Pier Paolo Pasolini

Pasolini – La diversità consapevole

 

Sono morto da poco. Il mio corpo

penzola a una corda, stranamente vestito.

 

Sono dunque appena risuonate qui le mie ultime parole,

ossia: “C’è stato finalmente uno che ha fatto buon uso della morte”

Sì, è questo che ho detto, prima di ciondolare impiccato,

acconciato in un modo veramente abominevole.

 

Gettare uno sguardo indietro – come in un flash-back –

sugli ultimi fatti, significativi, insieme, e tipici,

della mia vita?

 

È l’unica cosa ora che mi interessa fare:

ma come uno scrittore di memoriali e di aforismi,

a causa probabilmente della troppa saggezza dovuta alla morte

[…]

(Pier Paolo Pasolini, da Orgia, 1988)

 

 

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Enzo Campi

 

 

Testamento

 

 

 

Allentare la presa? È questo quello che mi dicono. Rientrare nei ranghi? Per essere accettato e non più rifiutato? La regolarizzazione non rende, non serve. Alimenta la gettata della pietra e la parabola dello sputo.

Dal naufragio all’approdo. Terra di nessuno o di troppi. Terra di tropi naufragati. Non l’oblio sovrastrutturato, né la semplice dimenticanza, ma la reiterazione dell’approdo, sì.

In mancanza d’àncora: il corpo.

Fissato dai chiodi che lo trasformano in ponte  tra la riva e la deriva.

Da capo a coda: dipartita del referente e approssimazione del riferimento.

E il martello dov’è? Nessun martello si esibisce come tale. E quale che sia il responso è cosa da vanificare.

Fenomeni di instradamento e rifiuto dei processi di autoriflessività. Ah!

Spinta.

Di classe.

Senza classe.

Per un.

Un.

E ancòra.

L’àncora rifiuta il fondale. Recita il peana della fuga. Una messa in suffragio del viso celato, troppo manifestato, quasi bucato, ridotto ad icona, sottomesso al legno, al ferro, alla pietra, impastato con limo edulcorato o recuperato di straforo dalla botte dell’artigiano di comodo.

Ecco!

Un colpo al cerchio, l’altro al corpo che circola cavalcando le occasioni mancate. Passo dopo passo. Passo su passo. Terra, selciato, palcoscenico: il viaggio. Sempre riproposto. Sempre incompiuto.

Come quantificare la struttura del viaggio?

Come definire la struttura dell’idea del viaggio? L’oltraggio è nella ritenzione. La risonanza è cosa vacua per facili palati. Non si gusta il giusto, semmai si masticano con indifferenza i grumi camuffati in polpette avvelenate.

Il teorema è irrisolto. Le congetture mimano la verità. La macchina continua a produrre scarti, la macchinazione non produce senso e l’approdo naufraga in sé.

Mi chiesero di rinunciare alla rissa, ah!

Una pozza di latte per mettere a mollo le ancelle e una vasca di gesso in cui immobilizzare la regina. Cose così. Ordinaria commistione su precisa commissione. Non ci sono ferite degne di nota. Non quelle che un corpo come il mio pretenderebbe. Solo tagli e lacerazioni. Curabili. Anche senza impegnarsi più di tanto. Non si corrono rischi nel senza fine della fine.

Mi dichiaro colpevole. E proseguo. Terminando o sospendendo. Sempre strozzando. La scrittura non cede. Casomai cade. Precipita e rimbalza. Di foglio in foglio, da corpo a corpo, colpo dopo colpo. Non c’è bisogno di urlare, basta un semplice soffio e tutto si conduce.

Il progetto dice di sé.

Si dice da solo.

Da solo a solo?

Solo a.

Solo da.

Ma comunque sussulta.

Se dicessi “questo è quanto” sarei nel giusto? E se invece fingessi? Lucidamente, consapevolmente. No, non è uno spergiuro, né apologia del falso. Si tratta di vita, crudelmente e implacabilmente applicata. Perpetuata. Ogni attore ha il suo repertorio, attinge dal proprio ricettacolo, dissemina segnali, riceve segnali. Subisce segnali. Ancora un rumore, prego. Magari per sovrastare la grassa risata. Anche il ritorno nei luoghi dell’infanzia produce il suo scarto. I luoghi sono in perenne mutazione, assecondano il tempo e si fanno fuorviare da esso. Ma praticarsi nella sola andata è come abortire. Sono un agnello sacrificale. La graticola ha raggiunto il punto del massimo calore. Posso dunque attraversarla.

Sfinge. Che vieni.

Sono parole sacre. Ostacoli destabilizzanti.

La macchina reclama la messa in moto.

Patologia immanente.

Si può citare un luogo. Si deve recitare il luogo dicendo semplicemente . O altrove. Senza nessun dove da conquistare. Una corda e un sacco. L’abito perfetto, come nei teatri dell’est: la realtà del rango più basso. I corpi esasperano il paradosso che vuole l’uomo diverso dall’animale. Tutti in ginocchio, prego. Tutti striscianti e supplicanti. Sottomessi al gioco e al giogo. Causa/Effetto. Di scatti e di scarti. Dei salti sul posto e dei passi a retrocedere. Medea è un totem. Non accade. Cade. Nel crudele crogiuolo di un mito da perpetuare. Medea è un teorema. Insieme sadico e masochista, un teorema sensibile di carne e di baratri. Ancòra una volta: si cade. Non ci si accade in un mito. Si può solo fingere il sorriso forzato o l’urlo abortito. Strappo. Le cicatrici sono visibili. Il derma agogna il taglio, l’applauso è d’obbligo. Senza che si oda il rumore dei palmi.

Senza.

Non più.

Più.

O meno.

Senza un centro. Senza un baricentro che dia senso all’equilibrio. Si espande la chora. Tracima humus isterico. Ho perso la memoria del rivolo di sangue. Bisogna ricrearlo. Sodoma agevola il percorso per l’a venire. Ma non basta. Il porcile è sempre rigoglioso. Si sa: i maiali mangiano di tutto. Si parte sempre dagli escrementi, si conclude sempre con gli escrementi. Malgrado gli incrementi di parole suppliche orazioni affabulazioni. Si rischia il tracollo se si pensa ad altro e all’altro. La crudeltà persiste, basta lanciare il dado, crollare sullo zero e vanificare la chance. Ogni innesto è un incesto: strutturale e strutturalista. Dinamico. Condiziona il flusso riedificando le maree. Le dimore sono inabitabili perché trattate a fuoco vivo. Il ricordo degli attraversamenti produce icone: si rendono disponibili a risalire la china, sono disposte a procedere a ritroso.

Come che sia.

Sia che.

Sia come che.

Nessuna giustezza nelle penetrazioni: le lamine sono friabili. Perduta attenzione, avulsa partecipazione. Passato, presente, mi sono presente solo assentandomi. Mi accompagno solo lasciandomi la mano. Verso dove, verso come, verso a verso. Nel piede abiurato, nella rima abolita, nel ritmo che ridonda solo scemandosi. Procedo e me ne vanto. Crollando, continuamente. Notare e non dimenticare: ci si avvicina solo allontanandosi. E mi sembra quasi superfluo ribadirlo. I sentieri si aprono al passaggio del seme dell’indifferenza. Coatto e coartato, il corpo imprime il suo peso. Caduta. Dalla cima più alta. Tonfo sordo.

Poco più del.

Meno.

E ancòra di più.

Come se fosse giusto così.

Così.

Parole. Parole scritte. Si espandono, linea a linea. Forse con amore, talvolta con odio. Per transitare. Senza la possibilità di una fine, senza la possibilità di finirsi.

Sfinimento?

Che sia questa la parola-chiave?

E se fosse una parola-baule?

Ancora un cranio per gratificare il muro, ancora un colpo per emaciare il corpo. In assenza di sangue ho finalmente ritrovato la memoria del rivolo. Lasciate che vengano a me carichi di saliva oltraggiosa. Li condurrò per mano sulla strada da Tebe a Colono e racconterò loro la storia più vecchia del mondo. I figli ammazzano sempre i genitori. In un modo o nell’altro, nel rifiuto o nel simbolo. Nell’ostentazione di una croce da portare con rassegnazione o da esibire come trofeo distintivo. Il seme è sempre infecondo. Soprattutto se mette al mondo un’altra vita, o un’altra morte, o un’altra indifferenza. Il pasto è stato fin troppo consumato, oltremodo digerito o vomitato. Nulla resta, se non la consumazione in cui ci si illude di sopravvivere. Resta il nulla della neutralizzazione. La tesi è indimostrabile, quindi: veritiera. Non un punto a chiudere, non un a capo per glorificare la caduta e illudersi di rimandare il supplizio. Il possibile non riesce a divenire plausibile. Vidi chiaramente la traiettoria della pietra, non mi curai dell’impatto e del contraccolpo. Pronunciai ugualmente il mio discorso, ma qui oramai nessuno si concede il lusso di ascoltare.

