Scritture di ricerca

Bologna in Lettere 2018 – Dislivelli – Premio di poesia contemporanea per opere edite e inedite

BOLOGNA IN LETTERE 2018

DISLIVELLI

PREMIO  DI POESIA CONTEMPORANEA

PER OPERE EDITE E INEDITE

 


ESITI 2018 – DISLIVELLI: QUI


 

 

Bando pubblico

 

In occasione della sesta edizione del Festival di Letteratura Contemporanea

Bologna in Lettere

il Comitato Promotore

in collaborazione con Marco Saya Edizioni

rende pubblico il bando per il

Premio di Poesia Contemporanea

 

 Dislivelli

 

Il Premio è aperto a tutti e si intende attivo a partire dal 29/08/2017

La scadenza per l’invio degli elaborati è fissata al 31/01/2018.

Al fine di agevolare i lavori delle giurie e per non causare eventuali disguidi si raccomanda agli autori di non concentrare l’invio degli elaborati negli ultimi giorni disponibili

 

 

Composizione delle giurie

 

SEZIONE A

Daniele Barbieri, Sonia Caporossi

Giusi Montali, Enea Roversi, Enzo Campi

SEZIONE B

Daniele Poletti, Luca Rizzatello, Luca Dimitriy Cenacchi

Marco Saya, Fabio Michieli

SEZIONE C

Francesca Del Moro, Loredana Magazzeni, Antonella Pierangeli

Maria Luisa Vezzali, Giacomo Cerrai

PRESIDENTE DELLE GIURIE

Enzo Campi

Le valutazioni dei testi inediti avvengono in forma anonima.

I giudizi delle giurie sono insindacabili e inappellabili.

 

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SEZIONI IN CONCORSO

Il Concorso è diviso in 3 sezioni.

Sezione A – Opere edite

Sezione B – Raccolte inedite

Sezione C – Poesie inedite

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SEZIONE A (Opere edite)

ELABORATI AMMESSI

Poemi, poemetti, sillogi, raccolte di poesia editi dal 2013 al 2018

Sono ammessi testi in altre lingue (o in dialetto) purché corredati di traduzione in italiano.

CONDIZIONI

Ad ogni autore e/o editore vengono richiesti un file in formato word o pdf e 1 copia cartacea dell’opera.

MODALITÀ DI INVIO

 (doppio invio sia telematico che cartaceo)

INVIO TELEMATICO

Formato elettronico come allegato pdf o .doc o .docx all’indirizzo concorsi@bolognainlettere.it con oggetto “concorso Dislivelli – sezione A”. Gli elaborati dovranno essere inviati entro il 31/01/2018, accompagnati dalla scheda di partecipazione (scaricabile a fondo pagina) debitamente compilata e firmata. Allo scopo di agevolare le procedure di registrazione è obbligatorio allegare copia della ricevuta del versamento. Il corpo della email dovrà comunque contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, titolo dell’opera.

INVIO CARTACEO

N° 1 copia dell’opera da inviare, per posta ordinaria (posta 4 pro o piego di libri; non effettuare spedizioni a mezzo raccomandata), a Comitato Bologna in Lettere C/O Enzo Campi, Centro Postale Operativo, Sezione Videocodifica, Via Piccard 14, 42124 Reggio Emilia

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SEZIONE B (Raccolte inedite)

ELABORATI AMMESSI

Poemi, poemetti, sillogi, raccolte di poesia inediti

Sono ammessi testi in altre lingue (o in dialetto) purché corredati di traduzione in italiano.

CONDIZIONI

I testi dovranno essere inediti.

Per inediti si intende mai pubblicati in forma cartacea. Testi apparsi solo in rete sono da considerarsi inediti.

