Marco Adorno Rossi

Pasolini – La diversità consapevole

 

Sono morto da poco. Il mio corpo

penzola a una corda, stranamente vestito.

 

Sono dunque appena risuonate qui le mie ultime parole,

ossia: “C’è stato finalmente uno che ha fatto buon uso della morte”

Sì, è questo che ho detto, prima di ciondolare impiccato,

acconciato in un modo veramente abominevole.

 

Gettare uno sguardo indietro – come in un flash-back –

sugli ultimi fatti, significativi, insieme, e tipici,

della mia vita?

 

È l’unica cosa ora che mi interessa fare:

ma come uno scrittore di memoriali e di aforismi,

a causa probabilmente della troppa saggezza dovuta alla morte

[…]

(Pier Paolo Pasolini, da Orgia, 1988)

 

 

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Enzo Campi

 

 

Testamento

 

 

 

Allentare la presa? È questo quello che mi dicono. Rientrare nei ranghi? Per essere accettato e non più rifiutato? La regolarizzazione non rende, non serve. Alimenta la gettata della pietra e la parabola dello sputo.

Dal naufragio all’approdo. Terra di nessuno o di troppi. Terra di tropi naufragati. Non l’oblio sovrastrutturato, né la semplice dimenticanza, ma la reiterazione dell’approdo, sì.

In mancanza d’àncora: il corpo.

Fissato dai chiodi che lo trasformano in ponte  tra la riva e la deriva.

Da capo a coda: dipartita del referente e approssimazione del riferimento.

E il martello dov’è? Nessun martello si esibisce come tale. E quale che sia il responso è cosa da vanificare.

Fenomeni di instradamento e rifiuto dei processi di autoriflessività. Ah!

Spinta.

Di classe.

Senza classe.

Per un.

Un.

E ancòra.

L’àncora rifiuta il fondale. Recita il peana della fuga. Una messa in suffragio del viso celato, troppo manifestato, quasi bucato, ridotto ad icona, sottomesso al legno, al ferro, alla pietra, impastato con limo edulcorato o recuperato di straforo dalla botte dell’artigiano di comodo.

Ecco!

Un colpo al cerchio, l’altro al corpo che circola cavalcando le occasioni mancate. Passo dopo passo. Passo su passo. Terra, selciato, palcoscenico: il viaggio. Sempre riproposto. Sempre incompiuto.

Come quantificare la struttura del viaggio?

Come definire la struttura dell’idea del viaggio? L’oltraggio è nella ritenzione. La risonanza è cosa vacua per facili palati. Non si gusta il giusto, semmai si masticano con indifferenza i grumi camuffati in polpette avvelenate.

Il teorema è irrisolto. Le congetture mimano la verità. La macchina continua a produrre scarti, la macchinazione non produce senso e l’approdo naufraga in sé.

Mi chiesero di rinunciare alla rissa, ah!

Una pozza di latte per mettere a mollo le ancelle e una vasca di gesso in cui immobilizzare la regina. Cose così. Ordinaria commistione su precisa commissione. Non ci sono ferite degne di nota. Non quelle che un corpo come il mio pretenderebbe. Solo tagli e lacerazioni. Curabili. Anche senza impegnarsi più di tanto. Non si corrono rischi nel senza fine della fine.

Mi dichiaro colpevole. E proseguo. Terminando o sospendendo. Sempre strozzando. La scrittura non cede. Casomai cade. Precipita e rimbalza. Di foglio in foglio, da corpo a corpo, colpo dopo colpo. Non c’è bisogno di urlare, basta un semplice soffio e tutto si conduce.

Il progetto dice di sé.

Si dice da solo.

Da solo a solo?

Solo a.

Solo da.

Ma comunque sussulta.

Se dicessi “questo è quanto” sarei nel giusto? E se invece fingessi? Lucidamente, consapevolmente. No, non è uno spergiuro, né apologia del falso. Si tratta di vita, crudelmente e implacabilmente applicata. Perpetuata. Ogni attore ha il suo repertorio, attinge dal proprio ricettacolo, dissemina segnali, riceve segnali. Subisce segnali. Ancora un rumore, prego. Magari per sovrastare la grassa risata. Anche il ritorno nei luoghi dell’infanzia produce il suo scarto. I luoghi sono in perenne mutazione, assecondano il tempo e si fanno fuorviare da esso. Ma praticarsi nella sola andata è come abortire. Sono un agnello sacrificale. La graticola ha raggiunto il punto del massimo calore. Posso dunque attraversarla.

Sfinge. Che vieni.

Sono parole sacre. Ostacoli destabilizzanti.

La macchina reclama la messa in moto.

Patologia immanente.

Si può citare un luogo. Si deve recitare il luogo dicendo semplicemente . O altrove. Senza nessun dove da conquistare. Una corda e un sacco. L’abito perfetto, come nei teatri dell’est: la realtà del rango più basso. I corpi esasperano il paradosso che vuole l’uomo diverso dall’animale. Tutti in ginocchio, prego. Tutti striscianti e supplicanti. Sottomessi al gioco e al giogo. Causa/Effetto. Di scatti e di scarti. Dei salti sul posto e dei passi a retrocedere. Medea è un totem. Non accade. Cade. Nel crudele crogiuolo di un mito da perpetuare. Medea è un teorema. Insieme sadico e masochista, un teorema sensibile di carne e di baratri. Ancòra una volta: si cade. Non ci si accade in un mito. Si può solo fingere il sorriso forzato o l’urlo abortito. Strappo. Le cicatrici sono visibili. Il derma agogna il taglio, l’applauso è d’obbligo. Senza che si oda il rumore dei palmi.

Senza.

Non più.

Più.

O meno.

Senza un centro. Senza un baricentro che dia senso all’equilibrio. Si espande la chora. Tracima humus isterico. Ho perso la memoria del rivolo di sangue. Bisogna ricrearlo. Sodoma agevola il percorso per l’a venire. Ma non basta. Il porcile è sempre rigoglioso. Si sa: i maiali mangiano di tutto. Si parte sempre dagli escrementi, si conclude sempre con gli escrementi. Malgrado gli incrementi di parole suppliche orazioni affabulazioni. Si rischia il tracollo se si pensa ad altro e all’altro. La crudeltà persiste, basta lanciare il dado, crollare sullo zero e vanificare la chance. Ogni innesto è un incesto: strutturale e strutturalista. Dinamico. Condiziona il flusso riedificando le maree. Le dimore sono inabitabili perché trattate a fuoco vivo. Il ricordo degli attraversamenti produce icone: si rendono disponibili a risalire la china, sono disposte a procedere a ritroso.

Come che sia.

Sia che.

Sia come che.

Nessuna giustezza nelle penetrazioni: le lamine sono friabili. Perduta attenzione, avulsa partecipazione. Passato, presente, mi sono presente solo assentandomi. Mi accompagno solo lasciandomi la mano. Verso dove, verso come, verso a verso. Nel piede abiurato, nella rima abolita, nel ritmo che ridonda solo scemandosi. Procedo e me ne vanto. Crollando, continuamente. Notare e non dimenticare: ci si avvicina solo allontanandosi. E mi sembra quasi superfluo ribadirlo. I sentieri si aprono al passaggio del seme dell’indifferenza. Coatto e coartato, il corpo imprime il suo peso. Caduta. Dalla cima più alta. Tonfo sordo.