Ecco.

Ecc.

E.

Ai posteri la sentenza già nota e risaputa. Travestirsi è un fallimento, per alcuni addirittura un’ingiuria. Rivestirsi con i panni del conforme aiuta a ristabilire la quiete? Non si danno risposte.

Non più.

Più.

O meno.

Minimo e minimizzato. O solo mitizzato: il corpo. È anche una questione di pelle.  La pelle altra, la pellicola di cui ci rivestiamo per fallire nuovamente. Io so. Io so che non c’è scampo. Bisogna continuare a strisciare.

Sfinge. Che vai.

Sono tante parole. Massime e massimizzate.

La macchina denuncia l’impurità del carburante.

Patologia trascendente.

Il taciuto e il rimosso. Silenziati e deprivati. Istanze, distanze, surplus di metafore: è questo il gioco da giocare. È questo il gioco in cui ci si manca mancando l’immediato. Non c’è immanenza se non nelle mediazioni tra remissione e furore, negli intervalli dove il corpo celebra la sua ambigua inconsistenza. Credevano fossero milioni di trucioli gettati allo sbaraglio. Ma non hanno tenuto conto dei coacervi che alimentavano i grumi. Campionare i nodi è pratica deleteria. Si rischia il linciaggio. Ma qualcuno deve farsi carico del peso e rilanciare la pietra. Ci vorrebbe un lancio carico d’effetto. Per formare una parabola: la linea curva in cui s’inarca il senso. Il senso che puzza d’osceno. L’osceno messo in scena. Messo sotto sequestro.

Sequestro della scena dell’osceno?

Con una messa solenne?

Ah!

E il fuori scena che rientra?

Futilità di parvenze perbeniste. È sempre l’altro a guidarci, basta dargli un pasto da divorare. E poco importa che sia carne morta o carne viva.

Bisogna scopare con l’ospite. Il buon senso lo pretende. Non c’è paradosso nel frequentarsi a più livelli. Solo continuità e disfacimento. L’alloro è rinsecchito. Ha perso l’odore e il lucore. Non c’è corona che tenga insieme giunti e cardini. Solo una mazza chiodata a percuotere i nudi piedi. La postura del disadattato, la realtà delle borgate, la maschera popolare: funzioni e disfunzioni. C’è mimesi nello sguardo supplicante?

C’è scarto nella mimesi?

Tutto noto e risaputo. Tutto sufficientemente consumato. Il trauma rivendica l’approdo al corpo. Il corpo è sempre votato alla dissolutezza  e al sacrificio. Anche nei gesti d’ordinaria quotidianità: “ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia”. Non risuona lo sconforto. Non più. S’odono solo i rintocchi a morto della campana che apre la porta all’incedere del tempo che non riusciremo a vivere. Per ogni luogo il suo tempo impossibile. Per ogni corpo un tempo personalizzato? Utopie? Forse, ma non basterebbe comunque. Ribaltare è come pervertire: la sopravvivenza è nella sovrascrittura. Non si può fingere che tutto vada bene. Per procedere è buona norma retrocedere, sempre e comunque. Abiurare un ciclo è cosa di poco conto. L’eco ridimensiona il gesto. Non c’è dispersione dopo aver fissato l’affresco con chiodi di carne. La macellazione è pratica umana. Le macchine sono malfunzionanti, gli ingranaggi rifiutano l’olio,  gli untori sono rimasti disoccupati. Il seme implode sempre nella guaina: non c’è involucro che non sia osannato. Per credenza popolare o per induzione coatta. Le lacrime sprofondano nello sperma. La mano non può più toccarle se non inabissandosi a sua volta.

Sarà questo il vero sollievo?

E i sospiri?

Nota bene: amplificare il sospiro e eliminare il sollievo. Come lascivia vuole e pretende. Sia questo allora. Ancòra. Certo, lo sperma si dà. Erutta. Atto del nulla che si crede tutto. Tutto questo. E altro ancora.

Perché sbagliare? Figliare? Terra trema. Tema, grafema e segno. Il graffio come pegno. Terra madre: concubina. Terra madre: chora. Ancòra una volta: l’àncora non attecchisce al limo. Anche ora.

E allora?

Sfinge. Che resti.

Sono parole che assolvono. A posteriori.

La macchina è definitivamente inceppata.

Patologia patologica.

Accatta. Raccatta. Quantifica il ricevuto e il rubato. Dissemina lo scarto, l’incuria del gesto che accompagna la supplica dolente, la dismissione indolente, la luce negata o solo smarrita, per lucida scelta o solo per caso. La differenza è sempre nella ripetizione. Nella clinica del desiderio. Il lampo a ciel sereno è semplice utopia. Non si dà luce, né lumi, né barlumi. E l’aureola è pura inarrivabilità. Risibile, la storia di tutti. Inaudita, la storia di nessuno. Non c’è storia senza esercizio del potere. Non c’è potere senza disprezzo e diffamazione. Il burattinaio ha tagliato i fili. Le marionette alimentano la discarica. Siamo scarti in putrefazione confusi  nell’indifferenziato. Non possiamo più riciclarci. Madre città. Padre paese. Figlio senza nome, senza fissa dimora o accasato altrove, nella scatola dell’incomprensione. La norma e l’infrazione. Un cappello rovesciato. Ancòra, ma prima. Prima che l’atto si tramuti in misfatto, prima che la carta rigetti l’inchiostro. È sempre una questione di lingua. Prendere la parola: è questa la sintesi! Prendere la parola per dire la parola? Tesi e antitesi. Mi prendo in parola e sono nel giusto. Ma a chi importa? Prendere la parola è cosa desueta e destabilizzante. Prendere la parola per dire la parola che spieghi il maltolto equivale a un suicidio. Ancòra una volta, prima e dopo: il teorema è irrisolto! Cosa ci resta se non credere nel senso e nel sesso?

Oplà.

Op.

Là.

Una musica. Il silenzio che ne consegue. Invasione. Tenue e leggera. Uno sfioramento, ma incalzante. Il grave e il gravitazionale: la religione e il coro che riempie l’antro deputato al rito. Nella consumazione un osanna. Osa Anna il canto, ma l’antro è a cielo aperto. Puzza di fogna, come a dire: qui si vive di riflessi e di riflussi.  Cade la luce. Mamma Anna investita dalla luce. Che sia il sole o un lampione è cosa di poco conto. Anna e la città, ancòra una volta: il grave e il gravitazionale. Una crosta dura come il marmo, un marmo friabile come mollica. Anna: pane della città. Anna Santa della città santa. Sant’Anna che dispensa pane e umori. Senza e con soluzioni di continuità. E di contiguità. L’effrazione vissuta nello scarto dello sguardo, nel silenzio e nello stallo. Frontalità, affresco, icona: trasfigurazione. L’artificio del fuoco: il beneficio del dubbio. Ritorneremo all’editto e all’Edipo, al proclama e all’esibizione di una mancanza. Riedificheremo ziggurat e piramidi, giocheremo con mummie e monili arrugginiti nei deserti del consumismo. “Quanto sei cattivo, io te credevo così bbono”, certo: la frase è lapidaria. Ma non è una questione di cattiveria. Forse di cattività. Assurdina e Ciancicato: un abisso da praticare. Il reato è nel sogno di un’impossibile perfezione. E la prevaricazione?

Perché?

Per.

Che.

O come che sia

Se proprio deve essere così.

E non altrimenti.

Tradimento e tradizione. Il primo dissolve la traccia della seconda e l’occhio accenna lo stallo. Pura aporia. Ma bisogna comunque tendere la mano. L’ipotesi è sempre una zona franca. Tutto è lecito, tutto resta pulito. La tesi invece si crogiola nel fango. È nella sua natura sporcarsi. Basta sfogliare le foto per riconoscere gli errori. Basta credere nel fato per sentirsi sollevati.

Ecco.

Da qualche parte ci si rigenera.

