Fare il punto/ Battere il tempo – Stato e stati della poesia contemporanea italiana

Fare il punto/ Battere il tempo

Stato e stati della poesia contemporanea italiana

 

 

 

Premetto che le mie impressioni sono desunte dai materiali presenti in rete. Tutti i riferimenti, tranne quelli esplicitamente rinviati dai link, sono visionabili qui http://midnightmagazine.org/tag/mitilanza/

 

 

 

Semplificando e riducendo, col beneficio d’inventario e tenendo conto che la mia opinione, in tal senso, non vale assolutamente nulla, vorrei proporre una breve riflessione su quanto si va delineando, in rete, a partire dall’evento spezzino di “Mitilanza”. In realtà, il fenomeno non va circoscritto all’evento in questione. Sono già diversi anni che, almeno tra gli addetti ai lavori, si sente l’esigenza, per così dire, di “fare il punto”. E, anche se in maniera abbastanza sporadica, ci sono stati diversi tentativi in tal senso, come se mettere a fuoco l’attuale situazione divenisse, via via, una sorta di esigenza.

Come molti di voi sapranno tra poco più di un mese cominceranno le giornate conclusive di quel Festival “lungo un anno” che risponde al nome di Bologna in Lettere, dove alcune delle tematiche proposte a La Spezia potranno trovare una prosecuzione. Che la cosa si riveli fattiva o inefficace è naturalmente da verificare sul campo.

Già in fase di preparazione, più o meno da settembre 2016 in poi, era stato proposto ad alcuni autori e critici di creare, per il festival, una sorta di approfondimento sullo stato e sugli stati della poesia contemporanea, senza limitarsi al solo panorama nazionale. Perché uno dei punti chiave (che non mi sembra sia stato trattato) consiste, anche e soprattutto, nella differenza di approccio alla poesia nei vari paesi.

Da noi la poesia (salvo rarissime se non uniche eccezioni) non viene consumata, a piene mani, nelle favelas o negli stadi come avviene, ad esempio, in sudamerica. E anche nei paesi europei, per restare a territori a noi più vicini, la poesia gode di credito, prestigio e importanza, insomma rappresenta, con le dovute differenze, una sorta di fenomeno sociale o comunque appartiene di diritto al tessuto intellettuale della contemporaneità. In Italia viene molto semplicemente ignorata, sia dal pubblico che dagli editori (così come nota giustamente Zhara), come se rappresentasse un aspetto superfluo e di scarsa utilità alla contemporaneità. Pensate al paradosso: in un’epoca dove si vive solo all’insegna del superfluo e dove ci si rivolge alla (presunta) soddisfazione di bisogni effimeri (la poesia a differenza della narrativa viene da tutti considerata all’insegna di quello che si potrebbe definire “consumo veloce”, e quindi assolutamente al passo con le presunte esigenze dei  tempi), una cosa come la poesia, considerata da tutti come superflua, viene letteralmente ignorata o relegata in un cantuccio riservato a pochi adepti.

Sarebbe giusto (e fattivo) chiedersi perché questo accade e come si possa porvi rimedio. E questo è un problema che esula dall’aspetto letterario fine a se stesso per traslare su un piano socio-educativo, di cui bisognerebbe tenere conto. E il discorso, come ha fatto notare giustamente Lello Voce (e come ha ribadito Zhara), deve traslare, anche e soprattutto dal letterario all’antropologico, deve diventare cioè strutturale e comportamentale. Se tutti sono d’accordo che in Italia la poesia manca di visibilità e di fruizione,  l’unica domanda degna di nota è questa: perché in altri paesi la situazione è diametralmente opposta? 

Credo sia giusto parlare di tutto, ma credo che sia ancora più giusto (se non necessario) dividere gli argomenti (così come nell’intervento di Rizzatello focalizzato sull’editoria e decisamente utile, per quanto forse troppo circoscritto alla sua personale esperienza), per approfondirli singolarmente e per evitare di annegare in quel calderone che sempre viene a formarsi in situazioni di questo tipo. Non è di alcuna utilità, per nessuno, saltare di palo in frasca da un argomento all’altro, produrre fiumi di parole dove non si riesce a comprendere chi risponde a chi o a cosa, continuare a rimescolare le carte e riproporre sempre gli stessi, triti e ritriti, canoni da difendere a spada tratta e a cui appoggiarsi per rendere meno precario il proprio equilibrio. Perché poi, non siamo forse tutti proiettati verso la ricerca di un equilibrio (si confronti, nel ventaglio delle possibili accezioni di equilibrio e per aprire una porta ulteriore, il concetto di “equilibrio dinamico” proposto sempre da Rizzatello) che possa creare una sorta di stabilità intellettuale e dare un senso al nostro lavoro?

