Critica

Fabio Orecchini – Per Os – Nota critica di Enea Roversi

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FABIO ORECCHINI

Per Os

 

 

Bisogna partire dai numeri, così tragici e freddi, per iniziare a parlare del testo Per Os, di Fabio Orecchini. Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, una scossa di magnitudo 6.3 provocò 309 morti, 1.600 feriti, 80.000 sfollati e oltre 10 miliardi di euro di danni stimati. Quasi 300 scosse in 48 ore: L’Aquila ridotta a uno spettrale cumulo di macerie.

Da quelle macerie, dalle crepe che hanno invaso, riscrivendolo, il territorio, parte il lavoro di scavo linguistico di Fabio Orecchini.

È un lavoro minuzioso di analisi, per il quale Orecchini si è avvalso (è lui stesso a dirlo nella nota che segue il testo) di personali ricerche sul campo, della lettura di numerosi documenti ed articoli di giornale, ma soprattutto dell’ascolto di una interlocutrice particolare, Isabella Tomassi, poeta, studiosa e terremotata.

Between my finger and my thumb / The squat pen rests / I’ll dig with it (Tra l’indice e il pollice / Ho la penna. / Scaverò con quella.) recitano i versi finali di Digging (Scavando), una delle più celebri poesie del grande Seamus Heaney.

Anche Orecchini scava con la penna, ma non solo: gli strumenti che egli usa sono molteplici e vanno a costruire (o de-costruire) un’opera di notevole intensità che vorrei definire poesia multisensoriale.

Non si può infatti parlare di questa raccolta senza parlare di Terraemotus, l’installazione di cui Per Os è parte integrante, testimonianza scritta, nonché ideale continuazione su carta stampata.

Che cos’è Terraemotus? Come si può definire questa installazione / performance?

Chi non ha avuto l’occasione di vederla dal vivo e di viverla da vicino, anzi, da dentro, può fruire del contenuto attraverso il sito http://www.terraemotus.site ed entrare, sia pure virtualmente, nelle singole stanze che la compongono: Sismografie, Filografie, Spettrografie, Radiografie, Cartografie.

Chi ha assistito dal vivo alla performance ha bene impresse negli occhi e nella mente le emozioni ricevute: si viene letteralmente inghiottiti dai suoni, dalle immagini, dalle voci, dai rumori e catapultati all’interno di una finzione altamente reale, dove la tragedia è ricostruita e reinterpretata mediante sguardi, gesti, parole.

Le situazioni si confondono e si fondono, a formare un corpus di rara e drammatica efficacia. Fabio Orecchini srotola un rullo di carta sul quale scrive con un pennino a inchiostro la stessa frase in maniera ossessiva e la scrittura assume la forma di un sismogramma, mentre la moglie Kate Louise Samuels, ieratica presenza seduta, si cuce le mani con ago e filo, quasi a simboleggiare l’impotenza dell’essere umano che assiste inerme alle tragedie che lo sorprendono (l’ago e il filo rimandano però anche alla vicenda, vera, della signora ultranovantenne trovata viva 30 ore dopo il terremoto, che dichiarò di avere trascorso il tempo lavorando all’uncinetto). E poi un vecchio telefono nero, dalla cui cornetta, alzandola, si possono sentire le registrazioni delle telefonate autentiche con le richieste di soccorso: voci concitate, a volte rotte dal pianto, che penetrano come lancinanti ferite nell’animo di chi ascolta.

Scrive Orecchini a proposito del suo progetto: Immaginare l’atto poetico come il risultato di una partitura spaziale, un paesaggio di segni, il luogo come fosse un testo, una relazione di forze, la voce come corpo, un corpo attraversato che attraversa, la parola una ferita infetta, che rimargina e riapre – dal bianco e continuamente – tracciare infinite cicatrici

Il segno ricorre come costante all’interno del testo (il segno della ferita, la crepa nel terreno, i segnali che delimitano la zona rossa, il segno tracciato dal sismografo), diventa linguaggio poetico che trascrive la tragedia, vivisezionandola.

Per Os, per bocca e per la bocca, somministrate siano le parole, le poche che restano: difficile trovare le parole giuste (in poesia, in special modo) quando si affrontano certe tematiche. Il poeta si assume, consapevolmente, un rischio assai grosso, ma lo supera senza problema alcuno. Perché dietro a questa raccolta poetica c’è la progettualità, c’è la ricerca (anche sul campo, come abbiamo visto), ci sono il pensiero e il ragionamento (una raccolta poetica pensata e ragionata come raramente se ne vedono) e c’è, non ultima, la passione artigianale del fare poesia.