Riconfigurazione.

Coda a capo volta.

Si rivolta.

Si disguaina il senso.

Nudo.

Crudo.

Chiunque è bene accetto.

Basta entrare.

Dentro.

Qualsiasi cosa vale.

Basta enunciarla.

Fuori.

Tra il santo e il sacro: l’intervallo! Non c’è rito, né pregiudizio che possa renderli insieme. Tutti lo sanno ma nessuno prende la parola per dirlo.

Primultimo dogma: tacere! Prendere la parola è cosa sempre più ardua. Ci si annulla nel farlo. Ci si imbastardisce nel dirlo. Teorema, Porcile, Salò: è questa la vera trilogia della vita? della morte? del potere? della borghesia? della rivoluzione?

Non c’è soggettiva che valga l’idea della morte intesa come vita al lavoro. Tutto riluce. Ma solo al nero. Tutta la vita è un’opera al nero. Il passo al di là richiede coraggio. Ma il salto resta sempre fuori dal gioco. È un po’ come la misura della santità scandita dal grandangolo in un primissimo piano: un cortocircuito quasi paradossale, ma imperante e imperativo.

A bientôt!

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***

Il testo è contenuto in Aa.Vv. Pasolini La diversità consapevole, a cura di Enzo Campi, con contributi critici e creativi di Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Vladimir D’Amora, Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

Marco Saya Edizioni, 2015 – ISBN 978-88-98243-24-2

Il volume può essere acquistato direttamente sul sito della casa editrice e sui principali portali on line.

https://www.ibs.it/pasolini-diversita-consapevole-libro-enzo-campi/e/9788898243242#

http://www.libreriauniversitaria.it/ricerca/query/Pasolini%20la%20diversit%C3%A0%20consapevole/reparto/tutti

http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html?prkw=Pasolini+la+diversit%C3%A0+consapevole&cat1=1&prm=&type=1

 

Bologna in Lettere 2017 – Interferenze – Progetto per un cantiere aperto

Bologna in Lettere.

Anno 2017.

Quinta edizione.

“Interferenze”.

 

Se dovessimo, per forza di cose, esprimerci attraverso etichette, e quindi attraverso comunicazioni di riconoscibilità, dopo una prima edizione che si potrebbe riassumere in quella vecchia frase con cui la RAI giustificava l’assenza di segnale: “prove tecniche di trasmissione”, è cominciato il nostro percorso nella veicolazione di una “cosa” letteraria decisamente “articolata”, vuoi solo perché la sua strutturazione non si limita al solo uso (e abuso) della parola, ma indirizza il suo sguardo verso una totalità artistica che si nutre di svariati linguaggi espressivi. Da questi presupposti all’identificazione di un’impronta distintiva il passo è breve. Perché non bastano la drammatizzazione e la spettacolarizzazione senza una forte tematica centrale e una valenza concettuale. Ed è anche per queste ragioni che nel corso delle ultime tre edizioni sono venuti fuori nomi come Emilio Villa, Pasolini, Amelia Rosselli. Il fatto di usare ed abusare di queste, come potremmo chiamarle, di queste guide spirituali (e anche scomode se vogliamo),  il fatto cioè che ci facciamo accompagnare da nomi più o meno illustri, non è avvenuto per una malcelata volontà di potenza o per esigenza/urgenza d’esibizione, ma è direttamente riconducibile a quello che è stato il nostro lavoro degli ultimi anni. Ad ognuna di queste figure noi abbiamo dedicato, con fatica e dedizione, un’edizione del nostro festival. Difatti è nostro costume e stile – tra l’altro con la preziosa collaborazione di Fabrizio Bianchi prima e di Marco Saya dopo, ovvero di due editori che hanno assecondato le nostre utopie – dicevo, è nostro costume e stile realizzare per ogni edizione del festival un libro, un libro vero, fisico, palpabile, magari che puzzi ancora d’inchiostro e che sia possibile sfogliare, cosa oggi come oggi sempre meno scontata, vista l’escalation delle soluzioni (?) digitali. Perché nel nostro spirito, oltre all’aggregazione e all’incontro, oltre all’impronta multimediale che ci contraddistingue, c’è un’altra parola-chiave: la tematizzazione, ovvero l’approfondimento. Ed è per queste ragioni che, oltre agli autori già citati, nel corso degli anni abbiamo realizzato focus, ad esempio, su Zanzotto, Pagliarani, Vicinelli. Perché crediamo che, all’interno di un festival, che comunque vive anche e soprattutto della fruizione, non ci si possa ghettizzare su una linea univoca, ma che si debba andare incontro a molteplici aspettative. Da qui l’inevitabilità di impegnarsi nella veicolazione di una pluralità di linguaggi. In poche parole, anzi in una sola parola, io direi che si tratta di praticare una sorta di equilibrio. Consideriamo anche l’accezione dell’equilibrista, che deve far fatica a rimanere in equilibrio. Perché, in un festival quasi interamente autoprodotto e che non riceve sovvenzioni istituzionali o contributi da privati, si può parlare, a ragion veduta, proprio di fatica. Fatica sia fisica che mentale. Perché, ed è inutile far finta di niente, senza un budget da gestire, tutto diventa più difficile. Ma nonostante queste difficoltà, Bologna in Lettere è cresciuto negli anni sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Credo che nel corso di quattro anni di cantieri a cielo aperto siano transitati più o meno tutti gli autori che, oggettivamente (per quanto si possa dare un valore oggettivo all’attuale panorama poetico italiano), contano, o che comunque hanno qualcosa da comunicare. Biagio Cepollaro ha definito Bologna in Lettere il festival dei nostri tempi, e nell’ultima edizione Lello Voce mi ha definito, molto generosamente (bontà sua), l’uomo dei miracoli. Ognuno dei due si è espresso in tal senso proprio per questa nostra volontà, direi ostinazione, di creare qualcosa di diverso e di più articolato rispetto a quello che accade negli altri festival di settore. E ciò è dovuto proprio allo spirito con cui facciamo le cose, o meglio allo spirito con cui trattiamo la cosa letteraria in particolare e la cosa artistica in generale, ovvero ancora, oserei dire, allo spirito con cui trattiamo il gesto dell’incontro. Questa parola, “incontro”, sarà determinante nella costruzione e nello sviluppo della prossima edizione del festival, quella del 2017. Quando a Gregory Corso fu chiesto di riassumere in una sola parola il senso della beat generation egli rispose molto semplicemente “incontrare” e poi aggiunse “andare e incontrare”. Ed è proprio questo che accade all’interno del nostro festival, andare, incontrare e eventualmente proseguire il gesto, cioè “costruire”. In un’epoca, come la nostra,  dove l’urgenza predominante sembra quella di “distruggere” il fatto di essere impegnati a costruire diventa per noi un marchio distintivo, e di cui, senza false modestie, siamo anche un po’ orgogliosi.

 

E veniamo al dunque.

Il cantiere è ufficialmente aperto.

Come ampiamente espresso nei comunicati stampa e durante gli eventi, il nostro slogan “un festival lungo un anno” va a identificare un arco temporale più o meno compreso tra ottobre e maggio, all’interno del quale verranno realizzati tutti gli eventi che andranno a formare il corpus letterario, artistico e culturale del festival, che culminerà nelle giornate di maggio, e di cui di volta in volta daremo notizia.

Approfittando del fatto che nel 2017 cade il ventennale delle dipartite di William Burroughs e Allen Ginsberg e dello spirito di “incontro” e “aggregazione” che contraddistingue le nostre iniziative culturali, Bologna in Lettere si adopererà nel praticizzare una dedica speciale alla beat generation e a tutto quello che in ambito letterario e artistico si è costituito, in termini di cambiamento, a partire da quel movimento generazionale.

La dedica alla beat generation si svilupperà, come è nostro costume e stile, a più livelli, attraverso convegni, proiezioni di materiale d’epoca e di video provenienti anche da altri festival internazionali, progetti speciali, e via dicendo. I dettagli verranno resi noti non appena saranno consolidati, ma possiamo anticipare che il festival culminerà in una giornata particolare, una sorta di “raduno” che si potrebbe anche definire “epocale”, il cui scopo principale è quello di creare anche un movimento d’opinione sullo stato attuale della poesia contemporanea italiana nel confronto con altre realtà attraverso il coinvolgimento di svariate figure internazionali. Sono passati 37 anni da Castelporziano, e da allora non si è più tentato di realizzare un incontro, di massa,  in cui veicolare umori e passioni, idee e proposte, affezioni e idiosincrasie, credi ideologici e modalità critiche all’interno di uno stesso contenitore. Lo staff di Bologna in Lettere è fortemente convinto che sia giunto il tempo di provare a colmare questa lacuna e con il prezioso impegno di una serie di collaboratori esterni si adopererà in tal senso, per far sì che le parole incontro, aggregazione, cambiamento possano connotarsi all’interno di una dimensione concreta e fattiva nella realizzazione di un evento che possa essere contraddistinto come “necessario”.