Limite minimo 30 cartelle – Limite massimo 50 cartelle (la cartella equivale a una pagina)

MODALITÀ DI INVIO

SOLO INVIO TELEMATICO

Formato elettronico come allegato .doc o .docx all’indirizzo concorsi@bolognainlettere.it con oggetto “concorso Dislivelli – sezione  B”. Gli elaborati dovranno essere inviati, in un unico file anonimo entro il 31/01/2018, accompagnati dalla scheda di partecipazione (scaricabile a fondo pagina) debitamente compilata e firmata. Allo scopo di agevolare le procedure di registrazione è obbligatorio allegare copia della ricevuta del versamento. Il corpo della email dovrà comunque contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, titolo dell’opera.

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SEZIONE C (Poesie singole inedite)

ELABORATI AMMESSI

Da un minimo di 1 a un massimo di 3 poesie inedite

Sono ammessi testi in altre lingue (o in dialetto) purché corredati di traduzione in italiano.

CONDIZIONI

I testi dovranno essere inediti.

Per inediti si intende mai pubblicati in forma cartacea. Testi apparsi solo in rete sono da considerarsi inediti.

Limite massimo N° 3 poesie singole. Lunghezza massima consentita 50 versi (per ogni singola poesia)

MODALITÀ DI INVIO

SOLO INVIO TELEMATICO

Formato elettronico come allegato .doc o .docx all’indirizzo concorsi@bolognainlettere.it con oggetto “concorso Dislivelli – sezione C”. Gli elaborati dovranno essere spediti, in un unico file anonimo, entro il 31/01/2018, accompagnati dalla scheda di partecipazione (scaricabile a fondo pagina) debitamente compilata e firmata. Allo scopo di agevolare le procedure di registrazione è obbligatorio allegare copia della ricevuta del versamento. Il corpo della email dovrà comunque contenere nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, titolo dell’opera.

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PREMI

SEZIONE A POESIA EDITA

La giuria individuerà 6 finalisti da cui verrà poi decretato il vincitore. Al primo classificato verrà corrisposto un premio in denaro.  Le opere classificate ai primi 3 posti verranno presentate nel corso degli eventi del festival. Gli autori delle opere classificate dal quarto al sesto posto riceveranno un attestato e verranno invitati a partecipare al festival in uno dei reading in programma.

SEZIONE B RACCOLTE INEDITE

La giuria individuerà 6 finalisti da cui verrà poi decretato il vincitore. Al primo classificato verrà assegnata la Pubblicazione gratuita dell’opera a cura di Marco Saya Edizioni. L’opera vincitrice verrà presentata criticamente nel corso della cerimonia di premiazione. Alcuni estratti delle opere classificate dal secondo al sesto posto verranno assemblati in un e-book con scheda e presentazione critica. Tutti gli autori finalisti riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione.

SEZIONE C POESIE INEDITE

La giuria individuerà 6 finalisti da cui verrà poi decretato il vincitore. Al primo classificato verrà corrisposto un premio in denaro.  Gli autori delle opere classificate dal secondo al sesto posto riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione.

ALTRI PREMI

Per ognuna delle tre sezioni la giuria si riserva il diritto di conferire una serie di segnalazioni alle opere più meritevoli. Gli autori segnalati saranno invitati a partecipare al reading collettivo che inaugurerà la stagione di eventi successiva (settembre/ottobre 2018). Inoltre il presidente delle giurie si riserva il diritto di conferire direttamente uno o più premi speciali per ognuna delle tre sezioni. I vincitori dei premi speciali verranno presentati criticamente nel corso del reading di cui sopra.

QUOTE D’ISCRIZIONE

A parziale copertura delle spese di gestione il Premio prevede  quote d’iscrizione così distribuite

Opera edita – 10 euro

Raccolte inedite – 15 euro

Poesie singole inedite – 15 euro

La partecipazione a due sezioni prevede una tassa d’iscrizione complessiva di 20 euro. La partecipazione a tutte e 3 le sezioni prevede una tassa d’iscrizione complessiva di 30 euro.