Poco più del.

Meno.

E ancòra di più.

Come se fosse giusto così.

Così.

Parole. Parole scritte. Si espandono, linea a linea. Forse con amore, talvolta con odio. Per transitare. Senza la possibilità di una fine, senza la possibilità di finirsi.

Sfinimento?

Che sia questa la parola-chiave?

E se fosse una parola-baule?

Ancora un cranio per gratificare il muro, ancora un colpo per emaciare il corpo. In assenza di sangue ho finalmente ritrovato la memoria del rivolo. Lasciate che vengano a me carichi di saliva oltraggiosa. Li condurrò per mano sulla strada da Tebe a Colono e racconterò loro la storia più vecchia del mondo. I figli ammazzano sempre i genitori. In un modo o nell’altro, nel rifiuto o nel simbolo. Nell’ostentazione di una croce da portare con rassegnazione o da esibire come trofeo distintivo. Il seme è sempre infecondo. Soprattutto se mette al mondo un’altra vita, o un’altra morte, o un’altra indifferenza. Il pasto è stato fin troppo consumato, oltremodo digerito o vomitato. Nulla resta, se non la consumazione in cui ci si illude di sopravvivere. Resta il nulla della neutralizzazione. La tesi è indimostrabile, quindi: veritiera. Non un punto a chiudere, non un a capo per glorificare la caduta e illudersi di rimandare il supplizio. Il possibile non riesce a divenire plausibile. Vidi chiaramente la traiettoria della pietra, non mi curai dell’impatto e del contraccolpo. Pronunciai ugualmente il mio discorso, ma qui oramai nessuno si concede il lusso di ascoltare.

Ecco.

Ecc.

E.

Ai posteri la sentenza già nota e risaputa. Travestirsi è un fallimento, per alcuni addirittura un’ingiuria. Rivestirsi con i panni del conforme aiuta a ristabilire la quiete? Non si danno risposte.

Non più.

Più.

O meno.

Minimo e minimizzato. O solo mitizzato: il corpo. È anche una questione di pelle.  La pelle altra, la pellicola di cui ci rivestiamo per fallire nuovamente. Io so. Io so che non c’è scampo. Bisogna continuare a strisciare.

Sfinge. Che vai.

Sono tante parole. Massime e massimizzate.

La macchina denuncia l’impurità del carburante.

Patologia trascendente.

Il taciuto e il rimosso. Silenziati e deprivati. Istanze, distanze, surplus di metafore: è questo il gioco da giocare. È questo il gioco in cui ci si manca mancando l’immediato. Non c’è immanenza se non nelle mediazioni tra remissione e furore, negli intervalli dove il corpo celebra la sua ambigua inconsistenza. Credevano fossero milioni di trucioli gettati allo sbaraglio. Ma non hanno tenuto conto dei coacervi che alimentavano i grumi. Campionare i nodi è pratica deleteria. Si rischia il linciaggio. Ma qualcuno deve farsi carico del peso e rilanciare la pietra. Ci vorrebbe un lancio carico d’effetto. Per formare una parabola: la linea curva in cui s’inarca il senso. Il senso che puzza d’osceno. L’osceno messo in scena. Messo sotto sequestro.

Sequestro della scena dell’osceno?

Con una messa solenne?

Ah!

E il fuori scena che rientra?

Futilità di parvenze perbeniste. È sempre l’altro a guidarci, basta dargli un pasto da divorare. E poco importa che sia carne morta o carne viva.

Bisogna scopare con l’ospite. Il buon senso lo pretende. Non c’è paradosso nel frequentarsi a più livelli. Solo continuità e disfacimento. L’alloro è rinsecchito. Ha perso l’odore e il lucore. Non c’è corona che tenga insieme giunti e cardini. Solo una mazza chiodata a percuotere i nudi piedi. La postura del disadattato, la realtà delle borgate, la maschera popolare: funzioni e disfunzioni. C’è mimesi nello sguardo supplicante?

C’è scarto nella mimesi?

Tutto noto e risaputo. Tutto sufficientemente consumato. Il trauma rivendica l’approdo al corpo. Il corpo è sempre votato alla dissolutezza  e al sacrificio. Anche nei gesti d’ordinaria quotidianità: “ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia”. Non risuona lo sconforto. Non più. S’odono solo i rintocchi a morto della campana che apre la porta all’incedere del tempo che non riusciremo a vivere. Per ogni luogo il suo tempo impossibile. Per ogni corpo un tempo personalizzato? Utopie? Forse, ma non basterebbe comunque. Ribaltare è come pervertire: la sopravvivenza è nella sovrascrittura. Non si può fingere che tutto vada bene. Per procedere è buona norma retrocedere, sempre e comunque. Abiurare un ciclo è cosa di poco conto. L’eco ridimensiona il gesto. Non c’è dispersione dopo aver fissato l’affresco con chiodi di carne. La macellazione è pratica umana. Le macchine sono malfunzionanti, gli ingranaggi rifiutano l’olio,  gli untori sono rimasti disoccupati. Il seme implode sempre nella guaina: non c’è involucro che non sia osannato. Per credenza popolare o per induzione coatta. Le lacrime sprofondano nello sperma. La mano non può più toccarle se non inabissandosi a sua volta.

Sarà questo il vero sollievo?

E i sospiri?

Nota bene: amplificare il sospiro e eliminare il sollievo. Come lascivia vuole e pretende. Sia questo allora. Ancòra. Certo, lo sperma si dà. Erutta. Atto del nulla che si crede tutto. Tutto questo. E altro ancora.

Perché sbagliare? Figliare? Terra trema. Tema, grafema e segno. Il graffio come pegno. Terra madre: concubina. Terra madre: chora. Ancòra una volta: l’àncora non attecchisce al limo. Anche ora.

E allora?

Sfinge. Che resti.

Sono parole che assolvono. A posteriori.

La macchina è definitivamente inceppata.

Patologia patologica.

Accatta. Raccatta. Quantifica il ricevuto e il rubato. Dissemina lo scarto, l’incuria del gesto che accompagna la supplica dolente, la dismissione indolente, la luce negata o solo smarrita, per lucida scelta o solo per caso. La differenza è sempre nella ripetizione. Nella clinica del desiderio. Il lampo a ciel sereno è semplice utopia. Non si dà luce, né lumi, né barlumi. E l’aureola è pura inarrivabilità. Risibile, la storia di tutti. Inaudita, la storia di nessuno. Non c’è storia senza esercizio del potere. Non c’è potere senza disprezzo e diffamazione. Il burattinaio ha tagliato i fili. Le marionette alimentano la discarica. Siamo scarti in putrefazione confusi  nell’indifferenziato. Non possiamo più riciclarci. Madre città. Padre paese. Figlio senza nome, senza fissa dimora o accasato altrove, nella scatola dell’incomprensione. La norma e l’infrazione. Un cappello rovesciato. Ancòra, ma prima. Prima che l’atto si tramuti in misfatto, prima che la carta rigetti l’inchiostro. È sempre una questione di lingua. Prendere la parola: è questa la sintesi! Prendere la parola per dire la parola? Tesi e antitesi. Mi prendo in parola e sono nel giusto. Ma a chi importa? Prendere la parola è cosa desueta e destabilizzante. Prendere la parola per dire la parola che spieghi il maltolto equivale a un suicidio. Ancòra una volta, prima e dopo: il teorema è irrisolto! Cosa ci resta se non credere nel senso e nel sesso?