Per chi fosse interessato, tra le nostre molteplici iniziative, mi preme segnalare la terza edizione dei nostri Concorsi Letterari con diverse novità riguardanti le sezioni e i premi. Qui tutte le info

https://boinlettere.wordpress.com/2016/10/09/bologna-in-lettere-2017-concorso-di-poesia-contemporanea-per-opere-edite-e-inedite/

 

Enzo Campi

Direttore Artistico del Festival Bologna in Lettere

 

 

Per info, proposte, richieste di partecipazione

info.bolognainlettere@gmail.com

 

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Bologna in Lettere – Sabato 28 Maggio

SABATO 28 MAGGIO ore 13.00

 AL RITROVO

VIA CENTOTRECENTO 1

Cura e conduzione Francesca Del Moro

Imprinting – Autori alla carta

Pranzo letterario

Con

Daniela Andreis, Fabia Ghenzovich, Lella De Marchi, 

Vera Bonaccini, Giacomo Sartori, Nicolò Gugliuzza

Sofia Demetrula Rosati, Silvia Rosa

Vanni Schiavoni, Antonella Taravella

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Giacomo Sartori, nato nel 1958, è agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vive tra Parigi e Trento. È autore di romanzi, raccolte di racconti e testi teatrali. Sue opere sono state tradotte in francese, americano e tedesco. È redattore del blog letterario collettivo Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com), dove pubblica in particolare dei testi brevi (autismi). Ha pubblicato le raccolte di racconti Di solito mi telefona il giorno prima (il Saggiatore, 1996), Autismi (Sottovoce, 2010), Avventure (Senzapatria, 2011) e, con Marino Magliani, Zoo a due (Perdisa, 2013). E i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod 2007, Italic 2013), tutti tradotti in francese, Cielo nero (Gaffi, 2011), e Rogo (CartaCanta, 2015). Il suo ultimo romanzo, Io sono dio, mi dico, è in uscita (maggio 2016, NN Editore). Per il teatro ha scritto il monologo Dispatrio (antologia Per voce sola 13, Nerosubianco, 2013), e ha curato l’adattamento del romanzo Sacrificio (prodotto dal Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento, 2013) e del romanzo Cielo nero (Premio Sipario BIS, 2013, http://www.sipario.it).

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Nicolò Gugliuzza, classe 1992, vive e lavora a Bologna, dove si è laureato ed è attualmente studente di Storia. Poeta, performer, collabora alla rivista lbestiario.org, di cui è curatore e cofondatore della rubrica poetica Salinika. Ha partecipato a diverse edizioni del movimento 100 Thousand Poets for Change. Opera come slammer e organizzatore all’interno della LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) in qualità di vicecoordinatore regione Emilia-Romagna. Conduce laboratori di poesia orale e poetry slam con le scuole superiori, ha inoltre tenuto corsi entro le strutture del carcere minorile di Bologna.
È fondatore del gruppo performativo ZooPalco.  Dicono sia avvistabile sopra palchi offuscati di tabacco e teatri inquinati.

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Antonella Taravella nasce a Verona nel marzo del 1977, dove risiede tutt’ora. Comincia a scrivere per bisogno di sfogo e dopo una gavetta splinderiana, fra multiblog e siti, nel 2012 crea Words Social Forum-Centro Sociale Dell’Arte, un sito di natura artistica che tocca varie tipologie d’arte. In seguito, non paga della nuova ventata fornita nel web da WSF, nel marzo del 2013 fonda il Collettivo WSF, costola attiva sul “campo” del sito, per la creazione di eventi e partecipazione a festival e altro con la commistione di tutte le arti. Nel 2013 cura con Enza Armiento e Sebastiano Adernò l’antologia No Job: Visioni Del Paese Irreale, che ha come scopo quello di raccogliere fondi per borse lavoro da dare a chi è stato risucchiato dalla grave crisi in cui versa il paese. Molto attiva nel panorama poetico-culturale italiano.

Sito personale:http://nevertearusapart.wordpress.com

Sito: www.wordsocialforum.com

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Fabia Ghenzovich è nata a Venezia dove vive. E’ interessata alla poesia e alle sue possibili interazioni e contaminazioni  tra i linguaggi dell’arte e in particolare con quello musicale, come nel caso di “Metropoli”, testi musicati in stile rap (terza classificata allo slam poetry libreria Marco Polo Venezia 2016).  Ha pubblicato libri di poesia : “Giro di boa” (Joker edizioni 2007), “Il cielo aperto del corpo” (Kolibris 2011- menzione speciale al premio Astrolabio 2013), “Totem”( Puntoacapo  Editrice 2015 – finalista al premio internazionale sulle orme di Lèopold Sèdar Senghor  2015.)  E’ presente in riviste  e blog letterari e ha avuto segnalazioni e premi a concorsi di poesia: secondo premio per la silloge inedita al concorso Guido Gozzano 2009, terzo premio al concorso nazionale poesia scientifica Charles Darwin 2014 e finalista al Premio Astrolabio per silloge inedita 2014. E’ inserita nel Tomo II° “ Il Fiore della poesia contemporanea” Puntoacapo editrice e nei volumi  Blanc de ta Nuque a cura di Stefano Guglielmin (Le voci della Luna). Ha partecipato a numerosi festival nazionali di poesia, tra i quali: Thousand poets for Change (Bologna 2013/2014), Festival delle Arti (Venezia 2014), Arts’ Connection ( Museo del vetro di Murano – Venezia Palazzo da Mula 2014/2015), Congiunzioni  festival (biblioteca Spinea –VE 2015), Festival  Internacional Palabra en el Mundo (Venezia 2013/2016).

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Silvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino (2008/2009). Ha fondato e presiede l’Associazione Culturale ART 10100 ed è tra gli ideatori e curatori del “FestivART della FOLLIA” e del progetto “Medicamenta – lingua di donna altre scritture”. Fa parte della redazione di Argo e cura per NiedernGasse la rubrica “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. Ha all’attivo diverse collaborazioni nel campo delle arti visive e la pubblicazione di ebook fotopoetici, tra cui Corrispondenza(d)al limite [Fenomenologia di un inizio all’inverso], Clepsydra Edizioni 2011 (con immagini fotografiche di Giusy Calia). Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”, pubblicato a puntate sulla rivista internazionale di poesia Iris News e sulla rivista Versante Ripido. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi su riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960), Ananke Edizioni, 2013; le raccolte poetiche: Genealogia imperfetta, La Vita Felice 2014;  SoloMinuscolaScrittura (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti), La vita Felice, 2012;  Di sole voci,  LietoColle Editore 2010 (II ediz. 2012); il libro di racconti: Del suo essere un corpo, Montedit Edizioni, 2010. I giorni dell’acqua è il suo primo libro in versi, uscito nel 2009 per L’arcolaio (Forlì). Per la stessa Casa Editrice esce, nel marzo 2015, Il seme del giorno, con la prefazione di Gian Mario Villalta (finalista al Premio Carducci e 2° classificato al premio internazionale Don Luigi Di Liegro). È presente nel volume I volti delle parole – 65 fotografie di poeti, a cura del fotografo Daniele Ferroni (Fondazione Tito Balestra, 2014) e su diverse antologie, tra cui Salvezza e impegno, a cura di Alessandro Ramberti (Fara Editore, 2010) e Il Canto della Terra, a cura di Maria Inversi (Samuele Editore, 2011). In dialogo col musicista Mirco Mungari lavora a un progetto sulla contaminazione tra parola e suono, intitolato mousikè techne. Organizza eventi legati alla poesia, laboratori di lettura e scrittura nel suo territorio.