I versamenti sono da effettuare con bonifico a favore di

BOLOGNA IN LETTERE – B.I.L.

iban  IT09 D02008 02404 000103539948  

ESITI

Gli esiti del Premio verranno comunicati pubblicamente entro il 01/04/2018 sul sito di Bologna in Lettere, sulla pagina facebook del Festival e su vari canali telematici.

La cerimonia di premiazione avrà luogo nel mese di maggio 2018, in data da destinarsi.

Per scaricare la scheda d’iscrizione qui

scheda-word-2018

scheda-pdf -2018

logo dislivelli banner

Gli autori firmando la scheda di partecipazione accettano  il contenuto del presente bando in tutti i suoi punti e autorizzano il trattamento dei dati personali nel rispetto delle disposizioni della legge sulla Privacy 675/96 e dell’informativa di cui all’articolo 13 del D.Lgs. N 196/2003. Il trattamento dei dati è comunque relativo  al solo Premio e per comunicati informativi sulle attività culturali e artistiche del Festival


bando presente su vari siti e portali dedicati, tra cui:banner-club-it

 

Fare il punto/ Battere il tempo – Stato e stati della poesia contemporanea italiana

Fare il punto/ Battere il tempo

Stato e stati della poesia contemporanea italiana

 

 

 

Premetto che le mie impressioni sono desunte dai materiali presenti in rete. Tutti i riferimenti, tranne quelli esplicitamente rinviati dai link, sono visionabili qui http://midnightmagazine.org/tag/mitilanza/

 

 

 

Semplificando e riducendo, col beneficio d’inventario e tenendo conto che la mia opinione, in tal senso, non vale assolutamente nulla, vorrei proporre una breve riflessione su quanto si va delineando, in rete, a partire dall’evento spezzino di “Mitilanza”. In realtà, il fenomeno non va circoscritto all’evento in questione. Sono già diversi anni che, almeno tra gli addetti ai lavori, si sente l’esigenza, per così dire, di “fare il punto”. E, anche se in maniera abbastanza sporadica, ci sono stati diversi tentativi in tal senso, come se mettere a fuoco l’attuale situazione divenisse, via via, una sorta di esigenza.

Come molti di voi sapranno tra poco più di un mese cominceranno le giornate conclusive di quel Festival “lungo un anno” che risponde al nome di Bologna in Lettere, dove alcune delle tematiche proposte a La Spezia potranno trovare una prosecuzione. Che la cosa si riveli fattiva o inefficace è naturalmente da verificare sul campo.

Già in fase di preparazione, più o meno da settembre 2016 in poi, era stato proposto ad alcuni autori e critici di creare, per il festival, una sorta di approfondimento sullo stato e sugli stati della poesia contemporanea, senza limitarsi al solo panorama nazionale. Perché uno dei punti chiave (che non mi sembra sia stato trattato) consiste, anche e soprattutto, nella differenza di approccio alla poesia nei vari paesi.

Da noi la poesia (salvo rarissime se non uniche eccezioni) non viene consumata, a piene mani, nelle favelas o negli stadi come avviene, ad esempio, in sudamerica. E anche nei paesi europei, per restare a territori a noi più vicini, la poesia gode di credito, prestigio e importanza, insomma rappresenta, con le dovute differenze, una sorta di fenomeno sociale o comunque appartiene di diritto al tessuto intellettuale della contemporaneità. In Italia viene molto semplicemente ignorata, sia dal pubblico che dagli editori (così come nota giustamente Zhara), come se rappresentasse un aspetto superfluo e di scarsa utilità alla contemporaneità. Pensate al paradosso: in un’epoca dove si vive solo all’insegna del superfluo e dove ci si rivolge alla (presunta) soddisfazione di bisogni effimeri (la poesia a differenza della narrativa viene da tutti considerata all’insegna di quello che si potrebbe definire “consumo veloce”, e quindi assolutamente al passo con le presunte esigenze dei  tempi), una cosa come la poesia, considerata da tutti come superflua, viene letteralmente ignorata o relegata in un cantuccio riservato a pochi adepti.

