Bologna in Lettere 2017 – Dislivelli – Roberto Batisti vs Francesco Maria Tipaldi

Sabato 13 Maggio ore 16.30/22.00

Cassero, Via Don Minzoni 18

 

 

 

Francesco Maria Tipaldi è un autore ancor giovane, nato nel 1986, ma già veterano delle nostre lettere, con cinque pubblicazioni in volume nel giro di dieci anni (da La culla del 2006 all’ultimo Nuova poesia extraterrestre, uscito lo scorso anno per Carteggi Letterari). Non è solo questione di produttività – la sua figura autoriale si è subito stagliata in un panorama spesso amorfo grazie a connotazioni tematiche e stilistiche, nel bene e nel male, molto distintive. Nelle raccolte di questo enfant terrible della poesia appare fin da subito una linea stilistica molto riconoscibile e personale: un neo-surrealismo ‘pagano’ e oltraggioso, che certo conta diversi antecedenti nel Novecento italiano (specie meridionale, da Landolfi a Bodini), ma che in lui appare nuovo per il tocco scanzonato e goliardico, e per la piena identificazione col mondo raffigurato. Tipaldi infatti non allestisce scenografie barbariche col distacco puntiglioso dell’antropologo, ma ci s’immerge senza pudore. Se qua e là nei suoi momenti più sommessi sembra affiorare una filosofia nichilista, in Tipaldi la mancanza di senso del cosmo suona più come una promessa che una condanna. Come prova la stessa sfacciata familiarità che l’autore esibisce col divino e coi grandi temi esistenziali, quello di Tipaldi è, niccianamente, un convinto ‘sì’ a una vita di cui pure si riconosce appieno la drammatica insensatezza:

 

Ira di Dio

 

Tipaldi verrà capovolto

chi l’avrebbe mai detto quando in casa

venivano rospi grossi come buoi

e mi facevano le feste

e mi leccavano con quella loro lingua

 

Passeggiai lungamente

per i prati per i prati Gesù strusciava

furiosamente

la scarpa nell’erba

– sono cafoni questi miei cani! –

è vero, risposi!

 

(Traum, p. 68)

Il mostro soffriva come un Dio sulla terra

 

allontana poeta

da me questo calice tremendo…

 

Lo misero in una bacinella larga

prima di sparargli.

 

Poi il boato, lo schifo del sangue tra i capelli.

 

Bisogna preferire

 

l’orrore dello stare al mondo a quello di uscirne?

 

 

(NPE, p. 19)

 

Come risulta chiaro da questo esempio, tratto fondamentale della scrittura di Tipaldi è anzitutto la commistione tra la sfera astratta (e ‘alta’) e quella materiale (e ‘bassa’). Tipicamente, i suoi versi sposano l’elemento sacro, ieratico e sapienziale con quello carnale, volgare o disgustoso. Ma non è solo, come parrebbe, una ricerca della blasfemia scandalosa. Alla base della poetica di Tipaldi sta una tecnica di metamorfosi continua, quasi psichedelica: ogni cosa può assumere i tratti di qualsiasi altra (da umano o divino ad animale, da animale a pianta, a oggetto inanimato, e viceversa), abolendo così i confini fra le categorie dell’essere nonché – sul piano della lingua – fra i registri stilistici. L’effetto sul lettore è disorientante e inebriante al tempo stesso.

 

Angelus

 

Via dai culoni delle contadine

dove finisce l’orto.

 

La terra dà le grida del parto,

le carissime doglie, nasce la verzura.

– Sia lode alle molli latrine dei maiali –

la domenica non si lavora,

si posano le zappe e ci si veste per bene.

– Dio presenta al mondo le sue lattughe –

Ai petti tumefatti degli alberelli

una giostra di fieno, e l’anima uterina che bruca

di dita di pane a sazietà.

 

(Traum, p. 15)

novella prima o della morte per amore

 

Quando scoprì che la cagna era incinta

morì dal dolore.

 

L’amava come si ama una donna,

il figlio non era il suo.

 

novella seconda o del trauma

 

Da quando i maiali l’hanno caricato nel ‘92

il poveruomo è diventato demente,

passa il giorno a letto; di tanto in tanto

picchia a sangue l’albero di pere.

 

novella terza

 

L’uva fragola sarebbe stata causa di enormi

terribili diarree

Lo sapevano Nahum e i profeti tutti.

 

Le feci divennero molli

I ragazzi provarono il sentimento dei vitelli.

