatte

 

per prima cosa lo spasmo.

di pari passo col tonfo

l’uno elettrico l’altro sordo

 

poi la retina

irrimediabilmente circoncisa dalla luce.

 

non c’è spinta che sia definitiva

 

è ancora tutto fermo
nello stallo

della forclusa iconoclastia
non c’è un velo

dietro il quale

nascondersi

e insieme offrirsi

 

tutto rinviene

al nucleo incandescente

che ha forgiato

la nostra labile

assenza

 

tutto procede

di vampa in vampa

 

e la mano

armata di mantice

è condannata da sempre

a riattizzare il fuoco

 

*

 

il n’y a pas de clé plus ou moins indiquée

 

d’abord le spasme

et au même pas le bruit lourd

l’un électrique l’autre sourd

 

en suite la rétine

irrémédiablement circoncise par la lumière

 

il n’y a pas de poussée qui soit définitive

 

tout est encore en arrêt

au même point

de la forclose iconoclastie

 

il n’y a pas de voile

derrière le quel

se cacher

et au même temps se donner

 

tout revient

au noyau incandescent

qui a forgé

notre labile

absence

 

tout procède

de vampe en vampe

 

et la main

armée de soufflet

est toujours condamnée

à réactiver le feu

 

 

*

 

ciò che deflagra implodendo

è il solo humus degno di irrorare le ferite

 

ego

ex machina

 

appare solo dileguandosi

 

*

 

ce qui déflagre en implosant

c’est le seul humus digne de mouiller les blessures

 

ego

ex machina

 

ça apparaît seulement en disparaissant

 

*

 

(Traduzioni in francese di Silvia Molesini)

 

*

Il Verbaio – Dettati per (e)stasi a delinquere è stato presentato, nel corso del I° Step di Aspettando Bologna in Lettere, Campi Magnetici, Venerdì 14 Novembre al Teatro del Navile, Bologna

CM

 

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