Sarebbe giusto (e fattivo) chiedersi perché questo accade e come si possa porvi rimedio. E questo è un problema che esula dall’aspetto letterario fine a se stesso per traslare su un piano socio-educativo, di cui bisognerebbe tenere conto. E il discorso, come ha fatto notare giustamente Lello Voce (e come ha ribadito Zhara), deve traslare, anche e soprattutto dal letterario all’antropologico, deve diventare cioè strutturale e comportamentale. Se tutti sono d’accordo che in Italia la poesia manca di visibilità e di fruizione,  l’unica domanda degna di nota è questa: perché in altri paesi la situazione è diametralmente opposta? 

Credo sia giusto parlare di tutto, ma credo che sia ancora più giusto (se non necessario) dividere gli argomenti (così come nell’intervento di Rizzatello focalizzato sull’editoria e decisamente utile, per quanto forse troppo circoscritto alla sua personale esperienza), per approfondirli singolarmente e per evitare di annegare in quel calderone che sempre viene a formarsi in situazioni di questo tipo. Non è di alcuna utilità, per nessuno, saltare di palo in frasca da un argomento all’altro, produrre fiumi di parole dove non si riesce a comprendere chi risponde a chi o a cosa, continuare a rimescolare le carte e riproporre sempre gli stessi, triti e ritriti, canoni da difendere a spada tratta e a cui appoggiarsi per rendere meno precario il proprio equilibrio. Perché poi, non siamo forse tutti proiettati verso la ricerca di un equilibrio (si confronti, nel ventaglio delle possibili accezioni di equilibrio e per aprire una porta ulteriore, il concetto di “equilibrio dinamico” proposto sempre da Rizzatello) che possa creare una sorta di stabilità intellettuale e dare un senso al nostro lavoro?

 

Anche l’intervento di Batisti, in verità, è focalizzato su un argomento specifico, quello del poetry slam. Il poetry slam, in linea di massima, rappresenta una delle estensioni dello spoken word e la sua veicolazione si contraddistingue in una modalità che si potrebbe definire “popolare” (con le dovute precauzioni, potrebbe essere un’arma efficace verso una maggiore visibilità; e non è proprio della mancanza di visibilità che tutti, all’unisono, si lamentano?), ma anche “scanzonata”, così come afferma Bulfaro in un suo recente articolo dove evidenzia i tre aspetti fondamentali dello slam: democratizzazione, emancipazione, liberazione (https://www.domebulfaro.com/blog/139-poetry-slam-carta-canta-dei-diritti). L’aspetto competitivo e qualche piccola “regola” a cui sottostare sono, dal mio punto di vista, secondarie (almeno se si tiene conto di ciò che dichiara il suo inventore Marc Kelly Smith, e cioè che lo slam non è finalizzato a stabilire chi sia l’autore più bravo ma solo ed unicamente ad attribuire una maggiore importanza alla poesia), sono cioè caratterizzazioni finalizzate ad uno scopo. Credo che il problema tra poesia cosiddetta consumata in silenzio e poesia performativa sia un falso problema. E sarebbe anche pressoché inutile ricordare cose che tutti conoscono, cioè che la poesia è, etimologicamente e originariamente, azione, atto. Ma sembra che, purtroppo, debba sempre essere ricordato e ribadito.  Ma non è questo quello che realmente conta. Che sia ben chiaro: il solo fatto di scrivere un libro è già un’azione, anzi una rappresentazione. E questo già basterebbe ad eludere e archiviare il problema. La questione non è rappresentata dalle modalità di veicolazione della cosa poetica che, come è giusto che sia, sono molteplici e svariate. Il problema è a monte: cosa è poesia e cosa non lo è? E ancora: cosa è proiettato verso una ridefinizione dei canoni e cosa invece si riduce a mera riproduzione (peggio se accademica) del già acquisito e sufficientemente consumato?