Oplà.

Op.

Là.

Una musica. Il silenzio che ne consegue. Invasione. Tenue e leggera. Uno sfioramento, ma incalzante. Il grave e il gravitazionale: la religione e il coro che riempie l’antro deputato al rito. Nella consumazione un osanna. Osa Anna il canto, ma l’antro è a cielo aperto. Puzza di fogna, come a dire: qui si vive di riflessi e di riflussi.  Cade la luce. Mamma Anna investita dalla luce. Che sia il sole o un lampione è cosa di poco conto. Anna e la città, ancòra una volta: il grave e il gravitazionale. Una crosta dura come il marmo, un marmo friabile come mollica. Anna: pane della città. Anna Santa della città santa. Sant’Anna che dispensa pane e umori. Senza e con soluzioni di continuità. E di contiguità. L’effrazione vissuta nello scarto dello sguardo, nel silenzio e nello stallo. Frontalità, affresco, icona: trasfigurazione. L’artificio del fuoco: il beneficio del dubbio. Ritorneremo all’editto e all’Edipo, al proclama e all’esibizione di una mancanza. Riedificheremo ziggurat e piramidi, giocheremo con mummie e monili arrugginiti nei deserti del consumismo. “Quanto sei cattivo, io te credevo così bbono”, certo: la frase è lapidaria. Ma non è una questione di cattiveria. Forse di cattività. Assurdina e Ciancicato: un abisso da praticare. Il reato è nel sogno di un’impossibile perfezione. E la prevaricazione?

Perché?

Per.

Che.

O come che sia

Se proprio deve essere così.

E non altrimenti.

Tradimento e tradizione. Il primo dissolve la traccia della seconda e l’occhio accenna lo stallo. Pura aporia. Ma bisogna comunque tendere la mano. L’ipotesi è sempre una zona franca. Tutto è lecito, tutto resta pulito. La tesi invece si crogiola nel fango. È nella sua natura sporcarsi. Basta sfogliare le foto per riconoscere gli errori. Basta credere nel fato per sentirsi sollevati.

Ecco.

Da qualche parte ci si rigenera.

Riconfigurazione.

Coda a capo volta.

Si rivolta.

Si disguaina il senso.

Nudo.

Crudo.

Chiunque è bene accetto.

Basta entrare.

Dentro.

Qualsiasi cosa vale.

Basta enunciarla.

Fuori.

Tra il santo e il sacro: l’intervallo! Non c’è rito, né pregiudizio che possa renderli insieme. Tutti lo sanno ma nessuno prende la parola per dirlo.

Primultimo dogma: tacere! Prendere la parola è cosa sempre più ardua. Ci si annulla nel farlo. Ci si imbastardisce nel dirlo. Teorema, Porcile, Salò: è questa la vera trilogia della vita? della morte? del potere? della borghesia? della rivoluzione?

Non c’è soggettiva che valga l’idea della morte intesa come vita al lavoro. Tutto riluce. Ma solo al nero. Tutta la vita è un’opera al nero. Il passo al di là richiede coraggio. Ma il salto resta sempre fuori dal gioco. È un po’ come la misura della santità scandita dal grandangolo in un primissimo piano: un cortocircuito quasi paradossale, ma imperante e imperativo.

A bientôt!

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***

Il testo è contenuto in Aa.Vv. Pasolini La diversità consapevole, a cura di Enzo Campi, con contributi critici e creativi di Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Vladimir D’Amora, Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

Marco Saya Edizioni, 2015 – ISBN 978-88-98243-24-2

Il volume può essere acquistato direttamente sul sito della casa editrice e sui principali portali on line.

https://www.ibs.it/pasolini-diversita-consapevole-libro-enzo-campi/e/9788898243242#

http://www.libreriauniversitaria.it/ricerca/query/Pasolini%20la%20diversit%C3%A0%20consapevole/reparto/tutti

http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html?prkw=Pasolini+la+diversit%C3%A0+consapevole&cat1=1&prm=&type=1

 

Il colpo di coda. Amelia Rosselli e la poetica del lutto (Marco Saya Edizioni)

AA.VV.

 

Il colpo di coda

Amelia Rosselli e la poetica del lutto

 

a cura di Enzo Campi

 

 

 

contributi critici

 

Daniele Barbieri, Francesco Carbognin, Biagio Cepollaro

Antonella Pierangeli, Salvatore Ritrovato

Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

 

 

contributi creativi

 

Antonio Loreto, Silvia Molesini, Renata Morresi

Marina Pizzi, Maria Pia Quintavalla, Maria Luisa Vezzali

 

 

con due lettere di

 

Tiziana Cera Rosco, Plinio Perilli

 

 

 

 

Il volume contiene inoltre i testi dei vincitori e dei finalisti

dei Concorsi Letterari banditi dal Festival Bologna in Lettere

in occasione della

IV Edizione dedicata ad Amelia Rosselli

 

 

Anna Bertini, Roberta Caiffa, Rodolfo Cernilogar

Lella De Marchi, Fernando Della Posta, Alessandro Silva

Giulietta Vincitorio, Valerio Scrima, Carlo Maria Genovese

 

 

V15

 

 

[…] per te ho messo pantaloni, senza indumenti sotto e una maglia insostenibile per le ossa così fragili come sono, tanto grondava di quella solitudine che vortica nelle scale dietro la porta di casa e che non bisogna mai indossare, mai. ma l’ho fatto come per “estinguere tutte le rime in e”. e sono andata da tutti gli uomini che hai amato e che con quello sguardo da posteri che avevano, con quello sguardo da lettori non hanno mai sbiancato un letto reso nero dalle nostre stesse schiene che spurgano ettolitri di inchiostro e che nella notte come ora, rischia di entrarci dal naso, forare la guancia fino alla bocca, inondare quell’unico polmone sottovuoto che la passione non smette di tormentare col suo enorme poco […] (Tiziana Cera Rosco)

 

 

[…] È affascinante osservare che l’alternativa scelta da Rosselli è sin dall’inizio assai più radicale di quella di tutti gli autori a lei contemporanei, almeno per quanto riguarda il problema di Giuliani: la “riduzione dell’io”. Riduzione, si badi, non vuol dire cancellazione, scomparsa: cancellare l’io, o la grammatica, vuol dire rendere impossibile la comunicazione. L’io deve ridursi, eventualmente sospendersi, non scomparire; ed è attraverso questa riduzione che se ne può suggerire il superamento, mettendone in luce i limiti, magari proprio attraversando aree dove può essere momentaneamente sospeso – giusto per provare, almeno per un attimo, l’ebbrezza del non-essere, o meglio del divenire-con, la consapevolezza della non-consapevolezza. […] (Daniele Barbieri)

 

 

Sevizia di abaco qui contare

La sparizione del futuro

La vita almeno era di eclisse

Egemone la luna di dormire

Per sospettare sì finalmente fine.

In testa un rammendo che mi perseguita

Tanto banale oasi di vento

Assassino di nidi in fine senso.

Acrobata tardivo il patriota

Che bara per sopravvivere

Vive carogne di orologio le lancette.

Ceduo il sorriso e la sorte alunna

Senza imparare rari i gerundi.

In guerra con dio mi arresi

Sorda la morte colma elemosina.

