Bologna in Lettere 2017

Bologna in Lettere – ebook con motivazioni, appunti di lettura e note critiche delle opere segnalate e finaliste della  III° Edizione dei Premi Letterari

 

I Quaderni di Bologna in Lettere

Interferenze – Sguardi d’autore

Ebook contenente  motivazioni, appunti di lettura e note critiche delle opere segnalate e finaliste della  III° Edizione dei Premi Letterari del Festival

 

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Interferenze – Sguardi d’autore

 

 

 

BIL Produzioni Letterarie, 2017

Impaginazione, grafica e cura Enzo Campi

 

 

 

© Per le note critiche:

Enea Roversi, Daniele Poletti, Francesca Del Moro

Sonia Caporossi, Luca Rizzatello, Daniele Barbieri

Antonella Pierangeli, Giusi Montali, Vincenzo Bagnoli

Maria Luisa Vezzali, Loredana Magazzeni, Enzo Campi

 

 

 

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Esiti SEZIONE A – Opera di poesia edita

 

 

SEGNALAZIONI

Antonella Taravella, La pietà del bianco, Carteggi Letterari, 2016

Manuel Micaletto, Stesura, Prufrock Edizioni, 2015

Enrico De Lea, La furia refurtiva, Vydia Edizioni, 2016

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato, LietoColle, 2016

Marina Pizzi, Cantico di stasi, Oèdipus, 2016

Stefano Della Tommasina, Global, Oèdipus, 2017

Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne, Zona, 2016

 

 

 

PREMI SPECIALI DEL PRESIDENTE DI GIURIA

Claudia Di Palma, Altissima miseria, Musicaos Editore, 2016

Daniele Beghè, Galateo dell’abbandono, Edizioni Tapirulan, 2016

 

 

 

FINALISTI

Lello Voce, Il fiore inverso, Squilibri, 2016

Nadia Agustoni, Lettere della fine, Vydia Edizioni, 2015

Carlo Bordini, I costruttori di vulcani, Luca Sossella Editore, 2010

Valentina Maini, Casa rotta, Arcipelago Itaca, 2016

Gilda Policastro, Inattuali, Transeuropa, 2016

Massimo Rizza, Il veliero capovolto, Anterem Edizioni, 2016

 

 

 

VINCITORI EX AEQUO

Nadia Agustoni, Lettere della fine, Vydia Edizioni, 2015

Gilda Policastro, Inattuali, Transeuropa, 2016

 

 

 

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Esiti SEZIONE B – Opera di poesia inedita

 

 

SEGNALAZIONI

Riccardo Barena, Per chi vuole passare

Marilina Ciaco, Verbosinapsi

Luigi Siviero, Schemi astratti di comportamento animale indecente

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa

Riccardo Benzina, Karaoke

Antonella Taravella, Il silenzio onesto delle cose

Gerardo De Stefano, On

 

 

 

PREMI SPECIALI DEL PRESIDENTE DI GIURIA

Laura Bonaguro, Linee di terra

Gabriele Xella, Regina Immagine / Principe Libertà

 

 

 

FINALISTI

Guido Turco, I cieli di Guercino e altre poesie

Maria Angela Rossi, Osmosi. 140

Marina Massenz, Né acqua per le voci

Mauro Roversi Monaco, Sine titulo

Roberto Ranieri, Personat. Passacaglia e fuga

Morena Coppola, Sgorbie e Misericordie di Fratelli Elettrici

 

 

 

VINCITORE

Maria Angela Rossi, Osmosi. 140

 

 

 

 

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Esiti SEZIONE C – Poesie singole inedite

 

 

 

SEGNALAZIONI

Clio Nicastro, Storie del fosso

Daniela Andreis, Una cosa bellissima che non ricorderò mai più

Elena Micheletti, Supplica a lei

Nicola Romano, Ruoli

Alba Gnazi, Zeitgeber (Marcatempo)

Alessandra Greco, Tre inediti

Silvia Rosa, Nemmeno

 

 

 

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA

Alessandro Lanucara, Tre Poesie da Canti di Stagione

 

 

 

FINALISTI

Mara Mattoscio, Due monologhi e un lamento

Massimo Rizza, Periferie di senso

Laura Bonaguro, Percorsi in prospettica figurata

Lella De Marchi, Gesti

Sergio Pasquandrea, Apnea

Lucia Guidorizzi, Skip a beat

 

 

 

VINCITORE

Massimo Rizza, Periferie di senso

 

 

 

 

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I quaderni di  

Bologna in Lettere

Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea

 

 

V° Edizione

Maggio 2017

 

 

INTERFERENZE

Sguardi d’autore

 

slide pag 1

 

 

 

Bologna in Lettere – Premio letterario “Interferenze” – Sezione Raccolte edite – Carlo Bordini

Carlo Bordini

I costruttori di vulcani

SEZIONE A RACCOLTE EDITE

 

 