I padri sono già acquisiti, in ognuno di noi, privatamente, ma non c’è bisogno di rivendicarli pubblicamente e a tutti i costi solo per avere un nome o una citazione a cui appoggiarsi e per generare una situazione di conflitto dove ciò che conta è solo avere una voce più potente e risonante degli altri o gli agganci giusti per mietere consensi in rete attraverso più canali divulgativi. Il problema è un altro: a partire da quei padri putativi cosa siamo riusciti a fare per prolungare o ri-definire il gesto originario?

Sul versante della critica, in linea di massima – al di là del genere, della metrica, dello stile (ma anche del manierismo, se volete), ecc. – tutto ciò che nella sua strutturazione pone “attenzione” alla scrittura sarebbe, in sé, degno di attenzione. E per attenzione s’intenda un trattamento attraverso un approccio esclusivamente testuale. Il critico, per ovvie ragioni, dovrebbe essere neutro e neutrale, e non fazioso. Altrimenti la critica lascerebbe il posto al puro, semplice, inutile “opinionismo”. Ed è questo il vero succo del discorso, è proprio quello che oggi accade. Siamo contenti e soddisfatti della “deriva” della critica?

A tal proposito per sintetizzare la questione cito un passaggio di Caporossi che mi sembra esemplificativo: “Se andiamo più a fondo alla questione, ci accorgiamo che ciò può darsi alla realtà solo a patto che si parta davvero dal basso, ovvero dall’analisi del testo in senso ampio, inteso come qualsiasi modalità di comunicazione (orale, visiva o scritta, in senso estetico semiotico, a superare la fuorviante dicotomia tra oralità e scrittura su cui pure ci si è accapigliati nel corso del convegno); giacché la critica testuale sembra quella modalità indagatoria messa davvero in secondo piano oggi”.

Leggo solo pochi minuti fa un articolo, ad ampio raggio (per quanto, su stessa dichiarazione dell’autore, i singoli punti vengono solo accennati)  di Maffii, dal quale estrapolo un passaggio: “Cosa succede allora adesso ?  Si è elevata la qualità dei poeti per cui sono talmente tanti che la critica è fallita non potendo fare una tassonomia né assoluta né relativa?  È diminuita la qualità e ancora nessuno ha scritto un capolavoro per cui tutti a causa dell’egorrea dominante si autoincensano come “portatori del verbo”?  L’iperproduzione impedisce una reale possibilità di sistematizzare le produzioni poetiche degli anni duemila ?  Perché è così sentita l’appartenenza ad una “genealogia” e non alla poesia stessa? L’errore è cercare un padre non interpretando invece i complicati (e non perfettamente cronologici) sistemi di parentela che meglio si adatterebbero agli ipertesti poetici”, un passaggio che sintetizza la deriva della critica attraverso un’interrogazione che mi sembra piuttosto calzante o comunque degna di attenzione (perché poi la vera dicotomia che dovrebbe interessare tutti, al di là di fazioni e schieramenti, è quella della quantità/qualità), e che getta anche un ulteriore sguardo sulla questione dei padri e sulla necessità di una deviazione verso l’antopologia ( l’articolo è visionabile qui http://www.carteggiletterari.it/2017/03/30/flashes-e-dediche-46-una-antropologia-della-poesia-brevissimo-cenno/ ).

Nell’intervento di Pacini (non me ne voglia l’autore, è un’impressione squisitamente personale, e come ho detto fin dall’inizio non vale assolutamente nulla, e sono sempre pronto, per costume e stile, a recedere dalle mie posizioni) salta subito agli occhi una vis polemica che sovrasta, significativamente, qualsiasi intenzione critica e che risulta, proprio per questo, poco costruttivo (per quanto, se non ricordo male, l’autore l’abbia poi “spacciato” come una provocazione), e quindi decisamente inutile o, se preferite, utile solo nel creare una prosecuzione in termini polemici (da opinionista e non da critico).