In veste di cianuro sono artigiana

Di una mansarda nuda d’impiccati.

(Marina Pizzi)

 

 

Il soggetto lirico di Variazioni Belliche oppone una significativa resistenza al tentativo di tradurne la molteplicità dei tratti morfologici in un disegno unitario e coerente. Espressione di un’indomita insofferenza alle coazioni grammaticali di una sola lingua, così come agli schemi codificati dell’espansione emotiva e dell’allocuzione lirica, il soggetto poetico di Amelia Rosselli tende frequentemente a manifestarsi in atteggiamenti provocatoriamente contraddittori, non pacificamente rubricabili nella categoria di un genere sessuale definito. Illustrarne le modalità della manifestazione, in un ambiente semiotico vistosamente emancipato da immediate preoccupazioni referenziali (di frequente compromesse, nelle Belliche, dall’utilizzo centrifugo e confusivo delle voci pronominali), implica la necessità di prestare all’«automa» lirico rosselliano un’attenzione critica proporzionata alle peculiarità di fenomeno refrattario alla mera interpretazione tematica, inaccessibile a un’analisi circoscritta alla rete dei riferimenti interni stabiliti dai deittici  e alle «borchie» strutturali del dispositivo linguistico […] (Francesco Carbognin)

 

 

 

Certi attacchi della forma

a volte non solo come nesso

un mezzo mai scisso il male

ortografico ma anche inesatto

nelle classificazioni delle corde

vocali e delle cavità orali di

poca roba suoni o anche colori

e si vede che le cose vanno un

poco diversamente chiacchierare

o esplodere soltanto come idea

nella mente benché iscritta men

talmente con l’aiuto di una

sottile sensibilità grafica e

spaziale la nostra amicizia

in certi punti referenziali

io non partecipavo a mani

festazioni violente senza

dirmi cosa sia una bastonatura

in un vagone di volta in volta

molto impressionata logica

e associativa intanto i telefoni

in tutte le lingue si udivano

addirittura egualmente rumore

divertimento o minaccia nel

sottofondo senza brusio di

nodi fonetici nei miei cibi

non necessariamente sillabici

[…]

(Antonio Loreto)

 

 

 

Il rilevamento del significato del testo, momento sintetico e conclusivo, non ne esaurisce il senso. Non solo perché il senso si costituisce di volta in volta in relazione alla latenza del lettore (mentre in qualche modo il significato resta più accosto al testo), ma perché il potere proprio di questa poesia si manifesta dopo, per così dire, averne compreso il significato. E dopo tale comprensione ciò che resta può anche profilarsi come un falso movimento all’esterno: la poesia non ci parla di una diagnosi dell’altrui difficoltà ad uscir fuori dalla propria prigione ma della propria difficoltà. Di conseguenza la mancanza di direzione netta e precisa (della comunicazione, del sentire, dell’esserci, significato generale di entrambe i testi) riguarda il chi dice. (Biagio Cepollaro)

 

 

 

Certamente da giovane, libera

ma mai qui, adesso, che impaurita

sa cosa gronda per traverso l’isola

innaturata. Ti avrebbe chiesto

dove sistemare una lampada rancia

acquistata per sbaglio nella bottega scura

di un posto pensato lontano, nato da

poco impotente (purissimo) e incapace di perdersi.

(Silvia Molesini)

 

 

 

La vicenda poetica di Amelia Rosselli ha per me sempre avuto il fascino di un enigma incastonato nella storia del Novecento, e la sua opera, nel suo peculiare svolgimento, nel dipanarsi sul crinale franoso di improvvise fratture linguistiche (a cominciare dai Primi scritti), si colloca in una situazione affatto nuova rispetto alla via maestra del Novecento, tanto lontana dai percorsi delle diverse tradizioni nazionali, quanto originale nel tentativo di aprire un varco personale nel cuore stesso della poesia europea. Credo di poter dire che l’approdo alla poesia, per Amelia Rosselli, parte da un dato biograficamente incontestabile, che merita forse un supplemento di riflessione, che proverò in breve a fare, circumnavigando i suoi primi esperimenti, fra Primi scritti (1953-1962) e Diario ottuso (1954-1968), in quel torno d’anni in cui, da una parte, si accelera il tramonto del Neorealismo, come esperienza terminale di una storia che è possibile modificare e migliorare, cui l’autore,  pensa, in uno slancio di fiducia e speranza, di appartenere, e dall’altra si avverte l’urgenza di un ripensamento dello statuto intellettuale dell’autore […] (Salvatore Ritrovato)

 

 

 

per uscire da tutte le cattive abitudini ricominciamo

dal volo inconciliabile della mente che non condona

per ricominciare questa storia interrotta satura con

ruvida sabbia severa tra i denti che rimasticano alla

costa sabbiosa delle nostre pagine per uscire da tuo

improvvisato finale ricominciamo dall’alfabeto-ossa

che lasciasti senza chiave nella piazza delle private

madri rivestite dai tuoi indestinati giochi intinti i

nostri fiati di farneticante amore e se sogniamo con

quello immaginante banchetto di aria è con le mani

troppo aperte alla dispietata lima dell’altro se ora

sogniamo unite al radar delle nostre agili destrezze

[…]

(Maria Luisa Vezzali)

 

 

 

[…] Nel suo germinante universo, la disperazione è impugnata saldamente come fanno i vecchi con il cucchiaio, nel tentativo di tenere a bada il tremore, di fuggire la facile compassione. È la parola invece che rimanendo in superficie, strozzata come un grido muto, ha in sorte di rimanere non-toccata, asciutta, chirurgica. La parola infatti non è soltanto suono ma si scorpora in frammenti visibili di ciò che, nella poesia, si deve vedere e, soprattutto, non vedere. Frammenti albeggianti di tenebra raccolti e condensati dall’esistenza, poi disfatti in una babele lessicale cosmopolita tenacemente innovativa, mai chiusi nel bozzolo scabro della tensione oracolare. […] (Antonella Pierangeli)

 

 

 

dario ha lasciato un messaggio per te

 

ciao

 

io sono dario

 

è e

 

ho visto il tuo profilo

 

così tanti vogliono e io ho voluto

 

te mi dice il suo messaggio

 

te mi dice

 

non hai mai scritto a dario?

 

dà il consenso, clicca che

 

dario è

 

che il pensiero di dario

 

è grande

 

un messaggio, una notizia

 

semplice

 

semplice mi perdo nel

 

detto da dario detto dal mondo

 

a me detta te

 

nera

 

mente

 

detta con ma

 

ni che non vedono

 

che portano l’elettrico

 

siero di dario

 

a te a chi ha scelto

 

a chi ha scritto per te

 

il tuo messaggio

 

al mondo

 

ampio

 

web

 

(Renata Morresi)

 

 

 

[…] Qui si tratta di ribadire l’assoluta centralità della volontà poetica di determinare e costruire una lingua che scaturisce da un arrovellamento costante intellettuale e razionalmente determinato e non da un collasso improvviso causato dal cedimento delle difese psicologiche del soggetto. Qui vogliamo sostenere questa tesi che, ripetiamo, non è nuova; ma si tratta di irrobustire il filone di indagine conoscitiva, per usare una terminologia giudiziaria che vuole indagare sulla creazione del  profluvio linguistico dell’autrice. […] (Marco Adorno Rossi)

 

 

 

[…] Tu fraterna non dissuasa, disavvezza ai colori, ancora e semplice abitavi: quel volo improvviso, mai aperto al cadere. Che tu emanavi musica, è stata la prima immagine di te avuta.