 

 

(Traum, pp. 16-18)

 

“Angelus” in particolare è un vero concentrato delle metamorfosi cui si alludeva: in capo a pochi versi la terra è assimilata, secondo antica metafora, a una donna, gli alberi dotati di membra umane, e la stessa anima ridotta a un comportamento quanto mai animale. Di nuovo è menzionato Dio (e, nelle “novelle”, i profeti), ma sempre in contesto tutt’altro che riguardoso. Si sarà pure notato come l’ambientazione primitivistica e rustica sia quella di gran lunga predominante nei testi di Tipaldi, almeno quando sono ambientati in un paesaggio ancora vagamente riconoscibile.

 

Questo stile ha conosciuto nella produzione di Tipaldi un’evoluzione graduale e non sempre lineare, ma in fondo coerente. Il nostro poeta ha spesso fatto riuso di testi da un libro all’altro, in particolare riversando il contenuto di plaquette ‘preparatorie’ in sillogi più corpose. Non a caso i testi conservati sono di solito – a mio avviso – quelli più efficaci: le poesie qui proposte sono apparse dapprima ne Il sentimento dei vitelli (2012) e poi confluite in Traum (2014), di cui costituiscono la memorabile sequenza d’apertura.

Altrove si possono osservare, invece, esperimenti provvisoriamente abbandonati; ad esempio, con la forma lunga e dialogica, pseudo-teatrale, che caratterizzava alcune sezioni del giovanile Humus (2008) per essere successivamente ridimensionata. Sulla lunga distanza, infatti, questo surrealismo esuberante e guascone poteva diventare disorientante, caotico, e patire un’eccessiva gratuità. Trovo che gli esiti più incisivi della poesia di Tipaldi siano stati finora piuttosto quelli brevi, che esaltano la sua tecnica di fusione dei piani concentrandola al massimo, in un’unica scena o immagine dalla carica al tempo stesso grottesca e sapienziale, lirica e provocatoria. Lo dimostrano bene, credo, flashes straniati come quelli riportati poco sopra.

 

La lingua adoperata dal nostro poeta è, adeguatamente alla materia, impura e ‘molle’ (campo semantico, quest’ultimo, ossessivamente presente in Tipaldi, tra fanghi, gelatine e umori corporei vari), fino a correre il rischio di sembrare informe. Non si cercano infatti piacevolezze di suono, e neppure l’ordine rassicurante che un ritmo riconoscibile può imprimere anche alla più magmatica delle materie (in Tipaldi, poeta amusico e cacofonico, la metrica è la grande assente, o forse la grande vittima sacrificale). Si accolgono piuttosto abbassamenti bruschi di tono e vere e proprie sgradevolezze (onomatopee improbabili, goliardate, allegre oscenità). Esiterei però a parlare di vero espressionismo linguistico, dato che il significante non riceve eccessive violenze, mentre a urtare sono casomai le immagini descritte (e come Gualberto Alvino ha dimostrato in un recente saggio, è un controsenso parlare di espressionismo delle immagini e non della lingua). Comunque, quelle di Tipaldi sono scelte non dovute a incuria, ma quasi sempre funzionali a rendere un mondo premoderno e premorale, sensuale e brutale, drammatico e ilare. La sfida che si pone a Tipaldi è dunque quella della messa a fuoco, del contenimento d’un estro fondamentalmente anarchico.

 

Anche a questo riguardo nell’ultimo, snello libretto (che auspicabilmente anticipa, al modo usato, l’opus magnum del poeta nocerino) convivono tratti di continuità e di novità. Da un lato, Tipaldi non rinuncia alle illuminazioni lapidarie e fulminanti, sembra anzi asciugarle lavorando per sottrazione fino a ottenere un massimo di concentrazione formale: così in testi brevissimi come La madre pettina in giardino o “Eden”.

 

La madre pettina in giardino

bambine

che non invecchieranno.

 

Una scimmia con lo stomaco gonfio

mastica un porro.

 

 

 

 

(NPE, p. 18)

Eden

 

(marmellata di fichi)

se lo faceva leccare dalla cagna

 

come Adamo non se ne vergognava

non se ne vergognò.