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Daniela Andreis, giornalista, di Verona, inizia a scrivere in prosa e pubblica racconti su La terra piana, Nuoviorizzonti, I maestri del tabacco, Nuoviorizzonti. Vince il primo premio al concorso Leati, con il racconto La vera leggenda della strega di Terranegra. Viene segnalata al Premio Montano con la poesia È per non dire. Per Incertieditori pubblica Aestella, prosa poetica e per Lietocolle la raccolta di poesie La casa orfana. Riceve la menzione d’onore al premio internazionale Don Luigi di Liegro, con la poesia “Mi chiamo disabitata”. Partecipa da tre anni a Bologna in Lettere. Sta lavorando a una seconda raccolta di poesie.

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Vera Bonaccini (Milano, 1977) vive e lavora in Liguria. Scrive da sempre su tutto quello che le capita a tiro: fogli, scontrini, muri, a volte anche sulle proprie mani. Fa parte del collettivo Nucleo Negazioni, col quale ha pubblicato la raccolta di racconti Nagasaki Luna Park  (Edizioni La Gru, Padova 2013) e partecipato all’antologia poetica I ragazzi non vogliono smettere (Matisklo Edizioni, Mallare 2013). Suoi testi sono presenti su numerose riviste e antologie, fra cui Guadagnare soldi dal caos (Edizioni La Gru, Padova 2013). In poesia ha pubblicato Le stelle sono andate tutte al cinema, Biologica al 97% – poesie lomografiche e Cartoline da un paese in dismissione (Edizioni La Gru, 2014). È redattrice della rivista digitale Bibbia d’asfalto. Collabora col progetto di scrittura collettiva Carrascosa Project. Per Matisklo Edizioni è curatrice della collana Vertigini, dedicata alla narrativa italiana contemporanea.

vera

Sofia Demetrula Rosati (1964) è italiana per vocazione e sangue paterno, culturalmente greca per elezione e sangue materno. Vive a Roma dove svolge la professione di ricercatrice, saggista e poeta. Traduce testi poetici dal neogreco. Nel 2004 ha pubblicato la silloge “maggio inquieto di desideri” sulla rivista Passages. Nel 2006 ha tradotto e pubblicato (per la prima volta in italiano) la poeta greca Katerina Anghelaki Rooke, per la rivista Poesia (Crocetti editore). Suoi testi poetici sono apparsi in diverse raccolte antologiche e su riviste cartacee e digitali (tra cui: Il Segnale, Poesia 2.0, Carte nel vento, Trasversale, Words Social Forum). Più volte finalista al Premio Lorenzo Montano, nel 2011 ho pubblicato la silloge l’azione è un’estroversione del corpo nella Collana Opera Prima – Cierre Grafica  diretta da Flavio Ermini (riflessione critica di Tiziano Salari). Vincitrice del Premio Donna e Poesia (2012) con il volume l’azione è un’estroversione del corpo, nel 2014 ha pubblicato su Anterem una selezione di testi (introduzione critica + testi tradotti) del poeta Antonis Fostieris. Tra i suoi ultimi lavori: la solitudine della sapienza (finalista al Premio Montano 2014), in Poesia 2.0 e in Carte nel Vento (2015); senza distrazione, testo poetico su book fotografico di Cristina Rizzi Guelfi su Words Social Forum (2016); inediti per il blog Trasversale con nota critica di Rosa Pierno (2016). Sta lavorando all’ideazione e produzione di un libro d’artista. Ha ideato e gestisce il blog di poesia trattiessenziali.com.

sofia

Vanni Schiavoni è nato a Manduria nel 1977, vive a Bologna. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Nocte (L’Autore Libri, 1996); Il balcone sospeso (Lisi, 1998); Di umido e di giorni  (LietoColle, 2004); Salentitudine (LietoColle, 2006); Guscio di noce (LietoColle, 2012). Ha curato l’antologia poetica Rosso, tra erotismo e santità (LietoColle, 2010). È del 2001 il romanzo Come gli elefanti in Indonesia (LiberArs, Lecce, 2001).

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SABATO 28 MAGGIO ore 16.00

ALTRO?  

VIA UGO BASSI 23-25

 

 

Cura e conduzione Alessandro Brusa, Agnese Leo

Helas pour moi

Reading

con

Ferdinando Tricarico, Lucia Guidorizzi

Alba Gnazi, Shar Danus, Giorgio Ghiotti

Alessandra Frison, Francesco Paolo Del Re

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Ferdinando Tricarico. Nato a Napoli nel 1967 dove vive e lavora. Poeta, performer e narratore. Nel 1990 ha coordinato tam tam poesia in movimento laboratorio poetico del movimento studentesco della Pantera. Nel 2001 è stato tra i fondatori del gruppo culture in movimento attivo nel versante delle azioni e scritture di ricerca. Suoi testi ed interventi critici sono presenti in numerose antologie, riviste e blog. Ha curato diverse rassegne letterarie, laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri e le antologie Attraversamenti. Percorsi di fotoscritture. (di Salvo editore, 2002) e Alter ego. Poeti al Mann (Arte’m 2012). Ha pubblicato il grammelot Se me lo dicevi prima (Napoli, 2002) ed i poemetti Courage (di Salvo editore, 2005), precariat 24 acca (Oèdipus, 2010), la famigliastra (Manni, 2013) e i racconti Sottopressione (Palmi, 2001), Una difesa perfetta (Palmi, 2010) e Fuoco cammina con me (2013, Ad est dell’equatore). Presiede l’associazione Neapolesia ed è nel comitato scientifico della rivista di poesia, prosa e critica, Trivio.

 

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Lucia Guidorizzi è nata a Padova e vive a Venezia. Laureata in Lettere, insegnante, tiene seminari di scrittura e ha partecipato, a varie edizioni del Festival Internazionale de La Palabra en el Mundo. Ha pubblicato con Editoria Universitaria: “Confini” (2005), “Scandalose entropie. Riflessioni poetiche sugli abusi prodotti dal divenire storico” (2006) , “Ibrida Hybris”(2007), “Quadrilunio, Una tetralogia dell’anima”(2009) Ha pubblicato con Supernova “Milagros” (2011) , “Nel paese dei castelli di sabbia” (2013) e “Controcanto” (2015). Alcuni suoi articoli e recensioni sono presenti nella rivista “Le voci della Luna” e ha collaborato con la rivista virtuale “Transfinito” a cura di Giancarlo Calciolari.Ha scritto La roccaforte dell’Eden. Memorie poetiche di viaggio nello Yemen  per il film-documentario presentato alla 65.a Mostra del Cinema di Venezia : Appunti di viaggio sullo Yemen prodotto da Piero Pedrocco con il patrocinio dell’Ambasciata a Roma e del Consolato Onorario a Firenze della Repubblica dello Yemen. Alcune sue  poesie sono inserite nelle antologie “Cuore di preda” Edizioni CFR 2012, “Il ricatto del pane”, Edizioni CFR 2013, “Sotto il cielo di Lampedusa” Rayuela 2014, “Fil Rouge” Edizioni CRF 2015. Ha curato insieme a Daniela Zamburlin l’antologia poetica “Tra velme e barene. La voce della poesia” Supernova 2013. Fa parte del direttivo del Progetto 7 Lune ed è curatrice della rubrica online sulla letteratura ispanoamericana LuciAllaluna.

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Francesco Paolo Del Re ha trascorso metà della sua vita in Puglia, a Bitonto (Ba) dove è nato nel 1980, e l’altra metà a Roma, dove vive e lavora per il programma “Chi l’ha visto?” di Rai Tre. Ha collaborato inoltre con le pagine culturali diversi quotidiani e periodici. Il suo primo libro di poesie si intitola “Il tempo del raccolto”(SECOP Edizioni, 2015). Alcuni suoi versi e racconti sono stati pubblicati su riviste e in antologie. Nel 2015 è stato ospite del Festival Internazionale di Poesia “Smederevo’s Poet Autumn”, in Serbia. Nel 2016 alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Caracas, in Venezuela. Ha curato numerose mostre di arte contemporanea e ha pubblicato due saggi di critica teatrale in volumi collettanei: “I senzascarpe di ricci/forte. Desideri di fluidità mediale e identità alla deriva” (in “Mash-up Theater ricci/forte”, Editoria e Spettacolo, 2010) e “La performance totale di Maria M.” (in “Mario Mieli trent’anni dopo”, edito dal Circolo Mieli, 2013).

