Paesaggio con ossa

Lella De Marchi – Paesaggio con ossa – Nota critica di Sonia Caporossi

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Nell’insulsa e fuorviante dicotomia tra poesia lirica e poesia di ricerca oggi in uso prevalente, Paesaggio con Ossa di Lella De Marchi emerge come un lucido e sensato tentativo di superamento dei generi poetici e letterari in senso lato. L’occasione della scrittura è l’incontro reale con Malina, un essere umano in pericolo, a rischio di spersonalizzazione reificante in quanto donna stuprata, forse tossicodipendente, oltre la soglia dell’indigenza, ma bionda e bella come un angelo pur nella dissipatio corporis che mostra senza vergogna e che racchiude nell’abiezione programmatica della propria condizione tutta la tensione cosmica e il dibattimento ancestrale fra il bene e il male.

La poetessa attraversa l’incontro con l’altro tramite una parola poetica affonda le proprie radici ermeneutiche ed estetiche una polistratificazione di suggestioni metagenere e metatemporali: da una parte la poesia lirica e la poesia civile, fuse in una sincresi di impianto pasoliniano, in cui la non necessaria sparizione dell’io e del tu collima con l’istanza di una denuncia sociale scabra e diretta, che perviene a compimento per il solo tramite della descrizione di una condizione esistenziale, annullando la presenza di qualsivoglia elemento direttamente interlocutorio a livello etico, morale e sociale; dall’altra parte Malina, la donna Angelo postmoderna oggetto narrativo in questione, racchiude in sé infinite suggestioni cavalcantiane e dantesche, eppure assolutamente rivissute e rielaborate alla luce di una nuova e originalissima interpretazione del topos del corpo metafisicizzato. Laddove infatti, per gli Stilnovisti, la Donna Angelo non possiede un corpo vero e proprio se non astralmente e spiritualmente inteso, al contrario Lella De Marchi riassegna un valore pregnante alla corporeità matericamente intesa, depurandola da qualsiasi connessione protomanichea, pseudognostica o neoplatonica, prospettive che si riassumono nella concezione erronea che la materia sia il male assoluto. Attraverso il recupero del dato materiale, il corpo offeso, martoriato e deturpato dagli stenti di Malina assurge a valore ostensivo di una bellezza paradossalmente ancor più pura di quella di una qualsiasi Beatrice tradizionale.

Il corpo, per De Marchi, è emersione e concrezione dell’anima, è un “paesaggio”, appunto, che può essere osservato e descritto nella propria intonsa purezza salvandolo dalla mera oggettualità, cosa che garantisce l’estraneità dell’autrice alle correnti variegate di quell’oggettivismo “à la française” tanto in voga oggi nella poesia di ricerca. Salvare il corpo dalla mera oggettualità garantisce il superamento dello Stilnovismo classico e insieme dalla post-poesia avanguardistica ultracontemporanea, della tradizione e della rivoluzione, come dati acquisiti ambedue dalla poetessa in una superiore sintesi, dati da cui riavviare un discorso anche critico e (in parte) polemico contro tutti i separatismi e le imposture concettuali che si affollano intorno alla materia poetica attuale.

In ultima sintesi, la poesia di Lella De Marchi è poesia corporea perché descrive il paesaggio scarnificato ed esangue di un corpo non metafisico bensì simbolico, archetipico: la parola-corpo, che fa mostra delle proprie ossa idiosincratiche, nella consapevolezza che il mondo materiale non può e non deve più essere concepito come la sordida “zona d’ombra che resiste alla luce”, bensì possiede una propria intrinseca, nobile e spirituale dignità, la stessa di una donna ferita, vilipesa e cristificata, che delle sue ossa emaciate fa mostra come dato metaoggettivo di assoluta realtà e bellezza. (Sonia Caporossi)

 

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Premio Bologna in Lettere

IV EDIZIONE – 2018

SEZIONE A

Opere edite

Presidente della giuria

Enzo Campi

Giurati

Giusi Montali, Daniele Barbieri

Sonia Caporossi, Enea Roversi, Enzo Campi

FINALISTI

Gabriel Del Sarto

Il grande innocente

(Nino Aragno editore)

Ida Travi

Dora Pal

(Moretti & Vitali)

Alessandra Carnaroli,

Ex-voto (Oèdipus)

Lella De Marchi

Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca)

Paola Silvia Dolci,

I processi di ingrandimento delle immagini

(Oèdipus)

Fabio Orecchini

Per Os

(Sigismundus)

PRIMO CLASSIFICATO

Alessandra Carnaroli, Ex-voto (Oèdipus)

SECONDO CLASSIFICATO

Ida Travi, Dora Pal (Moretti & Vitali)

TERZO CLASSIFICATO

Fabio Orecchini, Per Os (Sigismundus

 

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Bologna in Lettere – Dislivelli – Terzo Step – Lella De Marchi – Claudia Di Palma