I costruttori di vulcani di Carlo Bordini comprende tutte le principali raccolte composte dal poeta nell’arco che va fra il 1975 e il 2010. Fra queste, Poesie leggere, Mangiare, Polvere, Frammenti di un’antologia, Sasso e Strategia, sono riassemblate non in modo diacronico. Egli crea infatti un libro nuovo, che accosta i testi poetici in modo del tutto rinnovato, capace di generare nuova creatività e nuovo flusso. Questo perché un poeta come Bordini si riconosce e sta dentro l’idea che l’opera letteraria sia tutt’uno con la vita e con il libero e mai completamente conosciuto flusso dell’esistenza. Più volte ha affermato infatti di non scrivere, ma di essere scritto dalla poesia, in una modalità quasi bioenergetica, che risente del suo passato di giovane militante pacifista e reichiano, così abile ad analizzare e metabolizzare il tempo presente a livello viscerale, magmatico, profondo, appunto da vulcanologo della parola poetica.

E il costruire vulcani del titolo è un ossimoro che ben riflette la principale virtù del poeta, che è quella di accendere fuochi, lampi, lacerazioni ed emozioni, ma anche quella di contenere e dare legittimità a una forma potente di scacco e autodistruzione. Autodistruzione è una delle tante parole a lui care, che ci rimanda a quel Manuale di autodistruzione che scrisse in prosa nel 1998, dove dava largo spazio alla carica di riflessione autoironica, di analisi dei propri rituali di infelicità e malattia. Negli anni precedenti e a cavallo del ’68, Bordini visse in una specie di sogno il lavoro dello storico, ripercorrendo in modo che si può definire onirico il disegno di un’epoca assai poco studiata, quella dei primi anni ’60. Epoca che conteneva il sogno di una rivoluzione italiana, quella che fino alle internazionali comuniste, ai legami coi Partiti comunisti dell’America latina o del nord Africa, costituiva un orizzonte di senso per i giovani pacifisti e antimilitaristi. Di questo sogno utopistico e delle sue ripercussioni biografiche e intrapsichiche Bordini ha fatto un memoir, Memorie di un rivoluzionario timido che, come accade nelle pagine de I costruttori, è anche il sogno di una rivoluzione linguistica e delle idee.

Nell’aria mozartiana “Non più andrai farfallone amoroso” (Bordini è molto legato all’opera lirica), un giovane, amante delle belle donne, viene ridicolizzato come pronto per partire alla guerra, con queste parole ironicamente antimilitariste:  “Non più avrai questi bei pennacchini,/ quel cappello leggero e galante,/quella chioma, quell’aria brillante,/quel vermiglio donnesco color.//Tra guerrieri, poffar Bacco!/Gran mustacchi, stretto sacco./Schioppo in spalla, sciabla al fianco,/collo dritto, muso franco,/un gran casco, o un gran turbante,/molto onor, poco contante!”

La sua opera è stata definita “una di quelle più alte di questi decenni, di una bellezza e di un’autenticità spesso accecanti”. La sua produzione poetica è tra le poche del nostro tempo che vuole essere letta come un infinito romanzo, perché generativa ogni volta di nuovi sensi e significati, in un lavorio continuo, febbrile, affidato alla lingua in una sperimentazione definita “onirica”. Il difetto dell’italiano letterario moderno è, infatti, per il poeta, la sua immobilità. La nostra appare una lingua appiattita dall’uso, quasi televisiva. Per questo effettua scarti, anomalie, anacronismi, forzature, deformazioni, lapsus, parole prese da altre lingue, o dai giornali, o usa la ripetizione/variazione, come faceva Amelia Rosselli, accentuandone la carica di denuncia e di spiazzamento.

Il linguaggio della poesia, per Bordini, è un linguaggio obliquo perché capace di entrare anche nella coscienza degli altri. Altra caratteristica della sua poesia è l’intrinseca ossimoricità, attraverso il flusso narrativo dato dalla ripetizione/variazione. Ne è un esempio, il ritmo ossessivo di poesie come Poesia derivante dall’osservazione di taluni moribondi della mia famiglia, fino alla rarefazione di poesie come nella serie Mangiare, i cui temi appaiono ossessioni labirintiche e oscure, fino alla leggerezza, alla concisione di Sondaggio: poesie brevi, brevissime, frammentate, ridotte a poche sillabe, della sezione conclusiva.

Nelle sue intenzioni dichiarate la ripetizione di temi, di poesie, con o senza varianti (da notare il valore sottilmente non filologico, ma musicale, dato al termine variante (nel libro ci sono diverse versioni della stessa poesia e due diverse versioni del poemetto Polvere) ha appunto la funzione di creare una partitura musicale (e qui ritorna l’amore di Bordini per la forma alta della musica, l’opera lirica, nelle sue possibili infinite varianti esecutive), che può essere interpretata e reinterpretata ogni volta in modo nuovo. Concludo con le sue parole: “preferisco usare il termine ‘flusso musicale’ perché il mio punto di riferimento è la musica. La musica prende un tema e lo ripete variandolo; tutta la musica; e in questo senso è molto, molto, molto simile alla poesia”.