 

Anche l’intervento di Batisti, in verità, è focalizzato su un argomento specifico, quello del poetry slam. Il poetry slam, in linea di massima, rappresenta una delle estensioni dello spoken word e la sua veicolazione si contraddistingue in una modalità che si potrebbe definire “popolare” (con le dovute precauzioni, potrebbe essere un’arma efficace verso una maggiore visibilità; e non è proprio della mancanza di visibilità che tutti, all’unisono, si lamentano?), ma anche “scanzonata”, così come afferma Bulfaro in un suo recente articolo dove evidenzia i tre aspetti fondamentali dello slam: democratizzazione, emancipazione, liberazione (https://www.domebulfaro.com/blog/139-poetry-slam-carta-canta-dei-diritti). L’aspetto competitivo e qualche piccola “regola” a cui sottostare sono, dal mio punto di vista, secondarie (almeno se si tiene conto di ciò che dichiara il suo inventore Marc Kelly Smith, e cioè che lo slam non è finalizzato a stabilire chi sia l’autore più bravo ma solo ed unicamente ad attribuire una maggiore importanza alla poesia), sono cioè caratterizzazioni finalizzate ad uno scopo. Credo che il problema tra poesia cosiddetta consumata in silenzio e poesia performativa sia un falso problema. E sarebbe anche pressoché inutile ricordare cose che tutti conoscono, cioè che la poesia è, etimologicamente e originariamente, azione, atto. Ma sembra che, purtroppo, debba sempre essere ricordato e ribadito.  Ma non è questo quello che realmente conta. Che sia ben chiaro: il solo fatto di scrivere un libro è già un’azione, anzi una rappresentazione. E questo già basterebbe ad eludere e archiviare il problema. La questione non è rappresentata dalle modalità di veicolazione della cosa poetica che, come è giusto che sia, sono molteplici e svariate. Il problema è a monte: cosa è poesia e cosa non lo è? E ancora: cosa è proiettato verso una ridefinizione dei canoni e cosa invece si riduce a mera riproduzione (peggio se accademica) del già acquisito e sufficientemente consumato?

I padri sono già acquisiti, in ognuno di noi, privatamente, ma non c’è bisogno di rivendicarli pubblicamente e a tutti i costi solo per avere un nome o una citazione a cui appoggiarsi e per generare una situazione di conflitto dove ciò che conta è solo avere una voce più potente e risonante degli altri o gli agganci giusti per mietere consensi in rete attraverso più canali divulgativi. Il problema è un altro: a partire da quei padri putativi cosa siamo riusciti a fare per prolungare o ri-definire il gesto originario?

Sul versante della critica, in linea di massima – al di là del genere, della metrica, dello stile (ma anche del manierismo, se volete), ecc. – tutto ciò che nella sua strutturazione pone “attenzione” alla scrittura sarebbe, in sé, degno di attenzione. E per attenzione s’intenda un trattamento attraverso un approccio esclusivamente testuale. Il critico, per ovvie ragioni, dovrebbe essere neutro e neutrale, e non fazioso. Altrimenti la critica lascerebbe il posto al puro, semplice, inutile “opinionismo”. Ed è questo il vero succo del discorso, è proprio quello che oggi accade. Siamo contenti e soddisfatti della “deriva” della critica?

A tal proposito per sintetizzare la questione cito un passaggio di Caporossi che mi sembra esemplificativo: “Se andiamo più a fondo alla questione, ci accorgiamo che ciò può darsi alla realtà solo a patto che si parta davvero dal basso, ovvero dall’analisi del testo in senso ampio, inteso come qualsiasi modalità di comunicazione (orale, visiva o scritta, in senso estetico semiotico, a superare la fuorviante dicotomia tra oralità e scrittura su cui pure ci si è accapigliati nel corso del convegno); giacché la critica testuale sembra quella modalità indagatoria messa davvero in secondo piano oggi”.