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Lella De Marchi
Paesaggio con ossa

Per prima cosa l’identità, che non è ascrivibile al solo evento mentale e psicologico. Dobbiamo considerare l’identità anche in una sua conformazione fisica. Sarebbe quindi lecito parlare di anatomia dell’identità. Il richiamo alle ossa del titolo ne rappresenta la prima occorrenza. Si potrebbe parlare quindi di un viaggio nell’anatomia dell’identità, e anche di un viaggio nell’intimità dell’identità. Il rinvio alle poesie dedicate a diverse artiste figurative e performer, l’implacabile ritratto di una donna stuprata che apre l’opera, la poesia, in appendice, dedicata a Amelia Rosselli, e via dicendo, sono segnali lampanti in tal senso. Penetrare nell’intimo di un altro significa comunque stabilire una sorta di prossimità con un’altra identità, con un’altra anatomia. Ma questo sembra non bastare alla nostra autrice. La necessità primaria è, forse, quella di calarsi nella dimensione di un passeggero che compie un viaggio in un altro corpo. Una pratica, questa, che non è nuova nella scrittura di Lella De Marchi. La nota di motivazione che Maria Luisa Vezzali scrisse a maggio per le premiazioni del Concorso letterario bandito dal Festival, relativamente alla sezione delle poesie singole, si chiudeva con un’interrogazione che riassumeva il leit motiv di tutta la scrittura di Lella De Marchi e suonava così: “quale sono io? quale altro è in me?”. Difatti, il percorso (e quindi il viaggio) comincia da lontano. Nel 2010 con La spugna, la sua opera d’esordio in poesia, il movimento dell’alterità si delineava nella doppia predisposizione di assorbire e rilasciare, assorbire l’altro in sé e rilasciare l’altro, filtrato dal proprio io, fuori di sé. Mi permetto di citare un breve passaggio proprio da quell’opera: “il fine di tutto questo guardare / è trovare sconcerto, uno choc del tempo / dentro lo spazio, è cercarmi per sempre / in qualcosa di altro, un’immagine / ultima, la figura più vera, / sopra cui ritornare a cercarmi / ancora una volta senza fermarmi?”.
“Senza fermarmi” evidenzia la predisposizione al viaggio, “cercarmi per sempre / in qualcosa di altro” mette al lavoro l’alterità. Cosa questa che ritroviamo, amplificata, nell’opera successiva, Stati d’amnesia, dove l’alterità diventa stato-di-sé (due soli versi sono emblematici in tal senso: “Ma tu / non vuoi vederti vuoi saperti”), o meglio si declina attraverso molteplici stati, tra cui spicca in maniera determinante lo stato in cui l’autrice cede il passo all’animalità creando un personalissimo bestiario. Anche Paesaggio con ossa, visto sotto quest’ottica, può e deve essere considerato come un bestiario dove la «bestia» di cui si vuole sondare l’anatomia e l’identità è, forse, il corpo (anche e soprattutto il proprio corpo). Cito un passaggio che mi sembra determinante: “il corpo è un rifugio solo se nudo nel sole nel breve / spazio tra un albero e l’altro, solo se ha forma / di abisso nel breve spazio tra un osso ed un altro. / il corpo è un’astuzia. una speranza. un’aspirazione. / un tendere verso. / il corpo è la nostra irraggiungibile meta”.
Non ci resta che aspettare la prossima opera per verificare se il viaggio poetico di Lella De Marchi possa finalmente raggiungere questa meta. Anche se credo che non sia que-sta la vera finalità dell’autrice, perché come ebbi già modo di scrivere “l’importante è continuare a viaggiare”. (Enzo Campi)

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Claudia Di Palma

Altissima miseria

 

 

L’epigrafe, che cita Mariangela Gualtieri da Caino, la dice lunga sulla conformazione dei testi che compongono quest’opera. Anche se la dedica al manierismo gualteriano è, più che altro, confinata nella prima sezione del libro. E nel testo introduttivo troviamo un passaggio in cui la “cura di tutte le cose” viene definita “spietata”. Sono questi due tratti distintivi dell’opera: l’accostamento ad un certo di tipo di scrittura e l’urgenza di prendersi cura delle cose. Prendersi cura delle cose significa anche rendersi ospitale.

Cosa ospita Di Palma nella sua scrittura?