Anche l’intervento di Nibali, al di là di un evidente “espressionismo”, cavalcando l’onda di un’evidente polemica, si rivela un po’ sfumato, se non nella dichiarazione finale, per quanto resti da verificarne l’orientamento e per quanto il ritorno ad una presunta “sostanza originaria” rappresenti una sorta di paradosso, perché significherebbe comunque prendere a modello dei padri, e non mi riferisco solo alla “bisaccia” e alla “grotta” che Nibali erge ad emblema del necessario, ma al fatto che comunque è questa una ricerca che ha già interessato, per circoscrivere il fenomeno a tempi a noi più vicini,  almeno un paio di generazioni del contemporaneo, non solo italiano, e che più o meno tutti definiscono inattuale ma, beninteso, non è detto che non sia utile.

In linea di massima, ragionando in senso globale e al di là del contesto specifico, non è di nessuna utilità difendere alcuni interlocutori o denigrarne altri in una carica paragonabile a quella che, per certi versi, Batisti definisce “partigianeria cieca”. Così facendo si rischia il talk-show (ma chissà, forse per molti autori, e non mi riferisco a quelli citati, la cosa più importante e meno impegnativa da fare per crearsi un minimo di visibilità consiste proprio nell’attaccare a spada tratta tutto e tutti) dove le voci si sovrappongono le une alle altre creando “indistinzione”, non l’indistinzione che si verifica all’interno dei gruppi letterari (come si potrà leggere nel prossimo libro di critica di Sonia Caporossi, in uscita a giorni, e dove, nella mia postfazione si potrà leggere una riflessione, molto più ampia e articolata di questa, sulle parole e sulle cose del contemporaneo poetico), ma l’indistinzione che si crea nello “scontro” tra i vari gruppi (e che è anche, strettamente, collegata a quel conflitto generazionale su cui Mantovani giustamente insiste) e che lo stesso Nibali definisce “fratricidio”. Ma per essere “fratelli” bisogna possedere l’umiltà di recedere dalle proprie posizioni quando se ne verifica la necessità, o comunque stabilire il giusto grado di compromesso quando si è inseriti in un contesto comune e che quindi dovrebbe interessare tutti ai fini di una risoluzione e non solo nei termini della prosecuzione del conflitto. Continuare a sventolare il gonfalone e spingere la propria armata su un campo di battaglia che, a rigor di logica, non dovrebbe nemmeno esistere, non è di nessuna utilità, e questo, beninteso, vale per chiunque.

L’articolo di Mantovani è, forse, quello più lucido e neutrale, per quanto a tratti opinabile, ad esempio quando parla di “proliferazione di forme alternative al testo tradizionale“, riferendosi alla poesia orale (ma mi sono già espresso in tal senso). Ma, al di là di questo, credo sia il pezzo più costruttivo, tra quelli finora pubblicati, vuoi solo perché tende, per l’appunto, a costruire e non a distruggere.

E per concludere, faccio mio proprio un passaggio di Mantovani:Insomma, sul lungo percorso, hanno fallito i padri e hanno fallito i figli, lasciando a noi “nipoti” solo una gran confusione”. Se questo è vero, e lo è, non ha nessun senso far scendere in campo stilemi e concetti pasoliniani (o di altri padri) che appartengono a una dimensione storico-sociale diversa da quella attuale. Le modalità di veicolazione della cosa poetica (vedi i social, ma anche i semplici blog ad esempio) e le esigenze (direi anche le “obbligazioni”) degli autori/critici attuali sono diverse da quelle del passato. E questo è un dato di fatto. Punto. Il problema è: come e cosa  fare per sfruttare le nuove tecnologie ai fini della creazione di un nuovo status intellettuale che risulti realmente efficace, che lasci un segno e che faccia la differenza  nella confusionaria quotidianità?