Leggo solo pochi minuti fa un articolo, ad ampio raggio (per quanto, su stessa dichiarazione dell’autore, i singoli punti vengono solo accennati)  di Maffii, dal quale estrapolo un passaggio: “Cosa succede allora adesso ?  Si è elevata la qualità dei poeti per cui sono talmente tanti che la critica è fallita non potendo fare una tassonomia né assoluta né relativa?  È diminuita la qualità e ancora nessuno ha scritto un capolavoro per cui tutti a causa dell’egorrea dominante si autoincensano come “portatori del verbo”?  L’iperproduzione impedisce una reale possibilità di sistematizzare le produzioni poetiche degli anni duemila ?  Perché è così sentita l’appartenenza ad una “genealogia” e non alla poesia stessa? L’errore è cercare un padre non interpretando invece i complicati (e non perfettamente cronologici) sistemi di parentela che meglio si adatterebbero agli ipertesti poetici”, un passaggio che sintetizza la deriva della critica attraverso un’interrogazione che mi sembra piuttosto calzante o comunque degna di attenzione (perché poi la vera dicotomia che dovrebbe interessare tutti, al di là di fazioni e schieramenti, è quella della quantità/qualità), e che getta anche un ulteriore sguardo sulla questione dei padri e sulla necessità di una deviazione verso l’antopologia ( l’articolo è visionabile qui http://www.carteggiletterari.it/2017/03/30/flashes-e-dediche-46-una-antropologia-della-poesia-brevissimo-cenno/ ).

Nell’intervento di Pacini (non me ne voglia l’autore, è un’impressione squisitamente personale, e come ho detto fin dall’inizio non vale assolutamente nulla, e sono sempre pronto, per costume e stile, a recedere dalle mie posizioni) salta subito agli occhi una vis polemica che sovrasta, significativamente, qualsiasi intenzione critica e che risulta, proprio per questo, poco costruttivo (per quanto, se non ricordo male, l’autore l’abbia poi “spacciato” come una provocazione), e quindi decisamente inutile o, se preferite, utile solo nel creare una prosecuzione in termini polemici (da opinionista e non da critico).

Anche l’intervento di Nibali, al di là di un evidente “espressionismo”, cavalcando l’onda di un’evidente polemica, si rivela un po’ sfumato, se non nella dichiarazione finale, per quanto resti da verificarne l’orientamento e per quanto il ritorno ad una presunta “sostanza originaria” rappresenti una sorta di paradosso, perché significherebbe comunque prendere a modello dei padri, e non mi riferisco solo alla “bisaccia” e alla “grotta” che Nibali erge ad emblema del necessario, ma al fatto che comunque è questa una ricerca che ha già interessato, per circoscrivere il fenomeno a tempi a noi più vicini,  almeno un paio di generazioni del contemporaneo, non solo italiano, e che più o meno tutti definiscono inattuale ma, beninteso, non è detto che non sia utile.

In linea di massima, ragionando in senso globale e al di là del contesto specifico, non è di nessuna utilità difendere alcuni interlocutori o denigrarne altri in una carica paragonabile a quella che, per certi versi, Batisti definisce “partigianeria cieca”. Così facendo si rischia il talk-show (ma chissà, forse per molti autori, e non mi riferisco a quelli citati, la cosa più importante e meno impegnativa da fare per crearsi un minimo di visibilità consiste proprio nell’attaccare a spada tratta tutto e tutti) dove le voci si sovrappongono le une alle altre creando “indistinzione”, non l’indistinzione che si verifica all’interno dei gruppi letterari (come si potrà leggere nel prossimo libro di critica di Sonia Caporossi, in uscita a giorni, e dove, nella mia postfazione si potrà leggere una riflessione, molto più ampia e articolata di questa, sulle parole e sulle cose del contemporaneo poetico), ma l’indistinzione che si crea nello “scontro” tra i vari gruppi (e che è anche, strettamente, collegata a quel conflitto generazionale su cui Mantovani giustamente insiste) e che lo stesso Nibali definisce “fratricidio”. Ma per essere “fratelli” bisogna possedere l’umiltà di recedere dalle proprie posizioni quando se ne verifica la necessità, o comunque stabilire il giusto grado di compromesso quando si è inseriti in un contesto comune e che quindi dovrebbe interessare tutti ai fini di una risoluzione e non solo nei termini della prosecuzione del conflitto. Continuare a sventolare il gonfalone e spingere la propria armata su un campo di battaglia che, a rigor di logica, non dovrebbe nemmeno esistere, non è di nessuna utilità, e questo, beninteso, vale per chiunque.

