Bologna in Lettere 2017 – Interferenze (primo step) – Lidia Riviello – Marthia Carrozzo

Bologna in Lettere

Un festival lungo un anno

INTERFERENZE (primo step)

Sabato 26 Novembre

ore 18.30

Cortile Café 

Via Nazario Sauro 24 – Bologna

 

Inaugurazione del nuovo cantiere di eventi

Incontro con

Lidia Riviello

Sonnologie

(Zona Contemporanea Edizioni)

 

 

Marthia Carrozzo

Piccolissimo compianto all’incompiuto

(Besa Edizioni)

 

A cura di Enzo Campi

 

 

Con una presentazione critica di Sonia Caporossi

 

 

cop-sonnologie

I feticci e gli esseri automatici

 

Siamo di fronte ad uno stato di (dormi)veglia anomalo in cui ci si muove a gruppi e si agisce per gruppi. Il passo non è singolo ma collettivo. Si tratta di una deterritorializzazione generata da un bisogno indotto, a più livelli, da quell’entità-luogo-idea-macchina che nell’opera risponde al nome di “Istituto”. Sarà bene precisare che l’Istituto è, a tutti gli effetti, un feticcio dell’era contemporanea ovvero, citando Nancy: “l’essere-qui […] di un potere e del suo presentimento”. Lo stesso Nancy ci esorta a “non feticizzare alcun nome”, forse perché nominandolo legittimiamo e consolidiamo la sua presenza-presso-di-noi. Ma la presenza comunque c’è, persiste a qualsiasi nominazione e investe la massa dei “Clienti” attraverso la disseminazione di un surplus di figure. Chi e cosa sono i “Clienti”? I Clienti sono esseri desideranti  a cui «deve» bastare non tanto raggiungere il desiderio ma praticarsi nell’illusione di poterlo raggiungere. L’Istituto, conscio di questo assioma, opera proprio in tal senso: produce immagini desideranti e quindi produce feticismo nei Clienti. È ben chiaro che bisogna istradarsi verso l’inevitabilità di un condizionamento che opera a diversi livelli e su diverse stratificazioni. Il fatto che quest’opera rappresenti una “copia taggata, esasperata e conforme del reale” (dalla nota critica, p.57) però ci permette di non cedere alla tentazione di sottoporre il flusso letterario solo ed esclusivamente al funzionamento della macchina socio-costrittiva del “potere deviante”. Dobbiamo infatti focalizzare il nostro sguardo sulla parola-chiave della citazione: “copia”. Il flusso letterario è – e deve essere – sottoposto all’autore che lo usa non solo per riprodurre ma anche e soprattutto per “esasperare” ed eccedere il reale. Non si dà realtà in letteratura. Qualsiasi illusione in tal senso è per l’appunto un’illusione. La letteratura usa maschere, filtri, metafore che vanno ad aggiungersi alle maschere, ai filtri e alle metafore della realtà creando una realtà altra che, per quanto verosimigliante, risulterà fittizia o comunque tenderà a una sua sovradeterminazione. Ogni immagine, in quanto raffigurazione filtrata e sovrastrutturata, è la figura di una figura. Per raffigurare una cosa che ha a che fare con la realtà bisogna trasfigurarla attraverso un taglio, un’inquadratura, una sospensione, un fissaggio, una particolare enunciazione, e non per ultimi attraverso una maniera e uno stile. Si può dare quindi solo una “copia” drammatizzata della realtà, che però deve essere considerata, in primis, un’opera artistica. Ed è forse per queste ragioni che l’autrice opera sul linguaggio creando un differimento, una terza persona che descrive come la realtà si presenta a noi o meglio: le modalità con cui ci viene presentata una realtà precostituita. […]

 

 

Il saggio completo qui

 

https://criticaimpura.wordpress.com/2016/11/06/i-feticci-e-gli-esseri-automatici-alimentatori-e-ricaricatori-nelle-sonnologie-di-lidia-riviello/

 

 

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Estensioni, espansioni e figure dell’intensità

 

 

Da un lato c’è il poema incompiuto di Stazio, dall’altro lato l’impostazione corporea e sanguinolenta (quasi rivoluzionaria se si tiene conto dell’epoca in cui è stata scritta) di Kleist. A questa coppia si giustappone la presenza fantasmatica di Carmelo Bene (non a caso citato in epigrafe e in postfazione). Queste sono le tracce che Carrozzo, da «strega» sapiente ed edotta nella commistione degli elementi, mette a cuocere nel calderone del mito o, se preferite, della riscrittura del mito. Il fuoco che riscalda il calderone è una fiamma viva e pulsante che aborrisce i tempi lenti ed esalta le passioni. Non ho pronunciato a caso la parola consumazione, perché il mito va consumato o comunque bisogna consumarsi in esso attraverso azioni più o meno sacrificali. […] Carrozzo conosce bene questa norma e la applica implacabilmente al corpus testuale. Ed è anche per una ragione idealizzata (non solo finalizzata alla creazione di un flusso letterario) che Achille non si accompagna ai suoi antagonisti. Per usare, come già accennato, quella che è la parola-madre dell’opera dobbiamo affermare che Achille passa “attraverso” i suoi antagonisti. L’uso che ne fa rischia i limiti dell’abuso, sia fisico che psicologico.  Tra una evidente e dichiarata nozione di forza e la proiezione di una decisiva intensità si snoda quindi un filo che guida il flusso letterario lungo una strada di conflitti irrisolvibili, e dunque “incompiuti”. Il ritmo dell’enunciazione è veloce e serrato. Achille sembra aver fretta di consumare i suoi pasti e di passare oltre. Difatti nell’Achilleide carrozziana non c’è una componente esclusivamente evocativa. Siamo, più che altro, in presenza di un registro di forze immanenti che lavorano per creare delle serie interagenti in cui coagulare, in una sorta di univocità, la dicotomia vittima-carnefice. Il flusso è costante ed è sempre sostenuto da un ritmo esemplare, non ci sono elementi di rottura o divergenze significative che possano modificare le posizioni dei punti-cardine del discorso e delle frasi cosiddette «campionate». […]

 

 

Il saggio completo qui

 

https://criticaimpura.wordpress.com/2016/09/20/estensioni-espansioni-e-figure-dellintensita-lachilleide-di-marthia-carrozzo-un-saggio-critico-di-enzo-campi/

 

 

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