Di questa musica avremmo spostato insieme le altezze la durata, la curva della musica, forse anche un canto era possibile.

Certa sabbia negli occhi, solida stanchezza a cerchi ci avvisava che per altro poco, o per molto – del tempo – avremmo dovuto farne a meno, e lì sostare.

(Maria Pia Quintavalla)

 

 

 

[…] Quelle del respiro e della caduta non sono figure. Sono de-figurazioni rivolte verso quella che, parafrasando Deleuze, potremmo definire «intensità». In tal senso la scrittura di respiri e cadute, che la Rosselli sottopone all’implacabilità di sistemi e registri luttuosi, rappresenterebbe il «movimento dell’intensità». Intensità non è necessariamente sinonimo di ritmo, ma la sua declinazione non può non tenerne conto. E, in effetti, in questo teatro guerrafondaio, tutto verte sul (sos)tenere e sul portare, sulle linee simultanee dell’intensione e dell’estensione, del risuonarsi e del risuonare, della propagazione e del rientro […] (Enzo Campi)

 

 

 

[…] Ed è proprio questa Libertà in Atto che sempre ritrovo – e credo anche tutti questi giovani ravvedono – nella tua poesia. Che è – fu – inferno della Storia e Paradiso in terra d’ogni anima fiera e umiliata, in bilico tra luce e ombra. Ombra maestosa…

 

vedo un futuro, è fatto di questa
gente che proprio non ne sa niente.

 

Fu questa la tua gnosi e il tuo stigma.

“Cambiare la prosa del mondo, / il suo orologio intatto, / quel nostro incorniciare le giostre / faticose dei baci.”

Cambiare la poesia più intima, creaturale, per cambiare quella dissennata prosa pubblica, quest’eterna ignominia burocratica di sangue e potere.

Ma mi piace immensamente questo tuo verso in cui anche i baci sono faticosi, erano anzi ancora più belli perché faticosi – erano anch’essi, forse, Variazioni belliche, mia carissima Amelia, di una eroica e fragile, pacifista Soldatessa della Realtà.

E tutta la tua (sua) Opera, un credo, un Documento inesausto di libertà e giovinezza – una Libellula che è anzi panegirico dell’Amore come Libertà. […] (Plinio Perilli)

 

 

 

[…] Giorni grevi e asciutti, come fianchi di selce, mancano pochi scatti, pochi forse venti, e verranno undici. Venite pure a prendermi, non servirà la falce, venite in corteo, senza aspergere, né celebrare. Io il cerimoniere – colui che capovolge – forma e riforma il tempo, col cero acceso legge; poi brucia le carte. Smettete, di parlare così forte, uscite dalla fossa in silenzio, io non vi sento, non più vi sento. Non più io a dolermi, non più voi a mancarmi, non il mondo a celebrare, celebrare per me, io il cerimoniere […] (Anna Bertini)

 

 

 

[…] ella aspira dunque a conferire all’organizzazione metrica quello statuto di oggettività che nasce dall’esigenza di svincolarsi dal limite soggettivo del verso libero. Il principio di razionalità ordinatrice che regola l’azione dell’io sulla materia artistica, esprimendo l’esigenza di controllo e rigore che la poetessa impone al suo fare artistico, risale alla volontà di arginare il ‘caos’ di un approssimato tecnicismo, sintomo di un disordine interiore scaturito dal disagio reale, percorso da quotidiane ossessioni, che la poesia tenta di esorcizzare attraverso la strutturazione della pagina, contenimento al fluire straripante delle parole. Infatti, “il tentativo della Rosselli è quello della compressione del vissuto all’interno dello spazio di scrittura e della trasfigurazione di esso in unità ritmiche, associazioni sonore, visive e semantiche, per fare del blocco stesso un ‘pozzo di comunicazione’. […] (Roberta Caiffa)

 

 

 

[…] Distesa nella

roulotte la sua pelle vive d’insonnia si tatua come una rosa

di macchie violacee, non imposte non provocate non

derivate, indifferente è l’origine non è provenienza la

libertà, è bella di una bellezza che viene da prima di

sé, prima di sé dipende dipende soltanto da sé. Amelia ti

esce dagli occhi e dal cuore senza saperti guardare ti guarda e

forse ti parla ti chiede di non fare rumore di non ascoltare il

rumore. Amelia nuda e distesa nella roulotte è un immenso

paesaggio con ossa, vita che vive senza ornamenti di necessari

ornamenti, di necessari ornamenti di variazioni a catena si

nutre l’appartenenza, è paura che fuga la commozione, un

pianto ancestrale diviso in quadrati mattoni prima di

darsi alle fiamme, prima di darsi alla luce, prima di farsi

feroce ammissione di colpa e di identità […] (Lella De Marchi)

 

 

 

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Indice

 

5      Tiziana Cera Rosco, Lettera ad Amelia Rosselli
7      Daniele Barbieri, L’improvviso di Amelia Rosselli
20    Marina Pizzi, Per sospettare sì finalmente fine
24    Francesco Carbognin, L’«automa» di Variazioni Belliche
38    Antonio Loreto, CONTENERE
41    Biagio Cepollaro, Due poesie di Amelia Rosselli secondo i criteri della poesia integrata
49    Silvia Molesini, A melia (“potessi avere la leggerezza della prosa”)
52    Salvatore Ritrovato, Una vena lirica nella Cantilena di Amelia Rosselli
58    Maria Luisa Vezzali, 11/02/2016
59    Antonella Pierangeli, Amelia Rosselli, partitura per voce sola e livide disillusioni
66    Renata Morresi, Terzo Paesaggio
72    Marco Adorno Rossi, Amelia Rosselli. La costruzione della poetica dell’impoeticità
80    Maria Pia Quintavalla, Visitazione (variazioni sul ritorno di Amelia Rosselli)
82    Enzo Campi, Epico, sapido, quasi sadico: per un (auto)ritratto di Amelia Rosselli
102  Plinio Perilli, Lettera ad Amelia Rosselli
110   Concorsi Sezione A
111   Anna Bertini, Uscite dalla fossa – un incubo di Amelia Rosselli
115   Roberta Caiffa, Poesia “elevata al cubo”
119   Lella De Marchi, A-polide  A-melia
 
121   Concorsi Sezione B 
122   Fernando Della Posta, Ritorno
124   Alessandro Silva, L’adatto vocabolario d’ogni specie
127   Rodolfo Cernilogar, Anche se portano doni
 
130   Concorsi Sezione Scuole
131   Giulietta Vincitorio, Parentesi
132   Valerio Scrima, The end
133   Carlo Maria Genovese, Cruelle vérité
135   Amelia Rosselli, Bibliografia essenziale
137   Note bio-bibliografiche degli autori

 

 

 

 

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© 2016 Marco Saya Edizioni di Marco Saya

Corso Plebisciti, 1 – 20129 Milano

Sito: www.marcosayaedizioni.com

e-mail: info@marcosayaedizioni.com

 

 

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Bologna in Lettere – Venerdì 27 Maggio

