Pasolini la diversità consapevole

Pasolini – La diversità consapevole

 

Sono morto da poco. Il mio corpo

penzola a una corda, stranamente vestito.

 

Sono dunque appena risuonate qui le mie ultime parole,

ossia: “C’è stato finalmente uno che ha fatto buon uso della morte”

Sì, è questo che ho detto, prima di ciondolare impiccato,

acconciato in un modo veramente abominevole.

 

Gettare uno sguardo indietro – come in un flash-back –

sugli ultimi fatti, significativi, insieme, e tipici,

della mia vita?

 

È l’unica cosa ora che mi interessa fare:

ma come uno scrittore di memoriali e di aforismi,

a causa probabilmente della troppa saggezza dovuta alla morte

[…]

(Pier Paolo Pasolini, da Orgia, 1988)

 

 

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Enzo Campi

 

 

Testamento

 

 

 

Allentare la presa? È questo quello che mi dicono. Rientrare nei ranghi? Per essere accettato e non più rifiutato? La regolarizzazione non rende, non serve. Alimenta la gettata della pietra e la parabola dello sputo.

Dal naufragio all’approdo. Terra di nessuno o di troppi. Terra di tropi naufragati. Non l’oblio sovrastrutturato, né la semplice dimenticanza, ma la reiterazione dell’approdo, sì.

In mancanza d’àncora: il corpo.

Fissato dai chiodi che lo trasformano in ponte  tra la riva e la deriva.

Da capo a coda: dipartita del referente e approssimazione del riferimento.

E il martello dov’è? Nessun martello si esibisce come tale. E quale che sia il responso è cosa da vanificare.

Fenomeni di instradamento e rifiuto dei processi di autoriflessività. Ah!

Spinta.

Di classe.

Senza classe.

Per un.

Un.

E ancòra.

L’àncora rifiuta il fondale. Recita il peana della fuga. Una messa in suffragio del viso celato, troppo manifestato, quasi bucato, ridotto ad icona, sottomesso al legno, al ferro, alla pietra, impastato con limo edulcorato o recuperato di straforo dalla botte dell’artigiano di comodo.

Ecco!

Un colpo al cerchio, l’altro al corpo che circola cavalcando le occasioni mancate. Passo dopo passo. Passo su passo. Terra, selciato, palcoscenico: il viaggio. Sempre riproposto. Sempre incompiuto.

Come quantificare la struttura del viaggio?

Come definire la struttura dell’idea del viaggio? L’oltraggio è nella ritenzione. La risonanza è cosa vacua per facili palati. Non si gusta il giusto, semmai si masticano con indifferenza i grumi camuffati in polpette avvelenate.

Il teorema è irrisolto. Le congetture mimano la verità. La macchina continua a produrre scarti, la macchinazione non produce senso e l’approdo naufraga in sé.

Mi chiesero di rinunciare alla rissa, ah!

Una pozza di latte per mettere a mollo le ancelle e una vasca di gesso in cui immobilizzare la regina. Cose così. Ordinaria commistione su precisa commissione. Non ci sono ferite degne di nota. Non quelle che un corpo come il mio pretenderebbe. Solo tagli e lacerazioni. Curabili. Anche senza impegnarsi più di tanto. Non si corrono rischi nel senza fine della fine.

Mi dichiaro colpevole. E proseguo. Terminando o sospendendo. Sempre strozzando. La scrittura non cede. Casomai cade. Precipita e rimbalza. Di foglio in foglio, da corpo a corpo, colpo dopo colpo. Non c’è bisogno di urlare, basta un semplice soffio e tutto si conduce.

Il progetto dice di sé.

Si dice da solo.

Da solo a solo?

Solo a.

Solo da.

Ma comunque sussulta.

Se dicessi “questo è quanto” sarei nel giusto? E se invece fingessi? Lucidamente, consapevolmente. No, non è uno spergiuro, né apologia del falso. Si tratta di vita, crudelmente e implacabilmente applicata. Perpetuata. Ogni attore ha il suo repertorio, attinge dal proprio ricettacolo, dissemina segnali, riceve segnali. Subisce segnali. Ancora un rumore, prego. Magari per sovrastare la grassa risata. Anche il ritorno nei luoghi dell’infanzia produce il suo scarto. I luoghi sono in perenne mutazione, assecondano il tempo e si fanno fuorviare da esso. Ma praticarsi nella sola andata è come abortire. Sono un agnello sacrificale. La graticola ha raggiunto il punto del massimo calore. Posso dunque attraversarla.

Sfinge. Che vieni.

Sono parole sacre. Ostacoli destabilizzanti.

La macchina reclama la messa in moto.

Patologia immanente.