Suddiviso in cinque sezioni: de generare – la casa dentro, per os – somministrate parole, la memoria della crisi – la crisi della memoria, Ifigenia – sequenza mancante, iato – apertura delle ore, il testo scorre su vari livelli, anche visivi, come se i versi fossero faglie.

Leggendo (ma anche guardando) Per Os, ho pensato a Bomb, di Gregory Corso: la deflagrazione, la distruzione, la polvere, le macerie, l’infinitesima piccolezza dell’essere umano di fronte all’Universo.

Non so se Corso sia, o sia mai stato un punto di riferimento per la poetica di Orecchini: di certo lo è Giuliano Mesa, più volte citato, come nel caso di Le parole sono la miseria della memoria.

Proprio memoria è un’altra parola chiave di questo testo: Orecchini è un testimone del tempo.

Non è soltanto poeta, ma è anche cronista che racconta i fatti, archeologo che scava tra le rovine del presente, fotografo che registra le ferite del paesaggio e dell’uomo.

La forza di Per Os sta qui: ci sono corpo e anima, carne e ossa, cemento e polvere, uomo, natura e tragedia. In una parola sola: emozione.

Infine, un ultimo ma importante dettaglio: il libro ha una veste grafica curata ed elegante. Sigismundus, piccola casa editrice marchigiana diretta da Davide Nota, dimostra che nella nascosta provincia italiana ci sono editori di poesia che lavorano assai bene, con competenza e passione. (Enea Roversi)

 

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Premio Bologna in Lettere

IV EDIZIONE – 2018

SEZIONE A

Opere edite

Presidente della giuria

Enzo Campi

Giurati

Giusi Montali, Daniele Barbieri

Sonia Caporossi, Enea Roversi, Enzo Campi

FINALISTI

Gabriel Del Sarto

Il grande innocente

(Nino Aragno editore)

Ida Travi

Dora Pal

(Moretti & Vitali)

Alessandra Carnaroli,

Ex-voto (Oèdipus)

Lella De Marchi

Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca)

Paola Silvia Dolci,

I processi di ingrandimento delle immagini

(Oèdipus)

Fabio Orecchini

Per Os

(Sigismundus)

PRIMO CLASSIFICATO

Alessandra Carnaroli, Ex-voto (Oèdipus)

SECONDO CLASSIFICATO

Ida Travi, Dora Pal (Moretti & Vitali)

TERZO CLASSIFICATO

Fabio Orecchini, Per Os (Sigismundus)

 

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Gabriel Del Sarto – Il grande innocente – Nota critica di Enea Roversi

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La raccolta Il grande innocente di Gabriel Del Sarto inizia con un breve testo, quasi un proemio, intitolato Il tempo e la vita, i cui primi versi ci introducono direttamente, senza sotterfugi, nella poetica dell’autore: Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno / l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo / e immaginavo il ferro e l’ossigeno / nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore / che niente ha cancellato, ho saputo / come la natura si concentri nel tempo / di ciascuno: un’assoluta / ed armonica compossibilità di volti / e sofferenza.

Ci sono, in questi versi, molti degli elementi strutturali che ritroviamo nella scrittura di Del Sarto: la natura, lo scorrere del tempo, il sangue, il ricordo, il dolore, la sofferenza. Il tempo e la vita, appunto.

La raccolta si sviluppa poi in sette sezioni: Porte, Sfere, Gli uffici, Gli occhi di Gabriel, Il grande innocente, I cardini, L’inizio.

Le porte sono queste che non vedo / fin quando non chiudo gli occhi: lo sguardo, l’immagine, il visto e il non visto. Ecco lo scrutinio del tempo: in questo verso di grande impatto e di vivida bellezza c’è il rendiconto del vivere, la vita come eterno esame che tutti siamo chiamati a sostenere. La poesia in questione s’intitola Morire, ma è un’affermazione della vita e sulla vita, sull’essere ora e qui: la nostra ferma appartenenza di campo.

Il poeta osserva il tempo che sta vivendo, indaga nel passato e s’interroga sul futuro.

La narrazione del quotidiano si dipana nella sezione intitolata Sfere e poi ancora ne Gli uffici.

Del Sarto avverte il lettore: Quell’uomo che cammina rasentando gli scaffali dell’ipermercato senza vedere chi, vicino e attorno a lui, vive gli stessi attimi, posso essere io: un venerdì sera d’inverno, col freddo fuori, la lista della spesa dentro un messaggio telegrafico nella memoria del telefono cellulare. Assistiamo quasi a uno sdoppiamento dell’io narrante: il poeta è al tempo stesso protagonista e voce fuori campo, alle prese con le nude meccaniche di una solitudine che accomunano gli esseri umani, figure immobili all’interno di un vagone della metropolitana o in movimento su un campo da basket. Ovunque ci sono linee geometriche a fare da contorno, quasi a delimitare o, peggio, indirizzare e convogliare le vicende umane.