(Loredana Magazzeni)

 

carlo-bordini_flaneri.com_

 

 

Bologna in Lettere – Premio letterario “Interferenze” – Sezione Poesie inedite -Alessandro Lanucara

Alessandro Lanucara

Tre Poesie da Canti di Stagione

SEZIONE C POESIE SINGOLE INEDITE

Premio Speciale del presidente delle giurie

 

 

 

 

Nei Canti di Stagione di Alessandro Lanucara percorre l’intera struttura un filo rosso di significanza di natura eminentemente tecnica, un conduttore formale che traduce in sostanza e contenuto la materia poetica di turno: una forma, a ben vedere, tecnicamente abbastanza tradizionale, che tuttavia risulta rinnovata nell’impianto e nell’uso peculiare del poeta, fino al parossismo dell’associazionismo semantico e della libera fluenza del verso. Stiamo parlando dell’elencatio, del vibrante affastellamento delle cose alle cose e delle parole alle parole, utilizzato ad arte, nelle poesie di Lanucara, per ottenere l’effetto debordante della stratificazione delle memorie e dei ricordi di un passato quasi inteso ancestralmente come valigia dell’anima in cui (s)cambiarsi emozioni e sensazioni, attraverso sovrapposizioni immaginifiche continue, sempre ricomposte da un ordine interno di natura materica, carnacea, sanguigna e scomposte sistematicamente, a loro volta, dal crudele impatto con la dura e incallita scorza della realtà. L’altro aspetto formale di riferimento è la dimensione della poesia narrativa, di ampio respiro, in cui le immagini e le situazioni di volta in volta descritte assurgono a loro volta ad exempla carismatici. E quando si parla di poesia narrativa, la presenza dell’anelito alla poesia civile è di prassi, qui tuttavia rivissuta attraverso una lucida e solida fusione con un’istanza lirica per niente aulica, anzi, la più disincantata e cruda che si possa immaginare.

La dimensione poetica di Lanucara ruota intorno all’uso politropico di alcune parole cardine, ossessivamente reiterate all’interno del testo con continui spostamenti e shifting di significato che ampliano le possibilità interpretative e la tavolozza descrittiva del poeta/pittore: nel primo componimento, ad esempio, la parola cardine è lamiera/lamiere, come emerge già nel titolo: fredda lastra di metallo multiuso e multisignificante, metafora cruda ed esangue dell’oggettualizzazione dell’essere umano nella società postcapitalistica attuale, che raggela o imprigiona nell’asfissia della propria asettica atonalità i sensi e le sensazioni nonché le relazioni individuali in ogni loro aspetto, fino alla percezione estrema della solitudine esistenziale e all’ampliamento di tale visione a una superiore universalità di stato e condizione umana.

Nel secondo componimento emerge il tema del corpo, la corporeità sia reale che metaforica, vissuta tramite una commemorazione sospesa nello spazio e nel tempo in virtù di una sorta di saviniana e onirica tragedia dell’infanzia, in cui i ricordi del passato più remoto ritornano e si incalliscono nella memoria finalmente per restare come incrostazioni molecolari di materia corporea a loro volta.

Nel terzo componimento, ad emergere è invece la volontà d’assenza, quel “vorrei andarmene” ripetuto ossessivamente come concedesse un’autodeterminazione nella carta d’identità dell’universo, in senso quasi prufrockiano ed eliotiano, attraverso la sparizione, la volatilizzazione, la dissipatio humani generis, la morte reale o metaforica anch’essa, perché reinterpretata alla luce di un’ermeneusi analogica di natura radicalmente differente rispetto alla domanda esistenziale per eccellenza: quella sul perché l’Essere sia e non si dia piuttosto il Nulla.

Esiste, insomma, un’irreprensibile loquacità delle cose nella poesia di Alessandro Lanucara, una capacità del linguaggio poetico di parlare per libera fluenza dell’essere e per segnali metaverbali cognitivizzati nel passaggio attraverso il filtro pulsante e impuro della corporalizzazione del verso, attraverso un versificare programmaticamente esuberante e straripante oltre i confini del poemetto.

È una poesia degli oggetti e dei correlativi oggettivi, che gronda realtà senza trasfigurarla, nella totale assenza di qualsiasi pulsione astraente, bensì raffigurandola, in senso etimologico, ovvero rafforzandola nella potenza mai inespressa della sua stessa imago. La poesia di Lanucara, dicevamo, affonda le radici nella fusione perfetta e compiuta di poesia civile e poesia lirica, nella condensazione in forma di poemetto delle suggestioni di un Novecento malato e trapassato, nel senso di rivissuto alla luce della postmoderna sensibilità del poeta ma anche trasfigurato nelle sue tensioni più riposte e risollevato, o tolto (aufgehoben in senso hegeliano), conservandone le parti migliori per una superiore sintesi di intonsa impurezza.

Poeta impuramente onesto, Alessandro Lanucara, che fa dello sporcarsi le mani nel testo poetico la propria regola maledettina, individuando così, nonostante un evidente novecentismo di fondo, un’identità differenziale nel panorama ultracontemporaneo italiano. (Sonia Caporossi)

 

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