Si può citare un luogo. Si deve recitare il luogo dicendo semplicemente . O altrove. Senza nessun dove da conquistare. Una corda e un sacco. L’abito perfetto, come nei teatri dell’est: la realtà del rango più basso. I corpi esasperano il paradosso che vuole l’uomo diverso dall’animale. Tutti in ginocchio, prego. Tutti striscianti e supplicanti. Sottomessi al gioco e al giogo. Causa/Effetto. Di scatti e di scarti. Dei salti sul posto e dei passi a retrocedere. Medea è un totem. Non accade. Cade. Nel crudele crogiuolo di un mito da perpetuare. Medea è un teorema. Insieme sadico e masochista, un teorema sensibile di carne e di baratri. Ancòra una volta: si cade. Non ci si accade in un mito. Si può solo fingere il sorriso forzato o l’urlo abortito. Strappo. Le cicatrici sono visibili. Il derma agogna il taglio, l’applauso è d’obbligo. Senza che si oda il rumore dei palmi.

Senza.

Non più.

Più.

O meno.

Senza un centro. Senza un baricentro che dia senso all’equilibrio. Si espande la chora. Tracima humus isterico. Ho perso la memoria del rivolo di sangue. Bisogna ricrearlo. Sodoma agevola il percorso per l’a venire. Ma non basta. Il porcile è sempre rigoglioso. Si sa: i maiali mangiano di tutto. Si parte sempre dagli escrementi, si conclude sempre con gli escrementi. Malgrado gli incrementi di parole suppliche orazioni affabulazioni. Si rischia il tracollo se si pensa ad altro e all’altro. La crudeltà persiste, basta lanciare il dado, crollare sullo zero e vanificare la chance. Ogni innesto è un incesto: strutturale e strutturalista. Dinamico. Condiziona il flusso riedificando le maree. Le dimore sono inabitabili perché trattate a fuoco vivo. Il ricordo degli attraversamenti produce icone: si rendono disponibili a risalire la china, sono disposte a procedere a ritroso.

Come che sia.

Sia che.

Sia come che.

Nessuna giustezza nelle penetrazioni: le lamine sono friabili. Perduta attenzione, avulsa partecipazione. Passato, presente, mi sono presente solo assentandomi. Mi accompagno solo lasciandomi la mano. Verso dove, verso come, verso a verso. Nel piede abiurato, nella rima abolita, nel ritmo che ridonda solo scemandosi. Procedo e me ne vanto. Crollando, continuamente. Notare e non dimenticare: ci si avvicina solo allontanandosi. E mi sembra quasi superfluo ribadirlo. I sentieri si aprono al passaggio del seme dell’indifferenza. Coatto e coartato, il corpo imprime il suo peso. Caduta. Dalla cima più alta. Tonfo sordo.

Poco più del.

Meno.

E ancòra di più.

Come se fosse giusto così.

Così.

Parole. Parole scritte. Si espandono, linea a linea. Forse con amore, talvolta con odio. Per transitare. Senza la possibilità di una fine, senza la possibilità di finirsi.

Sfinimento?

Che sia questa la parola-chiave?

E se fosse una parola-baule?

Ancora un cranio per gratificare il muro, ancora un colpo per emaciare il corpo. In assenza di sangue ho finalmente ritrovato la memoria del rivolo. Lasciate che vengano a me carichi di saliva oltraggiosa. Li condurrò per mano sulla strada da Tebe a Colono e racconterò loro la storia più vecchia del mondo. I figli ammazzano sempre i genitori. In un modo o nell’altro, nel rifiuto o nel simbolo. Nell’ostentazione di una croce da portare con rassegnazione o da esibire come trofeo distintivo. Il seme è sempre infecondo. Soprattutto se mette al mondo un’altra vita, o un’altra morte, o un’altra indifferenza. Il pasto è stato fin troppo consumato, oltremodo digerito o vomitato. Nulla resta, se non la consumazione in cui ci si illude di sopravvivere. Resta il nulla della neutralizzazione. La tesi è indimostrabile, quindi: veritiera. Non un punto a chiudere, non un a capo per glorificare la caduta e illudersi di rimandare il supplizio. Il possibile non riesce a divenire plausibile. Vidi chiaramente la traiettoria della pietra, non mi curai dell’impatto e del contraccolpo. Pronunciai ugualmente il mio discorso, ma qui oramai nessuno si concede il lusso di ascoltare.

Ecco.

Ecc.

E.

Ai posteri la sentenza già nota e risaputa. Travestirsi è un fallimento, per alcuni addirittura un’ingiuria. Rivestirsi con i panni del conforme aiuta a ristabilire la quiete? Non si danno risposte.

Non più.

Più.

O meno.

Minimo e minimizzato. O solo mitizzato: il corpo. È anche una questione di pelle.  La pelle altra, la pellicola di cui ci rivestiamo per fallire nuovamente. Io so. Io so che non c’è scampo. Bisogna continuare a strisciare.

Sfinge. Che vai.

Sono tante parole. Massime e massimizzate.

La macchina denuncia l’impurità del carburante.

Patologia trascendente.