In primo luogo la differenza. A solo titolo d’occorrenza un passaggio oserei dire fulminante in tal senso: “… per dire / eccoci, per ospitare reciproche differenze”. Di Palma si prende cura della differenza e della reciprocità. Reciproco toccarsi, reciproco vedersi, reciproco sentirsi. A questo punto verrebbe spontaneo chiedersi quale sia l’interlocutore dei gesti che l’autrice mette al lavoro nella propria scrittura. Forse non è così tanto importante saperlo, anche se nel decorso dell’opera, la sua connotazione specifica diventa, a tratti, evidente, delocandosi verso una sorta di interlocutore supremo: il cosiddetto creatore. Io credo che sia importante valutare l’interlocutore alla stregua delle sue possibili accezioni ed estensioni. L’interlocutore dell’io scrivente, in senso classico, è il tu poetico, e fin qui ci siamo. Non essendoci un palese differimento verso una terza persona, verso un raccontatore-testimone si potrebbe avanzare l’ipotesi che l’interlocutore ideale (così come, in un certo senso, viene enunciato nella prefazione al libro) possa essere anche il linguaggio, un linguaggio che ha bisogno della sua stessa struttura interna per sopravvivere. Un passaggio come questo: “Scrivo per non lasciare andar via / l’effimero, per custodire l’eterno” può essere utile in tale ottica.

Ma l’accoglienza e l’ospitalità che Di Palma riserva alle cose non si limita solo a questo, e anzi si apre a raggiera verso la terra e le pietre, i ragni e le voragini, l’ombra e la luce, i confini e l’esilio, i doni e gli incontri, e via dicendo. Tutte queste cose però sono come pervase e guidate da un’ospitalità più alta e pregnante: quella verso la propria alterità. Un passaggio come questo: “Provo a scrivere il mio nome / con altri segni. Mi provo straniera” ne rappresenta l’evidenza più lampante. Qui tra l’altro, avendo tempo e spazio, nella tripartizione del nome, del segno e dello straniero, si potrebbero avanzare dei parallelismi con la scrittura e le intenzioni jabesiane. Caratteristica questa che è pressoché evidente, almeno per quello che mi riguarda, nella sezione  che contiene questo testo, il cui titolo non lascia adito a dubbi: “esilio promesso”, quell’esilio che, per usare le parole dell’autrice, è “la nostra grande risorsa”.

Lo sguardo della nostra autrice non è distaccato, ma partecipe, anche quando l’accoglienza si innesta nei territori del disfacimento e dello spaesamento, caratteristiche queste che devono essere intese alla stregua di quell’alterità cui si faceva riferimento prima. Basta un solo verso per rendersi conto di questa caratteristica: “L’abbandono ti circonda”. Qui si parla di parole che maturano e marciscono proprio perché l’abbandono, in quanto eccedenza e alterità, diventa una sovrabbondanza. È un concetto che vado a mutuare ed estendere da Jean-Luc Nancy e che si può sintetizzare nel fatto che Di Palma abbandonandosi (rendendosi cioè disponibile, e quindi: ospitale) si consegna alla sovrabbondanza dei dati del tramite che gli permette di abbandonarsi. Il tramite, il mezzo attraverso il quale avviene tutto questo è la scrittura, il linguaggio, che è per definizione sovrabbondante, almeno nell’ottica di una incidenza metafisica e per la serie dei significanti che, per così dire, agiscono sottotraccia. Detto in altri termini, secondo Nancy “non esiste un’altra modalità di abbandono” se non l’eccesso; e quindi  l’abbandono, in quanto eccesso e eccedenza, “apre a una profusione di possibili”, e ci proietta verso una naturale e inevitabile sovrabbondanza. Checché se ne dica, non c’è bellezza “oggettiva” nella poesia. C’è innanzitutto scarto. Poi scorta di senso. Ma il senso non dovrebbe limitarsi all’immediatezza e alla comprensibilità di una cosa che è in quanto tale. Casomai una cosa dovrebbe essere quantificata e definita per quello che potrebbe diventare nel momento in cui si consegna a un «fuori». Ciò che conta quindi è, anche e soprattutto, quella che, rubando la definizione a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, viene definita “tassonomia del possibile”. Ecco, la poesia di Claudia Di Palma lavora sulle possibilità che, secondo le migliori tradizioni poetiche (o almeno su quelle che lavorano sul linguaggio e per  il linguaggio), cercano di creare dei raccordi, anche attraverso rovesciamenti e opposizioni, tra le varie parti che compongono l’opera. (Enzo Campi)

 

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Incontro con Lella De Marchi e Claudia Di Palma

Bologna in Lettere 2018 –  VI Edizione – Dislivelli  – Terzo Step

 

Sabato 16 Dicembre ore 19.00

Al Ritrovo, Via Centotrecento 1, Bologna

 

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Terzo appuntamento della nuova stagione di eventi con la Presentazione dei volumi:

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa, Arcipelago itaca Edizioni, 2017
Claudia Di Palma, Altissima miseria, Musicaos Editore, 2016
Interventi critici di Marilina Ciaco e Francesca Del Moro.


 

disseminati più volte con svolte pindariche è meglio
disseminarci, ipotesi in forma di corpi.
non siamo compiuti paesaggi, possiamo sfuggirci.
Lella De Marchi



pago tutto con la sola pelle
ma posso solo immaginare,
male immaginare il dolore di Dio.
Claudia Di Palma