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Alessandra Frison è nata a Zevio, in provincia di Verona. Attualmente vive a Milano, dove studia Filosofia presso l’Università Statale. È organizzatrice, assieme a Tommaso Di Dio, della rassegna poetica “Fuochi sull’Acqua”. Sue poesie sono comparse nell’Almanacco dello Specchio 2008 (Mondadori) e in alcuni blog e riviste. Un suo racconto fa parte dell’antologia “Bloggirls, voci femminili dalla rete” (Mondadori 2009). Nel 2013 è uscita la sua prima raccolta di poesie “Le ore della dispersione” (LietoColle).

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Giorgio Ghiotti è nato nel 1994 a Roma, dove studia Lettere presso l’università La Sapienza. Ha esordito nella narrativa con la raccolta di racconti “Dio giocava a pallone” (nottetempo, 2013) e nella poesia con “Estinzione dell’uomo bambino” (Perrone, 2015). Ha inoltre pubblicato una raccolta di interviste a grandi scrittrici e poetesse italiane in “Mesdemoiselles. Le nuove signore della scrittura” (Perrone, 2016). “Rondini per formiche”, in uscita il 22 aprile per l’editore nottetempo, è il suo primo romanzo. Scrive sulle pagine culturali dell'”Unità”.

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Alba Gnazi, nata nel 1974, originaria della provincia di Roma, è insegnante di scuola primaria. Ha compiuto studi letterari presso l’Università della Tuscia di Viterbo. Sue poesie e racconti sono presenti in varie antologie, riviste, blog letterari. Ha un libro di narrativa pubblicato nel 2010 e ”Luccicanze” (Cicorivolta editore), prima raccolta poetica, edita nel 2015. Cura, con Patrizia Sardisco, il blog di poesia Un Posto di vacanza.

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Shar Danus, scrive sul blog Non Ho Fretta https://shardanus.wordpress.com/

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SABATO 28 MAGGIO ore 17.30

 CORTILE CAFE’  

VIA NAZARIO SAURO 24

 

 Cura e conduzione Jacopo Ninni

Ici et ailleurs 

Reading

con

Nino Iacovella, Christian Tito,

Biagio Cepollaro, Pier Francesco De Iulio

Francesco Filia, Hilde March,

Serena Piccoli, Giorgia Monti, Silvia Molesini

 

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Francesco Filia vive a Napoli, dov’è nato nel 1973. Insegna filosofia e storia in un liceo cittadino. Si interessa prevalentemente di filosofia, poesia e critica letteraria. Sue poesie e note critiche sono presenti in numerose riviste e antologie. Ha pubblicato i poemi Il margine di una città (Il Laboratorio, 2008); La neve (Fara, 2012), vincitore e finalista di diversi premi nazionali; La zona rossa (Il Laboratorio, 2015, con prefazione di Aldo Masullo). È redattore di Poetarumsilva.

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Christian Tito (1975), scrittore e film maker, è nato a Taranto e risiede a Milano dove lavora come farmacista. Ha pubblicato due raccolte di poesia: “Dell’essere umani”, Manni 2005 e ” Tutti questi ossicini nel piatto”, Zona 2010; La sua ultima pubblicazione è “Lettere dal mondo offeso”, L’arcolaio Ed. (2014), romanzo epistolare scritto insieme a Luigi Di Ruscio. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia e arte contemporanea “perìgeion”.

tito

Nino Iacovella Nato a Guardiagrele nel ’68. Ha riesordito in poesia nel 2013 con Latitudini delle braccia (deComporre, Gaeta). Del 2015 è la plaquette La parte arida della pianura (Edizioni culturaglobale, Cormons) È tra i fondatori e redattori del blog di poesia e resistenza umana Perigeion. Vive e lavora a Milano.

iaco

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, vive a Milano. Poeta e artista visivo è stato uno dei primi in Italia a pubblicare on line e-book di poesia con inediti  e ristampe. Dopo l’esordio poetico de Le parole di Eliodora (1984), pubblica nel 1993 Scribeide (Piero Manni ed) con prefazione di Romano Luperini e Luna persciente (Carlo Mancosu ed.) con prefazione di Guido Guglielmi. Sono gli anni della sperimentazione, della poetica idiolettale e plurilinguista, del Gruppo 93 e della rivista Baldus sulle cui pagine teorizza il postmoderno critico, lontano sia dal neoromanticismo che dall’accademismo della neoavanguardia. A partire dagli anni zero la lingua poetica diventa sempre più essenziale aprendosi ad una dimensione meditativa della poesia (Fabrica, Zona ed., 2002), Versi nuovi (Oedipus ed., 2004) e Lavoro da fare (e-book del 2006). Gli anni zero sono anche anni di pionieristica attività editoriale in rete che danno vita alle edizioni on line di ristampe di autori come Niccolai, Di Ruscio e di inediti di autori come Amelia Rosselli e di riviste-blog, come Poesia da fare (a partire dal 2003) e Per una Critica futura (dal 2007). Questa seconda fase del suo percorso si accompagna ad un intenso impegno pittorico che dà vita a mostre (La materia delle parole, a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon, Milano, 2011), spesso accompagnate da libri che raccolgono versi e immagini, come Da strato a strato, prefato da Giovanni Anceschi, La camera verde, 2009. La mostra più recente è del dicembre 2015 a Napoli, presso la galleria Movimento Aperto. Il primo libro di una nuova trilogia poetica, Le qualità, esce presso La Camera verde nel 2012, La curva del giorno, pubblicato da L’arcolaio Editore nel 2014, costituisce il secondo libro.

Sito-archivio: http://www.cepollaro.it

Blog dedicato alla poesia dal 2003: http://www.poesiadafare.wordpress.com

Blog dedicato all’arte: http://cepollaro.wordpress.com

 bg

Silvia Molesini, nata a Bussolengo (Vr) il 14 luglio 1966, vive e lavora come psicoterapeuta a Costermano (sempre Vr). Ha pubblicato le raccolte Nuova noia (Ibiskos ed. 1987), L’indivia (Campanotto ed. 2001), Il corpo recitato (I figli belli ed. 2004), Lezioni di vuoto (Liberodiscrivere ed. 2006), Cahier de doléances (Samiszdat 2009), 13 algebriche mistiche (voici la bombe 2010), Un Es opaco (e-book, amazon 2014) e il romanzo in blog “Nascita e morte (titolo provvisorio). Ha partecipato al romanzo a rete Rifrazioni scomposte su corpo 12 e, per circa due anni, membro fondatore, al progetto Karpòs. È presente in diverse antologie, su riviste letterarie , fascicoli e siti web (Le voci della luna, Filling Station, L’ortica, Critère, Niederngasse, Progetto Babele- Il foglio letterario- Historica, Absolute Poetry, Lettere Grosse, La dimora del tempo sospeso, Podcast di Poecast, La poesia e lo spirito, Private, Tellusfolio, Nuove Tendenze, Ellin Selae). È stata segnalata in alcuni concorsi di poesia (nel 2008 : con Esanimando al Premio Montano e al premio Mazzacurati/Russo con Cahier corpo piccolo ). Ha collaborato con con Zeropoetry, Absolute Poetry e Vdbd e tuttora collabora con NiedernGasse. È coinvolta nel progetto di  diffusione poetica orale Letteratura Necessaria curato da Enzo Campi. Work in progress: Castello. Prossima pubblicazione per Oèdipus edizioni: Mazzo di fiorellini.