Il taciuto e il rimosso. Silenziati e deprivati. Istanze, distanze, surplus di metafore: è questo il gioco da giocare. È questo il gioco in cui ci si manca mancando l’immediato. Non c’è immanenza se non nelle mediazioni tra remissione e furore, negli intervalli dove il corpo celebra la sua ambigua inconsistenza. Credevano fossero milioni di trucioli gettati allo sbaraglio. Ma non hanno tenuto conto dei coacervi che alimentavano i grumi. Campionare i nodi è pratica deleteria. Si rischia il linciaggio. Ma qualcuno deve farsi carico del peso e rilanciare la pietra. Ci vorrebbe un lancio carico d’effetto. Per formare una parabola: la linea curva in cui s’inarca il senso. Il senso che puzza d’osceno. L’osceno messo in scena. Messo sotto sequestro.

Sequestro della scena dell’osceno?

Con una messa solenne?

Ah!

E il fuori scena che rientra?

Futilità di parvenze perbeniste. È sempre l’altro a guidarci, basta dargli un pasto da divorare. E poco importa che sia carne morta o carne viva.

Bisogna scopare con l’ospite. Il buon senso lo pretende. Non c’è paradosso nel frequentarsi a più livelli. Solo continuità e disfacimento. L’alloro è rinsecchito. Ha perso l’odore e il lucore. Non c’è corona che tenga insieme giunti e cardini. Solo una mazza chiodata a percuotere i nudi piedi. La postura del disadattato, la realtà delle borgate, la maschera popolare: funzioni e disfunzioni. C’è mimesi nello sguardo supplicante?

C’è scarto nella mimesi?

Tutto noto e risaputo. Tutto sufficientemente consumato. Il trauma rivendica l’approdo al corpo. Il corpo è sempre votato alla dissolutezza  e al sacrificio. Anche nei gesti d’ordinaria quotidianità: “ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia”. Non risuona lo sconforto. Non più. S’odono solo i rintocchi a morto della campana che apre la porta all’incedere del tempo che non riusciremo a vivere. Per ogni luogo il suo tempo impossibile. Per ogni corpo un tempo personalizzato? Utopie? Forse, ma non basterebbe comunque. Ribaltare è come pervertire: la sopravvivenza è nella sovrascrittura. Non si può fingere che tutto vada bene. Per procedere è buona norma retrocedere, sempre e comunque. Abiurare un ciclo è cosa di poco conto. L’eco ridimensiona il gesto. Non c’è dispersione dopo aver fissato l’affresco con chiodi di carne. La macellazione è pratica umana. Le macchine sono malfunzionanti, gli ingranaggi rifiutano l’olio,  gli untori sono rimasti disoccupati. Il seme implode sempre nella guaina: non c’è involucro che non sia osannato. Per credenza popolare o per induzione coatta. Le lacrime sprofondano nello sperma. La mano non può più toccarle se non inabissandosi a sua volta.

Sarà questo il vero sollievo?

E i sospiri?

Nota bene: amplificare il sospiro e eliminare il sollievo. Come lascivia vuole e pretende. Sia questo allora. Ancòra. Certo, lo sperma si dà. Erutta. Atto del nulla che si crede tutto. Tutto questo. E altro ancora.

Perché sbagliare? Figliare? Terra trema. Tema, grafema e segno. Il graffio come pegno. Terra madre: concubina. Terra madre: chora. Ancòra una volta: l’àncora non attecchisce al limo. Anche ora.

E allora?

Sfinge. Che resti.

Sono parole che assolvono. A posteriori.

La macchina è definitivamente inceppata.

Patologia patologica.

Accatta. Raccatta. Quantifica il ricevuto e il rubato. Dissemina lo scarto, l’incuria del gesto che accompagna la supplica dolente, la dismissione indolente, la luce negata o solo smarrita, per lucida scelta o solo per caso. La differenza è sempre nella ripetizione. Nella clinica del desiderio. Il lampo a ciel sereno è semplice utopia. Non si dà luce, né lumi, né barlumi. E l’aureola è pura inarrivabilità. Risibile, la storia di tutti. Inaudita, la storia di nessuno. Non c’è storia senza esercizio del potere. Non c’è potere senza disprezzo e diffamazione. Il burattinaio ha tagliato i fili. Le marionette alimentano la discarica. Siamo scarti in putrefazione confusi  nell’indifferenziato. Non possiamo più riciclarci. Madre città. Padre paese. Figlio senza nome, senza fissa dimora o accasato altrove, nella scatola dell’incomprensione. La norma e l’infrazione. Un cappello rovesciato. Ancòra, ma prima. Prima che l’atto si tramuti in misfatto, prima che la carta rigetti l’inchiostro. È sempre una questione di lingua. Prendere la parola: è questa la sintesi! Prendere la parola per dire la parola? Tesi e antitesi. Mi prendo in parola e sono nel giusto. Ma a chi importa? Prendere la parola è cosa desueta e destabilizzante. Prendere la parola per dire la parola che spieghi il maltolto equivale a un suicidio. Ancòra una volta, prima e dopo: il teorema è irrisolto! Cosa ci resta se non credere nel senso e nel sesso?