La sera cantava, sniffava vernice dai secchi

 

 

(NPE, p. 29)

Accanto a versi come questi, che sono quasi il culmine di una maniera padroneggiata ormai alla perfezione, vedo un tentativo d’innovazione nel riproporre costruzioni più complesse, anch’esse però razionalizzate e ripulite dagli eccessi più debordanti del passato, come se il poeta – avendo ormai imparato a non scialare le proprie energie immaginifiche – prendesse le mosse proprio dall’intensità gnomica dei pezzi più brevi. Mi pare significativo che una sezione del libro sia intitolata Fatti impossibili da mettere in dubbio, come a esplicitarne l’atteggiamento di paradossale assertività. È qui contenuto un testo abbastanza esteso, “Missioni”, che risulta ottenuto proprio dalla giustapposizione di sentenze, nude nella loro assurdità, che probabilmente sono vere e ragionevoli in qualche altro universo (proverbi dell’inferno, avrebbe detto Blake).

 

(missioni)

 

I lama sputano anche quando nessuno li vede, neanche un

altro lama.

 

Posso giurare di aver visto pisciare un uomo senza testa.

 

Posso giurare di aver visto un ginecologo scimmia
lanciare
una specie di missile dentro una donna.

 

Pianifichiamo di esportare la vita, ma in realtà è la morte
(non dite che è lo stesso).

 

I batteri più esperti sono abbastanza uomini per diventarlo.

 

Gli ufo esistono e somigliano a dei lama.

 

Gli ufo sono più soggetti ad infezioni fungine.
Su alcuni pianeti non ci sono le donne.

 

La diarrea ti coglie sempre impreparato, potresti negarlo?

 

Gli astronauti urinano in sacchette disgustose e pure sono

eroi.

 

Se non ci fosse l’uomo ad osservarlo l’universo nemmeno

esisterebbe;
noi sappiamo
che questa è una storia falsa.

 

 

Se un giorno ti diranno che non esisti

la donna che ti ha spezzato il cuore sarà comunque esistita.

 

Se una cosa è vera è che nessuno si libera di niente.

 

Un animale sconvolto può diventare un altro animale.
Un animale responsabile non è un animale.

 

I pinguini hanno troppi comportamenti che non vanno bene.
Bisogna dare parola ai pinguini, ma a un certo punto basta.

 

Se il silenzio è grande, una zanzara è grossa come una stanza.

 

La notte ama arrivare di notte, ma arriva anche di giorno.

 

Klimt non ha mai disegnato cipolle, ma poteva farlo
poteva farlo?

 

Le donne hanno causato la scrittura di un sacco di poesie, i

lama mai.

 

(NPE, pp. 26s.)

 

Quanto, però, questo mondo tutto personale di Tipaldi può ‘arrivare’ al lettore odierno di poesia senza essere travisato? La sua rischia infatti di sembrare una poetica superficiale, se non furba, che gioca su effetti di shock facile, su antropologie per noi irrimediabilmente esotiche. Tipaldi ha dimostrato però piglio energico e fiducia nei propri mezzi come pochi altri autori della sua generazione. Certo non si auspica che ‘maturi’: per questo poeta dell’eccesso e dell’assurdo, sarebbe una menomazione (“un animale responsabile non è un animale”, appunto). Piuttosto, che riesca sempre meglio (come accade nei migliori testi di Nuova poesia extraterrestre) a veicolare i suoi eccessi felicemente immaturi con la massima economia di mezzi, incisività ed efficacia. (Roberto Batisti)

x batisti

Roberto Batisti (1985) è assegnista di ricerca presso l’Università di Bologna e docente abilitato di materie letterarie. Specializzato in linguistica storica del greco antico – ambito in cui si collocano i suoi interessi accademici – dedica da tempo alla poesia italiana contemporanea un’attenzione non secondaria, che negli ultimi anni si è venuta concretizzando in diversi interventi critici apparsi soprattutto online (su In realtà la poesia, Poetarum Silva, Critica Impura, La Balena Bianca, Perigeion, Mumble) oltre che nell’organizzazione di reading. Ha pubblicato alcuni suoi testi poetici su riviste, siti web, antologie.

x tipaldi

 

Francesco Maria Tipaldi è nato a Nocera Inferiore nel 1986, dove lavora come farmacista. Ha pubblicato La culla (LietoColle, 2006), Humus (L’Arcolaio, 2008), Traum (LietoColle, 2014). Nel 2010 è stato tradotto e inserito nell’antologia statunitense In our own words (MW Publisher). Nel 2012 ha pubblicato con Luca Minola Il sentimento dei vitelli (EDB) che ha vinto ol premio Sea/Maconi nel 2013 ed è stato successivamente tradotto e pubblicato nella rivista spagnola “estacion poesia” (Universidad de Sevilla, 2016)

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