VENERDI’ 27 MAGGIO ore 17.30

COSTARENA  

VIA AZZO GARDINO 48

Cura e conduzione Enzo Campi

Premiazione dei concorsi letterari di Bologna in Lettere

Relatori delle giurie

Laura Barile, Sonia Caporossi, Maria Luisa Vezzali

 Editore  Marco Saya

Sono stati invitati i vincitori e i finalisti

Anna Bertini, Roberta Caiffa, Lella De Marchi

Fernando Della Posta, Alessandro Silva, Rodolfo Cernilogar

Giulietta Vincitorio, Valerio Scrima, Carlo Maria Genovese

Cop rtg Rosselli x web 

Presentazione del volume 

Il colpo di coda – Amelia Rosselli e la poetica del lutto (Marco Saya Edizioni)

con interventi di

Francesco Carbognin, Plinio Perilli

Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi

 

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Antonella Pierangeli, nata a Roma nel 1964, è docente, critico letterario, filologo. P.P. Pasolini e M. Foucault sono gli autori sui quali ha focalizzato i suoi studi, oltre ad occuparsi attivamente dell’opera di M. Blanchot. Ha svolto inoltre attività di ricerca presso il Fondo Pasolini e il Gabinetto Vieusseux di Firenze e pubblicato su riviste come L’Area di BrocaVernice, Storia & Storici, Verde, Kasparhauser. Ha curato l’apparato bibliografico del volume Romanzi e Racconti di P. P. Pasolini nei Meridiani Mondadori (1998), il volume Pasolini, visioni e profezie tra presente e passato (Sulle orme della Storia) (GoWare 2012) e, insieme a Sonia Caporossi, l’ebook Un anno di Critica Impura (Web – Press 2013) e l’antologia Poeti della Lontananza (Marco Saya Edizioni, Milano 2014).

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Plinio Perilli (Roma, 1955) ha esordito come poeta nel 1982, pubblicando un poemetto sulla rivista “Alfabeta”, auspice Antonio Porta. La sua prima raccolta è del 1989, L’Amore visto dall’alto (Amadeus), finalista quell’anno al Premio Viareggio), ristampata nel 1996. Seguono i racconti in versi di Ragazze italiane (Sansoni, 1990, due edizioni, Premio B. Joppolo). Chiude una sorta di trilogia della Giovinezza con il volume Preghiere d’un laico (Amadeus, 1994), che vince vari premi internazionali: il Montale, il Gozzano e il Gatto. Petali in luce, una sorta di diario lirico condensato e sublimato in 365 “terzine”, è uscito nel 1998, presentato da Giuseppe Pontiggia (Amadeus). Recentissimo, il suo “canzoniere d’amore” Gli amanti in volo (Pagine, 2014), che comprende poesie e poemetti dal 1998 al 2013. Una raccolta antologica delle sue poesie, Promises of Love (Selected Poems), è stata tradotta in inglese da Carol Lettieri e Irene Marchegiani, ed editata a New York nel 2004 presso le Gradiva Publications della Stony Brook University. Nel 2011 il suo poemetto L’Aquila, sorvolandosi, dedicato al tragico evento del terremoto del 6 aprile 2009, ha vinto il Premio Internazionale Scanno per la Poesia. Come critico si occupa specialmente di convergenze multidisciplinari e sinestesie artistiche (Storia dell’arte italiana in poesia, Sansoni, 1990), nonché dell’insegnamento della poesia ai giovani e nelle scuole (La parola esteriore. I nuovi giovani e la letteratura, Tracce, 1993; Educare in poesia, A.V.E., 1994). Del 1998 è un grande studio antologico sul ‘900 italiano in rapporto all’idea di Natura (Melodie della Terra. Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo, Crocetti, 2ª edizione 2002). Collabora a numerose riviste e ha curato molti classici, antichi e moderni, dal “Canzoniere” di Petrarca alle liriche di Michelangelo, dai “Taccuini futuristi” di Boccioni alle poesie di Carlo Levi, dagli scritti di Svevo su Joyce a “Inventario privato” di Pagliarani e “Variazioni belliche” di Amelia Rosselli.  Un suo vasto e intrecciato repertorio sui rapporti fra il Cinema e tutte le altre arti: “Costruire lo sguardo”. Storia sinestetica del Cinema in 40 grandi registi (Mancosu Editore, 2009), ha reso finalmente omaggio a tutte le magiche corrispondenze e i più fantasiosi sodalizi espressivi, che intrecciano e irradiano, insieme, l’ispirazione e l’immaginario. A seguire, il volume di scritture e memorie testimoniali RomAmor (“Come eravamo 1968-2008”), edito nel 2010 presso le Edizioni del Giano, tutto dedicato al rapporto fra Roma come entità ed amalgama letterario, e i grandi numi tutelari della seconda metà del ’900, fino ai nostri ultimi anni: da Gadda a Moravia, da Flaiano a Pasolini, da Amelia Rosselli a Dario Bellezza, etc. Ha tenuto numerose conferenze, presentazioni e prolusioni presso le maggiori università italiane ed americane.

 

 

Francesco Carbognin è Professore a contratto di “Metrics and contemporary verse theory” presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna. È autore delle monografie L’«altro spazio». Scienza, paesaggio, corpo nella poesia di Andrea Zanzotto (2007); Le armoniose dissonanze. «Spazio metrico» e intertestualità nella poesia di Amelia Rosselli (2008); Retorica e sintassi della poesia italiana del Novecento (2011) e di studi sulla poesia del Novecento, apparsi in volumi collettanei e in riviste quali «Strumenti Critici», «il verri», «Trasparenze», «l’immaginazione». Nel 2012, ha collaborato all’edizione dell’Opera poetica di Amelia Rosselli edita presso i “Meridiani” Mondadori a cura di S. Giovannuzzi. Relatore in diversi Convegni nazionali e internazionali, ha curato l’edizione di Sull’Altopiano (2007) e di Il mio Campana (2011) di Andrea Zanzotto, di cui ha pubblicato, in collaborazione con N. Lorenzini, interventi inediti nel volume dirti «Zanzotto». Zanzotto e Bologna (1983-2011) (2013).

 

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Marco Adorno Rossi. Nato a Roma nel 1963. Docente, critico letterario. Il suo lavoro critico si concentra sul rapporto tra sperimentalismo e avanguardia nella letteratura del dopoguerra italiano. Volponi e Cacciatore sono gli autori sui quali ha concentrato maggiormente la sua analisi. Nel decennio degli anni ’90 ha svolto attività di ricerca collaborando con il gruppo di “Quaderni di critica” presso il dipartimento di Italianistica della facoltà di Lettere dell’università “La Sapienza” di Roma. Con i colleghi Colonna, Manganelli e Pichezzi, ha costituito il “Gruppo Laboratorio”, con il quale ha prodotto lavori di teoria e critica sulla letteratura italiana del Novecento. Insieme a Marco Colonna e  Massimiliano Manganelli ha poi pubblicato, sempre con il nome “Gruppo Laboratorio”, opere creative di produzione “anonima e collettiva”. Ha pubblicato i seguenti lavori critici: Gruppo Laboratorio, Luigi Malerba, Lacaita 1990, Gruppo Laboratorio, Paolo Volponi: scrittura come contraddizione, Franco Angeli, 1993, Gruppo Laboratorio, RIP, Le impronte degli uccelli, 1999. Collabora al blog di analisi materialistica della letteratura “Portbou”. Dagli anni 1999 al 2013 è stato consulente e redattore editoriale del gruppo Arion in Roma.