Oplà.

Op.

Là.

Una musica. Il silenzio che ne consegue. Invasione. Tenue e leggera. Uno sfioramento, ma incalzante. Il grave e il gravitazionale: la religione e il coro che riempie l’antro deputato al rito. Nella consumazione un osanna. Osa Anna il canto, ma l’antro è a cielo aperto. Puzza di fogna, come a dire: qui si vive di riflessi e di riflussi.  Cade la luce. Mamma Anna investita dalla luce. Che sia il sole o un lampione è cosa di poco conto. Anna e la città, ancòra una volta: il grave e il gravitazionale. Una crosta dura come il marmo, un marmo friabile come mollica. Anna: pane della città. Anna Santa della città santa. Sant’Anna che dispensa pane e umori. Senza e con soluzioni di continuità. E di contiguità. L’effrazione vissuta nello scarto dello sguardo, nel silenzio e nello stallo. Frontalità, affresco, icona: trasfigurazione. L’artificio del fuoco: il beneficio del dubbio. Ritorneremo all’editto e all’Edipo, al proclama e all’esibizione di una mancanza. Riedificheremo ziggurat e piramidi, giocheremo con mummie e monili arrugginiti nei deserti del consumismo. “Quanto sei cattivo, io te credevo così bbono”, certo: la frase è lapidaria. Ma non è una questione di cattiveria. Forse di cattività. Assurdina e Ciancicato: un abisso da praticare. Il reato è nel sogno di un’impossibile perfezione. E la prevaricazione?

Perché?

Per.

Che.

O come che sia

Se proprio deve essere così.

E non altrimenti.

Tradimento e tradizione. Il primo dissolve la traccia della seconda e l’occhio accenna lo stallo. Pura aporia. Ma bisogna comunque tendere la mano. L’ipotesi è sempre una zona franca. Tutto è lecito, tutto resta pulito. La tesi invece si crogiola nel fango. È nella sua natura sporcarsi. Basta sfogliare le foto per riconoscere gli errori. Basta credere nel fato per sentirsi sollevati.

Ecco.

Da qualche parte ci si rigenera.

Riconfigurazione.

Coda a capo volta.

Si rivolta.

Si disguaina il senso.

Nudo.

Crudo.

Chiunque è bene accetto.

Basta entrare.

Dentro.

Qualsiasi cosa vale.

Basta enunciarla.

Fuori.

Tra il santo e il sacro: l’intervallo! Non c’è rito, né pregiudizio che possa renderli insieme. Tutti lo sanno ma nessuno prende la parola per dirlo.

Primultimo dogma: tacere! Prendere la parola è cosa sempre più ardua. Ci si annulla nel farlo. Ci si imbastardisce nel dirlo. Teorema, Porcile, Salò: è questa la vera trilogia della vita? della morte? del potere? della borghesia? della rivoluzione?

Non c’è soggettiva che valga l’idea della morte intesa come vita al lavoro. Tutto riluce. Ma solo al nero. Tutta la vita è un’opera al nero. Il passo al di là richiede coraggio. Ma il salto resta sempre fuori dal gioco. È un po’ come la misura della santità scandita dal grandangolo in un primissimo piano: un cortocircuito quasi paradossale, ma imperante e imperativo.

A bientôt!

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Il testo è contenuto in Aa.Vv. Pasolini La diversità consapevole, a cura di Enzo Campi, con contributi critici e creativi di Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Vladimir D’Amora, Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

Marco Saya Edizioni, 2015 – ISBN 978-88-98243-24-2

Il volume può essere acquistato direttamente sul sito della casa editrice e sui principali portali on line.

https://www.ibs.it/pasolini-diversita-consapevole-libro-enzo-campi/e/9788898243242#

http://www.libreriauniversitaria.it/ricerca/query/Pasolini%20la%20diversit%C3%A0%20consapevole/reparto/tutti

http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html?prkw=Pasolini+la+diversit%C3%A0+consapevole&cat1=1&prm=&type=1

 

I collaboratori di Bologna in Lettere – Marco Saya Edizioni

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http://www.marcosayaedizioni.net/