L’articolo di Mantovani è, forse, quello più lucido e neutrale, per quanto a tratti opinabile, ad esempio quando parla di “proliferazione di forme alternative al testo tradizionale“, riferendosi alla poesia orale (ma mi sono già espresso in tal senso). Ma, al di là di questo, credo sia il pezzo più costruttivo, tra quelli finora pubblicati, vuoi solo perché tende, per l’appunto, a costruire e non a distruggere.

E per concludere, faccio mio proprio un passaggio di Mantovani:Insomma, sul lungo percorso, hanno fallito i padri e hanno fallito i figli, lasciando a noi “nipoti” solo una gran confusione”. Se questo è vero, e lo è, non ha nessun senso far scendere in campo stilemi e concetti pasoliniani (o di altri padri) che appartengono a una dimensione storico-sociale diversa da quella attuale. Le modalità di veicolazione della cosa poetica (vedi i social, ma anche i semplici blog ad esempio) e le esigenze (direi anche le “obbligazioni”) degli autori/critici attuali sono diverse da quelle del passato. E questo è un dato di fatto. Punto. Il problema è: come e cosa  fare per sfruttare le nuove tecnologie ai fini della creazione di un nuovo status intellettuale che risulti realmente efficace, che lasci un segno e che faccia la differenza  nella confusionaria quotidianità?

E propongo un’interrogazione: quanti di noi, al di là della comoda poltroncina che fa da supporto “intellettuale” allo schermo del pc, fanno qualcosa di realmente costruttivo scendendo in campo e operando sul campo? Siamo veramente disposti a mettere fine alla “confusione” con qualcosa di costruttivo? O invece ci facciamo scudo di quella confusione per giustificare la nostra inadeguatezza nei confronti della storia, della letteratura, della degradazione sociale, della povertà intellettuale, delle mancate rivoluzioni, di ciò che ci ha preceduto, di ciò che ci seguirà, o di qualsiasi altra cosa in cui finiremo inevitabilmente per “mancarci”?

 

E quindi, alla fine (così come all’inizio, del resto) tutto il problema verte sul compimento di un atto, sulla realizzazione di un’azione, non dico risolutiva ma almeno fattiva. In tal senso ben venga la proposta di Nibali, proprio perché presuppone la realizzazione di un atto. Altri potrebbero non essere d’accordo con la scelta di campo e orientati verso altre direzioni, ed è giusto che sia così: del resto il nostro fine, a rigor di logica, non dovrebbe essere quello di creare un’impossibile, utopica “univocità” di canone e stile, ma solo quello di dare ordine e significanza alla “molteplicità” che segna e caratterizza il nostro tempo. Come fare ciò? Credo che nessuno di noi dovrebbe arrogarsi il diritto di rispondere categoricamente ad una domanda di questo tipo, ma industriarsi a proporre diverse strade da battere (o in cui farsi battere). Forse bisognerebbe mettere da parte la definizione di “fenomeno” e concentrarsi sulla creazione di “epifenomeni” (il tanto osannato “outsider”, su cui ha più volte e in più luoghi insistito Caporossi, ne rappresenta un’accezione significativa). Se la contemporaneità si basa sulla messa in scena di eccedenze ed è orientata verso la configurazione di casi limite, allora forse – per far parte del proprio tempo – bisognerebbe porsi al limite e lavorare sul limite, per far sì che le cosiddette eccedenze (si intenda questo termine non come un’esagerazione stilistica ma come caratterizzazione) divengano lo status normale e normato attraverso cui condursi verso la creazione di nuovi canoni, per raggiungere, per dirlo sempre con la Caporossi, quella tanto fatidica “poetica differenziale”.

 

Buon lavoro a tutti, e ricordate che (così come esorta Rizzatello) “non c’è tempo da perdere”!

 

 

N.B. tutti i passaggi in grassetto dovrebbero rappresentare le tematiche principali sulle quali si discuterà (tra una presentazione critica e un reading cosiddetto normale e normato, tra la proiezione di un video e un pezzo di spoken, tra una dedica storica e uno sguardo verso il futuro, ecc.) durante la programmazione delle giornate conclusive di Bologna in Lettere a maggio, all’insegna di quello che sarà il nostro motto: “fare il punto / battere il tempo”.

 

 

(Enzo Campi, Reggio Emilia, 30/03/2017)

 

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