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Giorgia Monti. Nasce a Forlì il primo ottobre del 1968, città dove tuttora vive e lavora. Nel febbraio 2012 esce, per Cicorivolta ed., “Che razza di mondo”, la sua prima silloge poetica. Nel 2012 fonda il gruppo di scrittura “Colare Parole” e nel 2014 esce, a cura di Casa walden, il volume collettivo “Giri di parole – mappe emotive della Forlì che scrive”. Nel 2013 collabora con la Coop. Soc. L. Valli con 9 poesie brevi che accompagnano i batik realizzati dagli artisti. Nel 2014, scrive 26 poesie brevi che accompagneranno le opere della III edizione di “Galleria a Cielo Aperto”, progetto patrocinato dal Comune di Forlì. Dal 2009 gestisce laboratori di scrittura creativa in collaborazione con diverse del territorio. Nel 2015, con Serena Piccoli e Silvia Tiso, dà vita al progetto artistico “Versi diversi per parole sorelle”, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, prende parte al progetto “OR-DITE!” come autrice e performer, progetto da cui prende nome l’omonima antologia,  Altre sue poesie sono incluse nelle antologie “Voci dell’aria” e “La pace è in fiamme” a sempre per Exosphere PoesiArtEventi. E’ di questi giorni l’uscita dell’ep “Tra acqua e acqua”, con musiche e arrangiamenti di F. Fanuzzi e M. Sboarina.

monti

Serena Piccoli, poeta, drammaturga e scrittrice padovana. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Nata farfalla” (WLM Edizioni), il romanzo “La rocca del tempo fermo” (Ed. Lettere animate) e ha ideato e curato l’antologia “Or-dite! Trame d’arte contro la violenza sulle donne” (Exosphere PoesiArtEventi). Autrice di varie commedie, pièces su temi sociali e corti teatrali. Il suo monologo: ‘Non ne usciamo vive ‘ è stato selezionato nel 2014 per la mostra ‘Io sono il mio grido’  – Palermo 2014, e Pinacoteca Albertina di Torino nell’ambito di ‘Sulla mia pelle’. Sue poesie appaiono in varie riviste e libri, tra cui: ‘La luna storta’ a cura di Ivan Lasorsa (WLM edizioni), ‘Voci dell’aria’ Antologia di Poesia Femminile (Exosphere PoesiAerEventi), ‘La pace è in fiamme’ antologia di poesie (Exosphere PoesiArtEventi), ‘Quaderno numero 12’ e ‘Quaderno numero 14’ (Cleup editrice) dello storico gruppo letterario Formica Nera. Alcuni suoi versi inglesi sono nel progetto fotografico-letterario ‘Quoting love’ di Robert Roach per l’Università di Rochester, Regno Unito, in mostra nel giugno 2015 a Londra presso The Old Truman Brewery

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Hilde March, nata a Pisa ma fiorentina di adozione, ha cominciato a scrivere poesie alla soglia dei quarant’anni. Nel 2013 ha vinto il premio Voci della Luna per testi inediti, e tra il 2014 e il 2015 sono uscite le due raccolte “Il seme e il resto” (Teseo Editore) e “Passi sparsi” (Transeuropa), con una postfazione di Elisa Biagini. Attiva in laboratori, reading ed eventi di promozione della poesia, tra i suoi interessi è il rapporto tra scrittura poetica e arti visive, per i quali ha partecipato a progetti sperimentali rivolti al pubblico in collaborazione con il Centro di Cultura Contemporanea “La Strozzina” di Firenze. Dalla raccolta “Passi Sparsi” è stato prodotto di recente il video omonimo: https://www.youtube.com/watch?v=vHV694K6l2g

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Pier Francesco De Iulio è nato a Roma, dove vive e lavora. Laureato in Lettere alla Università “La Sapienza”, si occupa di Comunicazione e Formazione aziendale. Direttore editoriale del magazine on-line Megachip.info è tra i fondatori del canale di informazione indipendente sul web Pandora Tv. Suoi testi sono stati pubblicati su diversi blog e riviste letterarie e d’arte (Bibbia d’Asfalto, Iris News, La presenza di Èrato, Nuovi Argomenti, Poetarum Silva, Versante Ripido, Poetineranti, Words Social Forum e altri). Una selezione di sue poesie è stata tradotta in francese da Silvia Guzzi e pubblicata sulla rivista “terre a cièl – poésie d’aujourd’hui”, accompagnata dalle illustrazioni di Pierre Rosin e da una nota di lettura di Cetta Petrollo. Attualmente sta lavorando alla sua prima raccolta di poesie

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SABATO 28 MAGGIO ore 20.00

CASSERO LGBT CENTER  

VIA DON MINZONI 18

 

 Cura e conduzione Enzo Campi

Regia tecnica Mario Sboarina

Langue-de-carpe

Barbara Pinchi 

Di lapidi e terra

Antonella Bukovaz 

casadolcecasa

Alberto Mori 

Negative-Text

Nina Maroccolo 

Cuori d’aceto duro

Julian Zhara 

Condominio 779: interni

Alessandro Burbank 

Poesia aumentata: One Man Sciò

Marilena Renda 

La sottrazione

 

Arte-fatti contemporanei

Maria Assunta Karini

Abraham’s Greenhouse 

Cristalli di fantasmi 

Don Chisciotte

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Nina Maroccolo, Massa 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata a Firenze nel ‘75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004. Scrittrice, cantante e performer, autrice di testi teatrali, interprete, artista visiva. Lavora a recital, perfomances, improvvisazioni, azioni sceniche, teatralizzazione di testi. Ha lavorato con City Lights Italia, consorella europea della casa editrice fondata da Ferlinghetti. Nel 2009 le è stato conferito il Premio Nazionale per la Narrativa dal Sindacato Nazionale Scrittori, SIAE, Reti di Dedalus, per il racconto “Malestremo”. Pubblicazioni : IL CARRO DI SONAGLI (City Lights Italia 1999); ANNELIES MARIE FRANK (Empirìa 2004, 2a ed. 2009), con una lettera di Alda Merini; FIRENZE-ROMA (Pulcinoelefante 2004), a cura di Eric Toccaceli; DOCUMENTO 976 – Il processo a Adolf Eichmann – (testo drammaturgico, Nuova Cultura, Roma 2008), con prefazione di Fabio Pierangeli e Roberto Mosena; ILLACRIMATA (Tracce 2011), con saggio introduttivo di Paolo Lagazzi; S’IMPALPITI MATERIA – Omaggio a Giacomo Manzù, libro-oggetto d’arte a tiratura limitata (Edizioni d’Arte Musidora 2011); ANIMAMADRE (Tracce 2012), romanzo: prefazione di Fabio Pierangeli. MALESTREMO – Sedici viaggi nell’Altrove (Tracce 2013), racconti: introduzione di Marco Palladini, a concludere la Trilogia dal titolo I POSTERI DEL MODERNO (Illacrimata, Animamadre, Malestremo). ERO NATO ERRORE – Storia di Anthony, romanzo scritto insieme ad Anthony Wallace (Pagine, Fondazione Roma Arte/Musei, 2014).

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Marilena Renda è nata a Erice, ha vissuto a Roma e Palermo e vive (per il momento definitivamente) a Milano, dove insegna, scrive e traduce. È laureata in Lingue e ha conseguito un dottorato in Italianistica con una tesi su ebraismo e letteratura nel ‘900. Collabora a doppiozeroAlfabeta2 e Bookdetector. Ha scritto e pubblicato in rivista e volume saggi su Giorgio Bassani, Primo Levi, Anna Maria Ortese, Jolanda Insana e Amelia Rosselli. Nel 2010 è uscita per Gaffi la monografia: Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano e nel 2012 per dot.com press il poema Ruggine. http://puntocritico.eu/?p=4981 Nel 2015 sono usciti i racconti Arrenditi Dorothy!  per L’orma e le poesie La sottrazione per Transeuropa.

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Maria Assunta Karini nasce come scultrice. Studia a di Parigi nella sezione di scultura a l’École nationale supérieure des beaux-arts. Studia tecnologie del marmo alla Scuola del marmo di Carrara e le tecniche scultoree sul granito per quattro mesi in Montreal, Canada. Frequenta il laboratorio di scultura SGF di Carrara. Partecipa a numerose manifestazioni e concorsi di scultura monumentale (Israele, Brasile,Messico, Francia, Repubblica Ceca , Corea ecc),sue opere si trovano in numerose collezioni pubbliche e private. Successivamente, intraprende un percorso di sperimentazione visiva passando alla fotografia e videoinstallazione. Segue corsi di sperimentazione audiovisiva, cinema sperimentale e d’artista. Elabora numerosi progetti attraverso la commistione di questi mezzi espressivi, anche grazie ad un percorso individuale di ricerca scientifica e le sue applicazioni nell’arte e collaborazioni internazionali con gruppi artistici multidisciplinari (Centro Provincial de Artes Plásticas y Diseño , Habana Cuba, MADC Museo de Arte y Diseño Contemporáneo,San José Costa Rica ). Frequenta corsi di cinema sperimentale all’Aiace a Torino e alla Civica Scuola di Cinema Fondazione Milano. Contemporaneamente sviluppa un percorso di regista e sceneggiatrice , realizzando numerosi cortometraggi e medio metraggi che hanno partecipato a festival nazionali ed internazionali (Cannes, Seattle, Seoul, Teheran, Clermont Ferrand, Barcelona, Athens, Warsaw, Amsterdam etc) ottenendo diversi premi e riconoscimenti. Ha partecipato a numerose esposizioni in musei, fondazioni e gallerie, tra i quali Fondazione Mazzotta Milano , BAC Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona , Mart Museo d’Arte Contemporanea di Trento e Rovereto, MADC San Jose (Costa Rica) etc. Ha collaborato alla realizzazione di video musicali come il docu-film Break blues dove hanno partecipato grandi nomi della musica e della letteratura americana,tra i quali Frank Lisciandro, Joe R. Lansdale, Sonny Landreth, Anthony Neil Smith, Tim Willocks, Lance Leadbetter. “Ghosts of Industrial Sunday”, con la collaborazione musicale di Simon Fisher Turner. Moth Masque cd e dvd con le musiche di Timothy Renner film realizzato da Maria Assunta Karini e Francesco Paladino.“Timelakedocumentario sull’artista Gregg Lake, prodotto dalla Manticore Records U.S.A.