 

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Marco Saya Edizioni – Corso Plebisciti 1 – Milano

http://www.marcosayaedizioni.net/

 

 

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VENERDI’ 27 MAGGIO ore 20.30

CASSERO LGBT CENTER

VIA DON MINZONI 18

 

Cura e conduzione Enzo Campi 

Regia tecnica Mario Sboarina

Rime per un altro secolo

A cura di Daniela Rossi

con

Cecilia Bello Minciacchi, Adriano Engelbrecht, Patrizia Mattioli

 

Il fiore inverso

Performance di Lello Voce

 

Arte-fatti contemporanei

Eleonora Manca

Chrysalis room 

METAMOR(PH) 

Anamorphosis

 

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Il corpo (scevro da ogni segno autoreferenziale) diviene cifra di tutti i corpi, esplorandosi si archetipizza dimenticando la propria soggettività; rivendica l’umiliazione estrema di essere segregati in un corpo unico e sessuato e al contempo la nostra natura di essere fragili tanto nella carne quanto nello spirito. Il corpo in ogni sua metamorfosi, nell’accettazione del dolore che ogni muta esige, richiede; prendendo coscienza del tempo e dello spazio necessari a “cambiar pelle”, a dare avvio agli inevitabili mutamenti dovuti alla benedizione d’ogni cicatrice. Il pensiero comunica con il corpo e scrive su di esso le proprie emozioni recuperando incessantemente i contenuti della memoria. Ogni corpo è memoria ed essa si stratifica a tal punto che ogni nostro atto è inevitabilmente legato ai ricordi che il pensiero cosciente tende ad annullare, ma che sostano inattaccabili nel corpo. Laddove la mente opera secondo azioni di conoscenza e di rimozione, il corpo non dimentica nulla e mantiene nelle proprie cellule ogni avvenimento, ogni pensiero, ogni sguardo, ogni parola. L’idioma del corpo è dunque l’inesplicabile linguaggio della memoria. (Eleonora Manca)

Laureatasi con una tesi sulle Avanguardie russe, Eleonora Manca (Lucca, 1978) è un’artista visiva, fotografa, videoartista e videoperformer che utilizza vari media (principalmente fotografia e video) portando avanti una ricerca sulla metamorfosi e la memoria del corpo. Dopo una formazione in Storia dell’Arte presso Lettere Moderne a Pisa, si specializza in Teatro e Arti della Scena presso Scienze della Formazione indirizzo DAMS a Torino.  É stata “artista del mese” per il centro IGAV di Torino (marzo 2015), l’opera video Skia è entrata a far parte dell’Esposizione Permanente dell’IGAV presso la Castiglia di Saluzzo (Cn), Il video Reverse Metamorphosis è stato vincitore de Magmart IX edition, a cura di Enrico Tomaselli, lo stesso video è parte della collezione permanente del Cam-Casoria Contemporary Art Museum, molta della sua produzione video fa parte di C.A.R.M.A (Centro d’Arti e Ricerche Multimediali Applicate di Roma), una produzione fotografica è stata acquisita dall’Archivio Italiano dell’autoritratto fotografico (MUSINF di Senigallia, a cura di Carlo Emanuele Bugatti e Giorgio Bonomi), è presente nella sezione Gold del catalogo “Fotografi italiani 2015”, è parte del TPA (Torino Performance Art), è tra gli artisti di VisualContainer. Ha esposto in numerose collettive e personali in Italia e all’estero. Tra le principali: HI-DANCE FESTIVAL (Roma, a cura di Francesca Fini), MEDIA ART FESTIVAL (Roma), Ca’ Foscari Short Film Festival (Venezia), IVAHM, Festival Internacional de Videoarte (Madrid),  Pesaro Film Festival, Molisecinema, Berlin International Directors Lounge (Berlino), VIDEOFORMES (Clermont-Ferrand), TO_SH-Dialoghi d’arte  (Torino, Shanghai, a cura di Alessandro Demma, Wei Shaonong e Yin Rong),  AAVE (Helsinki, a cura di  Antonello Matarazzo), Chrysalis Room (Solo Show), presso Paolo Tonin Arte Contemporanea, Transborda-International Expanded Cinema e Video Art Screening (Portogallo, a cura di Alberto Guerreiro), Contemporary Art Ruhr (Essen), Bienal del Fin del Mundo 4 (Argentina, Cile, a cura di Alessandro Demma),  Gasteig Open Video (Monaco),  The Waiting Room, con Alessandro Amaducci, presso Paolo Tonin Arte Contemporanea,  Behind The Cage (Lecce, a cura di Cecilia Leucci e Katia Olivieri), SKINcodes, Paraphotò (a cura del Centro Visual), NERO, Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter, (Milano, a cura di Emanuele Beluffi), Il corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea, (Torino, a cura di Giorgio Bonomi), Fonlad Festival (Portogallo, a cura di  José Vieira), FIVA-Festival Internacional de Videoarte (Argentina), Madatac (Madrid), METAMOR(pH) (Solo Show, a cura di Francesca Canfora), Caves of Mind (a cura di Carla Palazzo e Isabella Spicuglia), Over the Real (a cura di Maurizio Marco Tozzi), META-CINEMA (a cura di Piero Deggiovanni), InShadow (Lisbona, a cura di Ana Rita Barata e Pedro Sena Nunes per VOARTE). Others Identity (Genova, a cura di Francesco Arena), Media Art Festival (MAXXI, Roma, a cura di Valentino Catricalà). Vive e lavora a Torino.

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Cecilia Bello Minciacchi (Roma 1968) è assegnista presso il Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali e collabora all’Archivio del Novecento dell’Università di Roma «La Sapienza». Scrive su «Avanguardia», «il verri», «Poetiche», «Semicerchio», «alfabeta2», «alias». Dirige per Oèdipus la collana à rebours che ripropone testi narrativi rari del Novecento italiano. Ha pubblicato, fra gli altri, studi su Marinetti, Ungaretti e Nono, Sanguineti, Manganelli, Porta, Niccolai, Volponi. Per Le Lettere di Firenze ha curato Vittorio Reta, Visas e altre poesie (2006) e Patrizia Vicinelli, Non sempre ricordano. Poesia Prosa Performance (2009). Ha pubblicato l’antologia di scrittrici futuriste Spirale di dolcezza + serpe di fascino (Bibliopolis, 2007), cui ha fatto seguito la monografia storico-critica Scrittrici della prima avanguardia. Concezioni, caratteri e testimonianze del femminile nel futurismo (Le Lettere, 2012). Del 2012 è anche il volume La distruzione da vicino. Forme e figure delle avanguardie del secondo Novecento (Oèdipus). Di Emilio Villa ha curato le seguenti edizioni di testi: Zodiaco (con Aldo Tagliaferri, Empirìa, 2000), e Proverbi e Cantico. Traduzioni dalla Bibbia (Bibliopolis, 2004) e infine L’opera poetica (Roma, L’orma, 2014), che raccoglie la sua opera poetica in forma pressoché integrale.