Nel poema Gli uffici il protagonista è un maturo professionista di nome Paterson, che si muove in luoghi asettici, tra marmi bianchi e porte di vetri, pedina fra le tante. L’ufficio è qui il luogo (o il non-luogo, per dirla con un termine oggi assai usato) inteso nei suoi vari significati, come lo stesso Del Sarto suggerisce nell’introduzione al poema.

E se il nome di Paterson richiama alla mente il personaggio dell’omonimo film di Jim Jarmusch, là dove la poesia era uno strumento per uscire dalla mediocrità del quotidiano, sono altri invece i rimandi cinematografici che emergono dalla lettura di questa sezione. Si pensi per esempio al Michelangelo Antonioni de L’eclisse, in cui il vuoto interiore dei protagonisti si fonde con il vuoto dei luoghi che li circondano.

In fondo al linoleum del corridoio la finestra con gli infissi / sporchi e un volto pari al tuo, come in attesa: emerge, dai versi di Del Sarto, l’immobile inutilità dei gesti, la rassegnata fissità di uomini e donne dentro scenari intercambiabili. Ognuno è alla ricerca di qualcosa di non ben definito e anche il poeta registra con puntuale sensibilità questo disagio: quello che tutti noi in fondo conosciamo: / come ci stringe questa attesa. Attesa, come si vede, è parola chiave nella poetica di Del Sarto.

Ne Gli occhi di Gabriel appare la figura dell’angelo, alter ego o controfigura del poeta, che ne porta il medesimo nome. È una sezione breve, nella quale si contrastano speranza e dolore, buio e luce.

Il grande innocente, che dà il titolo all’intera raccolta, è la sezione più corposa del libro: un poema composto da diciassette poesie, precedute da un prologo. È dedicata alla figura del nonno paterno, partigiano, ucciso a 24 anni sui monti delle Alpi Apuane. Scrive Del Sarto nel suo prologo: Mio nonno fu ucciso in un giorno imprecisato del luglio del 1944. Aveva 24 anni e un figlio di poche settimane.

Il poeta ne ricostruisce la vicenda, attraverso i racconti della nonna, interrogandosi sul senso della Resistenza e dei suoi ideali, scrutando da vicino il paesaggio, con occhio sempre attento al rapporto uomo-natura: Guardando quei volti, ormai vecchi, con la minuziosa / fatica della materia che risplende da queste montagne / nelle loro rughe, non ho più rivendicazioni.

I monti fanno da sfondo alla guerra partigiana, le città di oggi nascondono nuove solitudini: è poesia che possiede una solida corporeità, la concretezza del verso rimanda a poeti italiani del Novecento come Nelo Risi.

Ne I cardini lo sguardo si spinge verso il futuro, con i versi che il poeta dedica alla figlia piccola: mi vuoi convincere / che sai leggere, oppure Mi accorgo / che impari a memoria le fiabe.

Sono, in fondo, I cardini di una lingua: una lingua che Del Sarto dimostra di saper padroneggiare con assoluta maestria, calibrando sapientemente forma e contenuto. (Enea Roversi)

 

 

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Premio Bologna in Lettere

IV EDIZIONE – 2018

SEZIONE A

Opere edite

Presidente della giuria

Enzo Campi

Giurati

Giusi Montali, Daniele Barbieri

Sonia Caporossi, Enea Roversi, Enzo Campi

FINALISTI

Gabriel Del Sarto

Il grande innocente

(Nino Aragno editore)

Ida Travi

Dora Pal

(Moretti & Vitali)

Alessandra Carnaroli,

Ex-voto (Oèdipus)

Lella De Marchi

Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca)

Paola Silvia Dolci,

I processi di ingrandimento delle immagini

(Oèdipus)

Fabio Orecchini

Per Os

(Sigismundus)

PRIMO CLASSIFICATO

Alessandra Carnaroli, Ex-voto (Oèdipus)

SECONDO CLASSIFICATO

Ida Travi, Dora Pal (Moretti & Vitali)

TERZO CLASSIFICATO

Fabio Orecchini, Per Os (Sigismundus

 

 

Lella De Marchi – Paesaggio con ossa – Nota critica di Sonia Caporossi

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Nell’insulsa e fuorviante dicotomia tra poesia lirica e poesia di ricerca oggi in uso prevalente, Paesaggio con Ossa di Lella De Marchi emerge come un lucido e sensato tentativo di superamento dei generi poetici e letterari in senso lato. L’occasione della scrittura è l’incontro reale con Malina, un essere umano in pericolo, a rischio di spersonalizzazione reificante in quanto donna stuprata, forse tossicodipendente, oltre la soglia dell’indigenza, ma bionda e bella come un angelo pur nella dissipatio corporis che mostra senza vergogna e che racchiude nell’abiezione programmatica della propria condizione tutta la tensione cosmica e il dibattimento ancestrale fra il bene e il male.