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Antonella Bukovaz è originaria di Topolò-Topolove, borgo sul confine italo-sloveno, nelle valli del Natisone. Lì ha cresciuto le sue figlie e scritto poesie che sono confluite in un libro, “Tatuaggi”, edito da Lietocolle (2006). Dal 1995 ha partecipato a diverse rassegne di arte contemporanea in Italia e in Slovenia; dal 2005 si dedica prevalentemente alla poesia e alle interazioni tra parola, suono e immagine in forma di lettura, videopoesia e video-audioinstallazione. Ha realizzato i suoi lavori collaborando con i musicisti Sandro Carta, Marco Mossutto, Hanna Preuss, Antonio Della Marina, Teho Teardo, Massimo Croce, Antonella Macchion. Per “Storia di una donna che guarda al dissolversi di un paesaggio” ha vinto il Premio Antonio Delfini 2009. Ha scritto il poema breve Maipiù-Nikolivec rappresentato nello spettacolo di teatro sonoro S.E.N.C.E dell’Atelje Sonoricnih umetnosti di Hanna Preuss al Cankarjev dom di Ljubljana, al Teatro Miela di Trieste e alla Gekken galery di Kyoto; nel 2013 l’Atelje produce lo spettacolo Sonokalipsa,  per il quale scrive parte dei testi. Sempre nel 2013, in collaborazione con Massimo Croce, compone la partitura per le perfomance sonore Lessico Elettronico e  L’Arte dei Rumori in onore di Luigi Russolo.  Suoi versi sono pubblicati su riviste web e cartacee (il Verri, Alfabeta, in Pensiero…). Nel 2011 ha pubblicato al Limite, editore Le Lettere, con dvd (video di Paolo Comuzzi, musiche di Antonio Della Marina), è uscita nell’ Antologia Poete a nord est, Ellerani editore e nell’Antologia Einaudi Nuovi poeti italiani 6. Del 2012 è la pubblicazione del librino koordinate per pulcinoelefante e del cd Casadolcecasa per Ozky-esound. Sue poesie sono tradotte in sloveno, tedesco, inglese, francese e arabo. Collabora alla realizzazione di Stazione di Topolò-Postaja Topolove. Insegna, in lingua slovena, nella scuola bilingue di San Pietro al Natisone. Vive a Cividale del Friuli. (buk.anto@gmail.com)

https://rebstein.wordpress.com/2014/01/29/sto/#more-62079

http://www.nazioneindiana.com/2015/02/23/i-poeti-appartati-antonella-bukovaz/

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Barbara Pinchi si è sempre trovata a giocare con le parole. Nel 2002 pubblica la raccolta di poesie “D’Ombre” Prospettiva Editrice. Tra il 2003 e il 2004 partecipa a diversi Poetry Slam (Fnac Milano, Napoli, Salone del Libro di Torino). Nel 2006 partecipa a “Miss Poesia” Rai Futura Tv, Roma. E’ tra i finalisti del concorso di Videopoesia “Doctorclip” Romapoesia. Partecipa alla Biennale del Libro d’Artista, Spoleto (PG). Nel 2007 partecipa alla “Libreria degli Inediti” spazio teatrale “il Pozzo e il Pendolo” Napoli. E’ pubblicata sul catalogo “Ulisse” Associazione “Fonopoli” di Renato Zero, Roma. Nel 2008 è pubblicata su “Il Bazar dell’Incredibile” Midgard Edizioni. Inizia un nuovo percorso poetico/teatrale con lo spettacolo “Fachearrido” prodotto da “BIANCOCHIAROspazioteatrale. E’ vincitrice del Poetry Slam Biennale Marsica, finalista al Concorso BazzanoPoesia (BO). Ha collaborato con il TEDXBOLOGNA. Al suo attivo numerose performance che mescolano le sue parole alla musica elettronica (Angelo Benedetti) e alle immagini (Fabrizio Corvi): “Espostiquadrati” Palazzo delle Esposizioni, Spello. “Promenade” Festival dei Due Mondi Spoleto. “Non trovo pace” Agimus Venezia. “L’eco della mammella” a “DI-STANZE” Festival Comunitario delle Arti Sonore Università di Roma, Bologna in Lettere e Eros e kairos – Festival Internazionale della Poesia al Femminile, Viterbo. “Dei luoghi perforati dalla gioia” Palazzo della Penna – Perugia. Crea la sua prima istallazione poetica “DIMORATA” per CHIAVEUMBRA manifestazione di arte contemporanea in Umbria.

barb

Alberto Mori (Crema 1962), poeta performer e artista, sperimenta una personale attività di ricerca nella poesia, utilizzando in interazione altre forme d’arte e di comunicazione: dalla poesia sonora e visiva, alla performance, dall’installazione al video. Nel 2001 Iperpoesie (Save AS Editorial) e nel 2006 Utópos (Peccata Minuta) sono stati tradotti in Spagna. La produzione video e performativa è consultabile  nell’archivio multimediale dell’ Associazione Careof / Organization for Contemporary Art di Milano. Negli ultimi anni più volte finalista del premio di poesia “L. Montano” della rivista Anterem di Verona. Dal 2003 numerose apparizioni a Festival di Poesia e Performing Arts fra le quali: V Settimana della Poesia Italiana nel mondo (Lisbona 2005) , Biennale di Verona (2005 e 2007), Rassegna Poesia Vagabonda (Settimo Torinese 2009 e 2010) , IX Art Action International Performance Art Festival (Monza 2011), Festival Sconfina(te) Menti, Maggio Internazionalista (Brescia 2013), Bologna in Lettere, Festival di letteratura contemporanea multimediale (2013,  2014,2015). www.albertomoripoeta.com

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Alessandro Burbank (1988), poeta, performer, organizzatore di eventi, MC/presentatore, slammer, attivista culturale, divulgatore. Vive a Venezia. Ha organizzato il “Venezia Poesia” per 100 Thousand Poets For Change e “Gatarigole” https://www.facebook.com/gatarigole/photos_stream, eventi di musica, poesia, e artigianato locale per contrastare il turismo di massa e la perdita del senso di cittadinanza nel capoluogo veneto. Come ”solista” propone il suo spettagolo OneManSciò e collabora col rumorista veneziano Francesco Il Bol Gibaldi del gruppo Waterpfoof nel duo Golpe Grosso. Il Format Canti del Caos ispirato liberamente al libro di Antonio Moresco, è un cabaret poetico e musicale, crossmediale di divulgazione poetica e di partecipazione del pubblico. Partecipa al progetto internazionale ”Nemici”  http://www.theenemiesproject.com/nemici/  con il poeta Steven J. Fowler. Si è esibito a Londra presso il Rich Mix nel Novembre 2015. Scrive e collabora per la rivista culturale BlareOut di Venezia. È tra gli organizzatori del festival di poesia orale e musica digitale ”Andata e Ritorno”. Sempre per Blareout organizza il Festival dell’Erotismo  sulla sensibilizzazione dei temi dell’eros e LGBTQ.

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Julian Zhara nasce a Durazzo il 21 Maggio 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni, ha all’attivo una pubblicazione, “In apnea” (Granviale, 2009) con la prefazione di Aldo Vianello. Presente tra i finalisti del Premio Dubito in L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2013) . Oltre che poeta, performer è organizzatore culturale di eventi poetici e letterari a Venezia. Dal marzo 2012 ha iniziato una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video-artist Enrico Sambenini per il progetto “Dune”. Scrive per la rivista Blare Out con cui cura anche Andata e Ritorno. Festival di poesia orale e musica digitale.

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