E propongo un’interrogazione: quanti di noi, al di là della comoda poltroncina che fa da supporto “intellettuale” allo schermo del pc, fanno qualcosa di realmente costruttivo scendendo in campo e operando sul campo? Siamo veramente disposti a mettere fine alla “confusione” con qualcosa di costruttivo? O invece ci facciamo scudo di quella confusione per giustificare la nostra inadeguatezza nei confronti della storia, della letteratura, della degradazione sociale, della povertà intellettuale, delle mancate rivoluzioni, di ciò che ci ha preceduto, di ciò che ci seguirà, o di qualsiasi altra cosa in cui finiremo inevitabilmente per “mancarci”?

 

E quindi, alla fine (così come all’inizio, del resto) tutto il problema verte sul compimento di un atto, sulla realizzazione di un’azione, non dico risolutiva ma almeno fattiva. In tal senso ben venga la proposta di Nibali, proprio perché presuppone la realizzazione di un atto. Altri potrebbero non essere d’accordo con la scelta di campo e orientati verso altre direzioni, ed è giusto che sia così: del resto il nostro fine, a rigor di logica, non dovrebbe essere quello di creare un’impossibile, utopica “univocità” di canone e stile, ma solo quello di dare ordine e significanza alla “molteplicità” che segna e caratterizza il nostro tempo. Come fare ciò? Credo che nessuno di noi dovrebbe arrogarsi il diritto di rispondere categoricamente ad una domanda di questo tipo, ma industriarsi a proporre diverse strade da battere (o in cui farsi battere). Forse bisognerebbe mettere da parte la definizione di “fenomeno” e concentrarsi sulla creazione di “epifenomeni” (il tanto osannato “outsider”, su cui ha più volte e in più luoghi insistito Caporossi, ne rappresenta un’accezione significativa). Se la contemporaneità si basa sulla messa in scena di eccedenze ed è orientata verso la configurazione di casi limite, allora forse – per far parte del proprio tempo – bisognerebbe porsi al limite e lavorare sul limite, per far sì che le cosiddette eccedenze (si intenda questo termine non come un’esagerazione stilistica ma come caratterizzazione) divengano lo status normale e normato attraverso cui condursi verso la creazione di nuovi canoni, per raggiungere, per dirlo sempre con la Caporossi, quella tanto fatidica “poetica differenziale”.

 

Buon lavoro a tutti, e ricordate che (così come esorta Rizzatello) “non c’è tempo da perdere”!

 

 

N.B. tutti i passaggi in grassetto dovrebbero rappresentare le tematiche principali sulle quali si discuterà (tra una presentazione critica e un reading cosiddetto normale e normato, tra la proiezione di un video e un pezzo di spoken, tra una dedica storica e uno sguardo verso il futuro, ecc.) durante la programmazione delle giornate conclusive di Bologna in Lettere a maggio, all’insegna di quello che sarà il nostro motto: “fare il punto / battere il tempo”.

 

 

(Enzo Campi, Reggio Emilia, 30/03/2017)

 

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Bologna in Lettere – Archivio di poesia contemporanea

Per un archivio di poesia contemporanea

 

Bologna in Lettere – La necessità di preservare la parola

 

 

Inutile dilungarsi sullo stato della poesia contemporanea italiana, o meglio sugli stati della poesia contemporanea italiana. Ciò che non va è riassumibile in una sola parola: “dispersione”. Ed è uno status che è stato generato direttamente sia dagli autori che dagli editori. Entrambe le categorie sono responsabili del carattere effimero che caratterizza l’attuale situazione. Libri che di fatto non esistono, libri che spariscono dopo pochi giorni dall’uscita, libri stampati e ristampati in poche copie su “ordinazione” dell’autore e via dicendo. Ora, qui non si tratta di sovvertire questo sistema. È una cosa così tanto radicata che sarebbe difficile, se non impossibile, cambiare le cose. Qui si tratta di preservare ciò che effettivamente giunge alle stampe. Una sorta di prolungamento del “gesto” che possa donare all’opera un’esistenza più lunga.  

Come avverrà ciò?