La poetessa attraversa l’incontro con l’altro tramite una parola poetica affonda le proprie radici ermeneutiche ed estetiche una polistratificazione di suggestioni metagenere e metatemporali: da una parte la poesia lirica e la poesia civile, fuse in una sincresi di impianto pasoliniano, in cui la non necessaria sparizione dell’io e del tu collima con l’istanza di una denuncia sociale scabra e diretta, che perviene a compimento per il solo tramite della descrizione di una condizione esistenziale, annullando la presenza di qualsivoglia elemento direttamente interlocutorio a livello etico, morale e sociale; dall’altra parte Malina, la donna Angelo postmoderna oggetto narrativo in questione, racchiude in sé infinite suggestioni cavalcantiane e dantesche, eppure assolutamente rivissute e rielaborate alla luce di una nuova e originalissima interpretazione del topos del corpo metafisicizzato. Laddove infatti, per gli Stilnovisti, la Donna Angelo non possiede un corpo vero e proprio se non astralmente e spiritualmente inteso, al contrario Lella De Marchi riassegna un valore pregnante alla corporeità matericamente intesa, depurandola da qualsiasi connessione protomanichea, pseudognostica o neoplatonica, prospettive che si riassumono nella concezione erronea che la materia sia il male assoluto. Attraverso il recupero del dato materiale, il corpo offeso, martoriato e deturpato dagli stenti di Malina assurge a valore ostensivo di una bellezza paradossalmente ancor più pura di quella di una qualsiasi Beatrice tradizionale.

Il corpo, per De Marchi, è emersione e concrezione dell’anima, è un “paesaggio”, appunto, che può essere osservato e descritto nella propria intonsa purezza salvandolo dalla mera oggettualità, cosa che garantisce l’estraneità dell’autrice alle correnti variegate di quell’oggettivismo “à la française” tanto in voga oggi nella poesia di ricerca. Salvare il corpo dalla mera oggettualità garantisce il superamento dello Stilnovismo classico e insieme dalla post-poesia avanguardistica ultracontemporanea, della tradizione e della rivoluzione, come dati acquisiti ambedue dalla poetessa in una superiore sintesi, dati da cui riavviare un discorso anche critico e (in parte) polemico contro tutti i separatismi e le imposture concettuali che si affollano intorno alla materia poetica attuale.

In ultima sintesi, la poesia di Lella De Marchi è poesia corporea perché descrive il paesaggio scarnificato ed esangue di un corpo non metafisico bensì simbolico, archetipico: la parola-corpo, che fa mostra delle proprie ossa idiosincratiche, nella consapevolezza che il mondo materiale non può e non deve più essere concepito come la sordida “zona d’ombra che resiste alla luce”, bensì possiede una propria intrinseca, nobile e spirituale dignità, la stessa di una donna ferita, vilipesa e cristificata, che delle sue ossa emaciate fa mostra come dato metaoggettivo di assoluta realtà e bellezza. (Sonia Caporossi)

 

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Premio Bologna in Lettere

IV EDIZIONE – 2018

SEZIONE A

Opere edite

Presidente della giuria

Enzo Campi

Giurati

Giusi Montali, Daniele Barbieri

Sonia Caporossi, Enea Roversi, Enzo Campi

FINALISTI

Gabriel Del Sarto

Il grande innocente

(Nino Aragno editore)

Ida Travi

Dora Pal

(Moretti & Vitali)

Alessandra Carnaroli,

Ex-voto (Oèdipus)

Lella De Marchi

Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca)

Paola Silvia Dolci,

I processi di ingrandimento delle immagini

(Oèdipus)

Fabio Orecchini

Per Os

(Sigismundus)

PRIMO CLASSIFICATO

Alessandra Carnaroli, Ex-voto (Oèdipus)

SECONDO CLASSIFICATO

Ida Travi, Dora Pal (Moretti & Vitali)

TERZO CLASSIFICATO

Fabio Orecchini, Per Os (Sigismundus

 

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