Marco Saya Edizioni è una neo casa editrice costituita nel 2012 che si occupa prevalentemente di poesia contemporanea. La linea editoriale prevede un catalogo che oltre la poesia include la narrativa, saggistica varia e contributi sulla musica jazz. Le pubblicazioni sono suddivise, al momento, in quattro collane: Poesiaoggi (dedicata alla poesia), Segni (prosa), Graffiature (saggistica), Assoli (jazz). Oggi, a mio avviso, in Italia ci sono degli ottimi poeti. Dove nasce il problema? Normalmente sono sempre i soliti noti che pubblicano con i soliti editori nel solito scambio di figurine tralasciando tutto un mondo di altrettanti ottimi poeti che vengono spesso lasciati fuori dal mercato dello scambio delle figurine. Non si tratta dunque di incrementare il numero di player nel catalogo della Panini ma di dare voce a chi, a nostro avviso, merita di essere selezionato e pubblicato secondo alcuni parametri in parte soggettivi, legati a un proprio gusto, in parte legati all’individuazione di un’univocità e ricerca della scrittura poetica che, anche se buona o eccellente, non sia omologata come tantissima poesia del 900. Sicuramente tematiche legate all’attualità del nostro presente, l’impegno “sociale” e non la vita dei bianchi gabbiani sono un plus per essere letti e valutati anche dai collaboratori della casa editrice. Come delineato in precedenza l’attinenza o presa di coscienza critica con il tempo presente, l’urbanità amara del proprio raccontarsi che è poi il racconto di tutti noi, una sperimentazione del proprio linguaggio mai avulso dalla concretezza della realtà, l’ironia, sono tra le peculiarità degli autori pubblicati dalla casa editrice. Non vorrei che queste guidelines fossero, però, viste come un editto bulgaro. Quando ho deciso di intraprendere questa attività editoriale ho pensato a una linea editoriale che, e sarà il tempo a deciderlo, avesse una propria coerenza di scelta all’origine. La casa editrice deve indicare, giusto o sbagliato che sia, un percorso preciso al lettore il quale nel tempo a venire, quando prenderà in mano un libro del catalogo saprà di “che morte deve perire”. Non si possono mischiare, come spesso accade nei cataloghi proposti dalle varie case editrici, gli “amori della peppa”  che non interessano a nessuno anche se in “bello stile” con i voli pindarici di gabbiani sempre più neri e sempre meno bianchi con la poesia “pacifista” tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, una politica, questa, demenziale, come andare all’Esselunga con il carrello della spesa e prendere ciò che capita, quasi a caso. Vorrei concludere con il riassumere come sia importante per una piccola casa editrice che si affacci, oggi, sul mercato, la proposizione del proprio catalogo. Quando si parla di poesia contemporanea mi riferisco sia a una scrittura/percorso di ricerca sia ad un linguaggio che rispecchi e si compenetri con il nostro tempo/presente. È vero che la poesia è un mercato di nicchia ma è anche vero che lettura di “nicchia” è spesso la solita lettura dei soliti lettori che si scambiano le figurine/libro tra i soliti autori. Si tratta, appunto, di ribaltare questa visione con nuovi stimoli di lettura che siano fuori dai cori e non intonati con essi. È evidente che sarà, poi, il tempo a decretare se la scelta degli autori sarà stata efficace per far cambiare un giudizio spesso aprioristico e omologato sul presente della poesia contemporanea in Italia. ( Marco Saya )

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Marco Saya è nato a Buenos Aires il 3 aprile 1953. Dal 63 risiede a Milano. Musicista jazz, scrittore ed editore. Diverse pubblicazioni, ultime la raccolta poetica dal titolo Filosofia Spicciola (2014) e Chiacchiericcio (2012) edite da Marco Saya Edizioni, Murales edita dall’Arca Felice (2010) e Situazione Temporanea edita da Puntoacapo Editrice (2009). È presente poi in diverse antologie tra cui segnaliamo: L’albero degli aforismi (2004), Il segreto delle fragole (2005) e L’antologia delle stagioni (2006) edite da Lietocolle; Swing in versi (2004) edita da Lampi di Stampa e Vicino alle nubi sulla montagna crollata (2007) edita da Campanotto. Ha condotto una rubrica musicale sul sito della Rizzoli Speaker’s Corner. È presente su tutti i più importanti siti di scrittura, rubriche e riviste letterarie. Raccoglie, poi, importanti risultati nei vari concorsi proposti, segnalato in diverse edizioni del premio “Lorenzo Montano” curato da Anterem, vincitore con la raccolta Situazione Temporanea della XXIV edizione del premio Nuove Lettere a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli (2010) e della X edizione del Premio Carver (2010), infine premiato al Concorso Laurentum 2011 per la poesia online, I° premio della critica, e menzione speciale della giuria per la raccolta edita Murales (L’Arca Felice) finalista tra le prime cinque. Infine giunto nella terna finalista con la raccolta Chiacchiericcio sempre al Concorso Laurentum 2013 e premiato al premio Farina con la raccolta Filosofia Spicciola (2014).

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Modalità di veicolazione della cosa letteraria – Bologna in Lettere

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In controtendenza col famoso detto popolare: “chi ben comincia è a metà dell’opera”, facciamo qualche passo a ritroso. Nel novembre del 2011 veniva inaugurato a Bologna un progetto denominato “Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze”. Proviamo ad estrarre alcuni passaggi sugli scritti teorici che caratterizzavano e spiegavano, per grandi linee, il progetto.