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Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus.  Nel 2011, durante il Festival Internazionale di Poesia di Medellin (Colombia), è stato uno dei fondatori del World Poetry Movement, del cui Comitato Esecutivo fa attualmente parte. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento (Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005), L’esercizio della lingua – Poesie 1991-2008 (Le Lettere, 2009)Lai (Premio Delfini, 2003) Piccola cucina cannibale (Squi[libri], 2012 – Premio Napoli 2012).  I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006, e-book TErraFerma ed., 2014). Ha curato L’educazione dei cinque sensi, (Metauro ed.), antologia del maestro del concretismo brasiliano Haroldo De Campos, con contributi di Augusto De Campos ed Umberto Eco. Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee al mondo a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002). Ha diretto centinaia di slam tra cui quello di Io Donna- Corsera (2010), quello di Teatro Italia (Perugia 2003) e il Big Boat International Poetry Slam (2009). Attualmente è Presidente onorario della L.I.P.S. – Lega Italiana Poetry Slam. Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Dahafer Youssef, Roberto Paci Dalò, Robert Rebotti, Claudio Calia, Gianluca Costantini. Tra i pionieri europei del nuovo incontro tra poesia e musica, ha tenuto reading di poesia e spettacoli di spoken music in tantissime città italiane, europee, nelle Americhe e in Asia. Sue poesie sono state tradotte in francese, inglese, spagnolo(da Renato Sandoval), catalano (da Edoard Escoffet), tedesco, brasiliano (da Haroldo De Campos), greco, galiziano (da Yolanda Castano), giapponese ed arabo (da Joumana Haddad). Attualmente cura su www.satisfiction.me una rubrica di poesia intitolata P.A.Z. Poetry Autonome Zone e su IlFattoQuotidiano.it un blog dedicato alla poesia.

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Patrizia Mattioli nasce a Roma il 16\03\1967. Si diploma in clarinetto presso il Conservatorio Arrigo Boito di Parma. Musicista poliedrica inizia il suo percorso artistico collaborando come tastierista e clarinettista in gruppi post industriali e di avanguardia musicale quali T.A.C., Kinoglaz,Kind of Cthulhu. Nel 1989 inizia a fare sperimentazione nell’ambito della ricerca sonora come performer e compositrice con Lenz Rifrazioni Lenz Teatro, luogo di produzione culturale e sperimentale, formazione teatrale e di ricerca musicale tra i più rigorosi del panorama europeo. Collabora con Lenz Rifrazioni fino al 1997 data in cui si trasferisce a Londra per circa un anno dove frequenta artisti e registi di cortometraggi. Lavora dal 1995 ad oggi con la coreografa e psicologa Lucia Nicolussi Perego nell’ambito del progetto” Meeting Adolescenti. Adolescenza spazio privato nascente”. Nel 2000 la partitura The Tower of Babel vince il concorso a Parigi all’I.R.C.A.M (Institut de Recherche et Coordination Acoustique/Musique) diretto da Pierre Boulez. Nel 2012 partecipa al progetto poesia sonora con Daniela Rossi e Fragili Guerriere. Collabora  con Ilaria Gerbella, Lucia Manghi per workshop, regie e laboratori con Europa Teatri; con Adriano Engelbrecht; con Coppelia Theatre;  con il danzatore coreografo Daniele Albanese, Compagnia Stalker e con la danzatrice di Bharatanatyam Nuria Sala Grau. Le sue partiture sono state presentate in vari prestigiosi festival, tra cui Biennale di Venezia Danza / Musica, Natura Dei Teatri, Sguardi Sonori festival of Media, Timed Based Art, Festival di Santarcangelo, Teatro Herberia Rubiera, Cantieri Danza, Zona Franca, Pontedera Teatri, As a Little Phenix 2, Teatro al Parco, Consolato italiano Nizza, Festival di Poesia Parma, Europa Teatri, Festival Valceno Arte ,Casa delle Storie, Teatro Verdi di Milano, Teatro Elfo Puccini Milano, Somaya Center For Lifelong Learning Mumbai India, Electro Camp III Forte Marghera – Venezia Mestre,  Bologna in Lettere ,Lavanderia a Vapore Collegno (To), Teatro Contatto  Centro Servizi Udine.

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Daniela Rossi dal 1980 si occupa di poesia dal vivo curando eventi e Festival di Poesia ( Di Versi In Versi, Parmapoesia, Parole Migranti – Bolzano, Lirici a Lerici, ecc…) e collaborando ai Festival internazionali di poesia di Milano, Firenze, Napoli, Venezia, Parigi, ecc… Dal 2000 ha fatto parte del comitato di Romapoesia – Festival della Parola, con Nanni Balestrini, Luigi Cinque, Lello Voce, Franca Rovigatti, ha collaborato al concorso di video poesia Doctor Clip a Roma e promosso in Italia i Poetry Slam internazionali con il poeta Lello Voce.
Negli anni ‘80 ha fondato, con gli amici scrittori e poeti Carlo Bordini, Giorgio Messori, Beppe Sebaste e altri, la casa editrice Aelia Laelia, pubblicando tra gli altri le poetesse Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli. Nel 2008 ha curato, nella collana Fuoriformato di Andrea Cortellessa (Le Lettere), per le antologie “The Complete Films, prosa poesia e performance di Corrado Costa” e “Non sempre ricordano”di Patrizia Vicinelli (2009), i DVD allegati, dai materiali del suo archivio video. Nel 2010 ha pubblicato per Campanotto editore “La repubblica dei poeti”, sugli anni del Mulino di Bazzano e la neoavanguardia. Nel 1990 ha creato l’etichetta “Riso Rosa – progetti sulla scrittura ironica delle donne“, promuovendo rassegne, prodotti editoriali e multimediali e l’omonimo festival biennale. Per Riso Rosa ha curato le antologie “ Ragazze, non fate versi!” ( con la poetessa Alessandra Berardi ), “ Pink Ink, scritture comiche molto femminili “ e “ Pink Noir, delitti per signora “ tutti pubblicati dall’ Editrice ZONA. Nel 2010 ha curato, in occasione del Festival Romapoesia poEtiche, il DVD Fragili Guerriere, omaggio alle poete epiche Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli e nel 2011 ha scritto con Rosaria Lo Russo il manifesto politico/poetico “FRAGILI GUERRIERE, per una ricerca sulla poesia epica delle donne”; dal 2012 Fragili Guerriere diventa spettacolo work in progress e promuove serate con poete, attrici e musiciste, video e mostre. Dal 2014 cura al Museo Uomo Ambiente di Bazzano (PR) l’ Archivio video di poesia La Repubblica dei Poeti, nel luogo dove vissero Corrado Costa, Adriano Spatola e Giulia Niccolai e dove fu fondata la casa editrice Tam Tam.

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Adriano Engelbrecht è nato in Germania nel 1967 e vive a Parma. Poeta, artista, musicista, attore, ha pubblicato “Dittico Gotico” per Cultura Duemila Editrice (1993), “Lungo la vertebrata costa del cuore” per I Quaderni del Battello Ebbro (2003), “La piscina probatica” per Fedelo’s Editrice (2006) “Tristano” per Lieto colle (2007). Nel dicembre 2015 è uscita, insieme alla poetessa Ilaria Drago, l’ultima raccolta poetica “Ubicazione Ignota”, sempre per Fedelo’s Editrice. Conduce da molti anni un articolato percorso di ricerca sul rapporto tra poesia, arte e teatro. La sua produzione poetica è stata presentata in numerosi teatri, musei e festival, sia in Italia che all’estero, tra cui anche il Festival Internazionale della Poesia di Genova, Parmapoesia Festival, Ricercare di Reggio Emilia.

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