A due livelli. Un primo livello, per così dire, fisico, e un secondo livello virtuale. La fisicità consiste nel creare un archivio ove conservare e preservare la parola non tanto dall’usura del tempo quanto dalla sparizione dell’oggetto-libro. Una sparizione a cui, immancabilmente, ogni libro è destinato. La virtualità consiste invece nel creare una sorta di archivio on line comprendente la catalogazione: la scheda del libro, estratti dell’opera, notizie bio-bibliografiche dell’autore, recensioni, rinvii a link specifici, e via dicendo.

Tutto questo sotto l’egida di “Bologna in Lettere”, che – e sarebbe il caso di ribadirlo – non è solo un festival, ma un centro di produzione e veicolazione culturale che si esprime a più livelli e in vari contesti.

E veniamo al dunque.

Ci stiamo attivando per costituire un Fondo Bologna in Lettere presso una delle Biblioteche comunali del circuito cittadino di Bologna. Si tratta molto semplicemente di un archivio di poesia contemporanea. La definizione di poesia va considerata nel senso più ampio possibile e saranno accettate anche riviste e opere di critica letteraria, saggistica e filosofia inerenti alla poesia.

 

Per far sì che un autore possa entrare a far parte dell’archivio con una o più opere ci sono due diverse modalità.

 

1)

La prima consiste nel partecipare ai  Premi/Concorsi  Letterari banditi dal festival. Difatti tutte le opere edite che parteciperanno al concorso entreranno a far parte di diritto dell’archivio.

Tutte le info qui

https://boinlettere.wordpress.com/2016/10/09/bologna-in-lettere-2017-concorso-di-poesia-contemporanea-per-opere-edite-e-inedite/

Per quanto riguarda la partecipazione ai concorsi saranno accettate solo opere la cui pubblicazione non è antecedente al 2010.

 

 

2)

La seconda possibilità, che esula dalla partecipazione ai concorsi, consiste nell’inviare 1 copia cartacea dell’opera o delle opere che si intendono “preservare” all’indirizzo:

 

Archivio Bologna in Lettere

C/O Enzo Campi

Centro Postale Operativo

Sezione Videocodifica

Via Piccard 14

42124 Reggio Emilia

 

L’invio cartaceo deve essere integrato da un invio telematico all’indirizzo bilarchivio@gmail.com

comprensivo di foto autore e foto copertina (ad alta qualità), breve scheda del libro, estratti dell’opera, notizie bio-bibliografiche dell’autore, rinvii a link specifici con recensioni, video, e via dicendo.

Questa modalità non prevede nessun limite relativamente all’anno di pubblicazione dell’opera.

 

 

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Non abbiamo pronunciato a caso la parola “archivio”, perché Bologna in Lettere intende anche interrogarsi sul senso e sul significato dell’archivio, sulla conservazione e sulla divulgazione del pensiero. L’archivio è anche ciò che mette insieme le parti che costituiscono il tutto, gli elementi fondanti della struttura, i singoli colpi di pennello che andranno a delineare e caratterizzare il quadro. In poche parole – e prendendo la parola – un percorso di attraversamento del corpo scrivente e parlante, per far sì che il «soggetto» si tramuti in «oggetto» esposto. È un modo come un altro di prendere una posizione o, se preferite, di «prendere la parola per dire la parola», la parola di altri o dell’altro, la parola di qualsiasi soggetto disposto ad es-porsi come oggetto, in poche parole di ogni soggetto disposto a farsi «trattare» da chi prende la parola per conferirgli il potere di fissare la sua parola attraverso la definizione di una posizione. L’archivio è anche questo: il mantenimento di una posizione, la stabilità di un corpo e di un’immagine calati in un contenitore. Paradossalmente, ma nemmeno più di tanto, la posizione si può concretizzare solo attraverso la sua deposizione, attraverso la delocazione da un luogo all’altro, attraverso lo spaziamento che è peculiarità imprescindibile del prendere la parola e del prendersi in parola. Così il contenitore diviene, a tutti gli effetti, un deposito ove conservare e preservare la parola, in una sola parola: un archivio.