Lo scopo del progetto è essenzialmente quello di far CIRCOLARE i libri e le cosiddette “risorse umane” creando dei momenti di aggregazione, scambio e confronto che possano abbattere qualsiasi tipo di divisione ideologica, editoriale, di mercato, ecc., mettendo in comunicazione tra loro diverse e svariate realtà che operano nel settore o che sono impegnate in tal senso. Quello che conta qui è una vera e propria “messa al lavoro” della letteratura. Semplificando e riducendo, si potrebbe dire che se le “esistenze” sono riconducibili ai libri, in quanto oggetti fisici, le “resistenze” rappresentano le “azioni” di quei “soggetti” fisici che producono i libri. Aggiungendo una sola caratterizzazione: il fatto di ostinarsi, per esempio,  a produrre e a “spacciare” poesia in Italia, oggi come oggi, deve essere considerato come un vero e proprio “atto politico”. In tal senso ogni azione di questo tipo viene a rivestirsi di un plusvalore sociale. “Letteratura necessaria” è un progetto che vuole rendersi pratico, concreto e tangibile. Qui si tratta di far sì che la necessità di mettersi in gioco in prima persona diventi l’aspetto preponderante della diffusione della letteratura come atto corporeo, politico e aggregativo. L’idea di fondo è quella di ovviare alla sempre più imperante DISPERSIONE che caratterizza, in negativo, l’attuale panorama letterario nazionale e di creare una sorta di rete che permetta la costituzione e la ripetizione di eventi collegati tra loro ove far interagire realtà letterarie e realtà editoriali, in un regime non competitivo, ma collaborativo. “Letteratura necessaria”, beninteso, non vuole essere un movimento tematico, ma pluritematico, volto a certificare la propria “esistenza” e a diffondere una sorta di “resistenza”. Resistenza a chi e a cosa? A tutto ciò che è omologazione, ghettizzazione e che ripropone gli stessi, triti e ritriti, canoni letterari. In poche parole il progetto, almeno in fase concettuale, nasce “in costruzione” e crescerà sempre “in costruzione”, assorbendo e consolidando, di volta in volta, necessità, urgenze, tematiche e facendosi portavoce di messaggi che possano rientrare nei concetti di necessarietà, esistenza e resistenza.

Ci sono diversi modi di intendere la parola “resistenza”.

Io credo che “resistenza” significhi essenzialmente perseguire un determinato fine, farsi portavoce –  attivo e fattivo-  di una scelta senza cedere il passo a divieti, imposizioni e compromessi.

Parliamo quindi di scelta. La scelta di campo è fondamentale. Naturalmente per “Bologna in Lettere” (che nasce comunque come costola, supplemento e protesi del progetto Letteratura Necessaria) la scelta è di tipo culturale.

Tra gli addetti ai lavori (ma non solo tra loro) sono oramai in molti a dichiarare un progressivo impoverimento culturale.

E questo è, purtroppo, un dato di fatto.

Non è forse questo il luogo più adatto per analizzare come e perché ciò sia accaduto. L’avvento totalizzante della rete è sicuramente in parte responsabile. L’immediata accessibilità ai cosiddetti contenuti fomenta inevitabilmente la superficialità dell’approccio e inficia l’approfondimento.

Oggi, nella pratica quotidiana, la parola “cultura” viene spesso confusa, ad esempio, con nozionismo e/o informazione.

Bisogna quindi parlarne, e ne parleremo diffusamente nel corso degli eventi del nuovo corso di Bologna in Lettere. Una prima parola d’ordine del nuovo corso deve essere ricercata nel “focus”, inteso essenzialmente come focalizzazione e quindi approfondimento; e una seconda parola d’ordine va ricercata nella “tematizzazione”.

Tra il 1920 e il 1930 era in auge nei paesi dell’est una forma di teatro denominato agit-prop (uno dei maggiori teoreti e praticanti del movimento fu Erwin Piscator). Agit-prop  stava, molto semplicemente, per agitazione e propaganda. A seguito della Rivoluzione d’Ottobre, in Russia circolava un convoglio ferroviario ove artisti di varia estrazione giravano per il paese mettendo in scena opere teatrali e divulgando un messaggio propagandistico. Manifesti, comunicati e volantini venivano stampati direttamente sul treno e disseminati lungo il percorso. Le intenzioni erano prevalentemente politiche, ma uomini come, ad esempio, Piscator compresero che al discorso politico si poteva affiancare anche una sorta di rivoluzione artistica nelle modalità di rappresentazione e di messa in scena delle opere. Non a caso, in collaborazione con Walter Gropius progettò una sorta di Teatro Totale ove attori, spettatori e macchine teatrali coabitavano uno stesso spazio rendendolo dinamico.

Se l’agitazione è una messa in movimento di un contenitore, la propaganda è l’atto stesso del fare, senza dimenticare che il significato originario della parola poesia è per l’appunto fare. La stessa parola drammaturgia, ad esempio, proviene da drama-ergon, ovvero: azioni al lavoro, messa in opera delle azioni.

A questo punto mi sembra necessario (tanto per restare in tema) riproporre alcuni passaggi dall’editoriale che accompagnava la seconda edizione del Festival

Questo «fare», questo agire (o farsi agire), oserò dire: questa agitazione della cosa  letteraria, ha condizionato e caratterizzato tutta l’attività di “Letteratura Necessaria”, ovvero di quel progetto, magari utopista (ma, del resto, senza la sana e lucida utopia di un’evoluzione pressoché continua è difficile cimentarsi nel “passo al di là”), di aggregazione letteraria che dissemina, a piccole dosi, oramai da diversi anni e lungo tutto l’arco del territorio nazionale un gesto doppio e simultaneo, una sorta di combinazione veleno/antidoto, proclamando quella “necessaria” riconciliazione dei contrari, che dovrebbe essere caratteristica peculiare e imprescindibile di qualsiasi pratica che si spaccia sotto il nome di letteratura. E quindi, Il «fare» e l’aggregazione sono i sintomi principali di questa patologia in divenire a cui abbiamo dato il nome di “Bologna in Lettere”, registrandola idealmente tra le nuove malattie del millennio, una malattia che, paradossalmente o patafisicamente, trova la sua cura nell’assunzione giornaliera di quel veleno/antidoto cui si faceva riferimento più sopra, e che taluni si ostinano a chiamare inchiostro. Carta canta quindi. E difatti carte di vario tipo e fattura verranno disseminate lungo tutto l’arco del festival. Sotto diverse forme: la fisicità dell’oggetto-libro, la sua restituzione orale, figurativa, visuale, musicale, ecc.

 

Lo spirito di Bologna in Lettere si può riassumere proprio in quella frase che nell’ultimo passaggio è stata trascritta in grassetto: agitazione della cosa  letteraria. Ed è per questo che allo slogan originario dell’agit-prop aggiungeremo una piccola protesi: agit-prop-poetry. Vorremmo che d’ora in poi B.I.L. venisse identificato e ricordato anche attraverso questa frase.

Perché il format del Festival in questi anni si è praticizzato proprio pensando a quella frase.

La letteratura, come già ampiamente  detto e ribadito in varie e svariate occasioni, dovrebbe – per restare al passo coi tempi e per produrre interesse – essere disseminata in tutte le sue estensioni multidisciplinari. In poche parole, i diversi linguaggi artistici dovrebbero calati in un contenitore, per così dire magnetico, ove ci si possa spostare (produrre transito e quindi anche agitazione) cavalcando ideali (ma anche concreti) sistemi d’attrazione. In tale ottica i sistemi d’attrazione rappresentano le linee d’intercomunicazione tra le varie discipline, linee che possono (e devono) affiancarsi e/o compenetrarsi tra loro.

In letteratura spesso si parla di case o di dimore ove stabilire una sorta di residenza elettiva. Ci piace pensare a “Bologna in Lettere” come ad una sorta di dimora, una residenza laboratoriale da attraversare in tutte le sue stanze. Ed è così che ognuno degli eventi che compongono il festival viene a costituirsi come una sorta di stanza, ognuna diversa dall’altra,  con le proprie pareti, magari animate, da scandagliare e gustare, da contemplare o magari toccare con mano. Perché poi il nostro fantomatico «fare» presuppone, anche e soprattutto, il contatto fisico. Non siamo qui a spacciare delle novità o delle rivoluzioni, ogni modalità di veicolazione presuppone, in sé, una fisicità, più o meno evidente, più o meno caratterizzata e/o drammatizzata. È così da sempre.

Quindi Bologna in Lettere non nasce dal nulla o come per incanto. È la diretta prosecuzione di quel progetto nato nel 2010 e denominato Letteratura Necessaria. Nella fattispecie era un progetto di aggregazione letteraria e si basava essenzialmente sulla creazione di una sorta di rete, un circuito esteso a tutto l’arco del territorio nazionale, che coinvolgeva di volta in volta, per ogni città, almeno un autore o un organizzatore di eventi con il quale concordare le modalità di realizzazione dell’evento e gli autori da invitare. Veniva così  a realizzarsi un progetto come dire multiforme, mai uguale, in continua mutazione. Con questo progetto sono stati realizzati nel corso di 3 anni più di 70 eventi che, oltre Bologna,  hanno toccato le principali città italiane da Torino a Napoli, passando per Milano, Parma, Mantova, Padova , Venezia, Verona, Reggio Emilia, Cesena, Pesaro, Firenze, Roma, Caserta, ecc

Lo spirito di aggregazione insito nel progetto si è poi trasferito di sana pianta nell’idealizzazione di un festival. Bologna in lettere nasce così. Conserva la voglia di aggregazione, di scambio, di confronto, di approfondimento e perché no, anche di vetrina che aveva caratterizzato quelle che nel progetto di Letteratura Necessaria venivano chiamate “azioni” e numerate progressivamente, non perché accadeva qualcosa di cruento o di necessariamente fisico, ma perché c’era la volontà di compiere un gesto, un gesto emblematico e che soprattutto potesse essere riconosciuto e identificato. Per queste ragioni la prima edizione di Bologna in Lettere, che si è consumata in una sola giornata, ha scelto di caratterizzarsi attraverso un format atipico, inusuale, quello della maratona non stop di eventi. Format che comunque è stato confermato e consolidato nelle due edizioni successive.

La vera novità del 2015 è stata l’estensione temporale del festival su 6 giornate, ed è una cosa decisamente significativa, se si pensa che il festival che ha ricevuto il Patrocinio – per le iniziative relative alle Scuole – dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna, il Patrocinio del Comune di Bologna, la collaborazione con del Centro Studi Archivio Pier Paolo Pasolini della Fondazione Cineteca di Bologna, la collaborazione con Marco Saya Editore, e la collaborazione con Cassero Lgbt Center, è comunque un festival interamente autoprodotto, che non ha ricevuto cioè nessun tipo di sovvenzione o contributo economico istituzionale. Una grande opera di volontariato, con l’aggiunta di qualche sottoscrizione, un crowdfunding autogestito, le quote di iscrizione ai concorsi, la volontà di ammortizzare il più possibile i costi di gestione attraverso prestazioni d’opera specifiche e gratuite e via dicendo, ecco che nasce un festival il cui scopo è quello di raggiungere una propria radicalizzazione nel territorio che pesi sempre più a livello nazionale e soprattutto che venga considerato patrimonio culturale della città in quanto punto di riferimento per la cultura letteraria. Le intenzioni sono anche quelle di imbastire una tessitura di rapporti e collaborazioni con le istituzioni culturali cittadine e nazionali e con altri organismi simili per creare una sorta di gemellaggio tra vari festival, proprio al fine di dare valore al concetto di aggregazione espresso in apertura.

Detto in soldoni: produciamo libri, organizziamo concorsi letterari, operiamo – in un certo senso – anche a livello didattico coinvolgendo scuole e università, creiamo delle situazioni di incontro e confronto tra gli autori, creiamo dei momenti di interazione col pubblico all’interno degli eventi, operiamo sulla fusione tra approfondimenti e spettacolarità, coinvolgiamo altre figure, associazioni e gruppi sia a livello locale che nazionale,  ecc.

È più o meno questo quello che facciamo, ed è più o meno così che intendiamo quella fatidica parola che ci permette di essere qui: «fare»

Ed a proposito di «fare», siamo lieti di presentare ufficialmente la quarta edizione del Festival

 

 

BOLOGNA IN LETTERE

Festival Multi-disciplinare di Letteratura Contemporanea

QUARTA EDIZIONE – 2016

 

Stratificazioni (arte-fatti  contemporanei)

 

 

Il Comitato Promotore di Bologna in Lettere apre ufficialmente il Cantiere per la quarta edizione che avrà luogo a Maggio del 2016.

Il progetto globale consta anche di una serie di eventi speciali di vario tipo che avranno luogo da novembre 2015 ad aprile 2016.

Per la sua quarta edizione il Festival sarà dedicato alla figura di Amelia Rosselli.

La novità più significativa sarà rappresentata dal coinvolgimento di alcune strutture universitarie. Non a caso il concorso letterario, che verrà bandito presumibilmente nel mese di Ottobre, oltre alle tre sezioni canoniche (adulti tema libero, adulti a tema, scuole superiori a tema) comprenderà anche una sezione, a tema, riservata agli allievi universitari. Anche quest’anno il Festival realizzerà un volume comprensivo dei testi dei finalisti di ogni sezione e di contributi critici e creativi incentrati sulla poetica di Amelia Rosselli. Il volume sarà edito da Marco Saya Edizioni.

Sia il palinsesto del Festival che la strutturazione degli eventi speciali sono in una situazione di work in progress, ma possiamo comunque anticipare che due degli eventi speciali saranno incentrati sulle figure di Antonin Artaud e Luigi Di Ruscio.

Nell’ambito della programmazione verranno ritagliati spazi specifici a progetti installativi e verrà realizzata una rassegna di video-arte e cortometraggi.

Al di là degli inviti diretti, tutti gli autori che vorranno proporsi (per singole letture, per progetti specifici, per partecipare alla selezione delle rassegne di video-arte e cortometraggi, ecc.) al Festival possono inoltrare richiesta all’indirizzo info.bolognainlettere@gmail.com

Le richieste devono essere corredate di dati anagrafici, curriculum breve, foto, eventuali link a testi e/o video, e quanto altro si ritenga necessario. Gli esiti delle selezioni per ogni tipologia di partecipazione verranno resi noti sui canali di comunicazione del Festival  a partire da marzo 2016.

L’indirizzo bolognainlettere@gmail.com è riservato ai soli concorsi letterari.

Vi ricordiamo che il nostro crowdfunding autogestito è attivo tutto l’anno. Per chi volesse sostenere con una piccola sottoscrizione i costi vivi di gestione e ricevere a casa un libriccino autoprodotto dal Festival può seguire il link

https://boinlettere.wordpress.com/2015/03/20/bologna-in-lettere-2015-sottoscrizioni/

L’indirizzo bilsottoscrizioni@gmail.com  è riservato al solo crowdfunding.