Amelia Rosselli

Bologna in Lettere 2017 – Interferenze – I premi letterari – Valentina Maini

 

Valentina Maini

Casa Rotta

Arcipelago Itaca, 2016

Terzo classificato

Sezione A – Poesia Edita

 

 casa rotta cop

 

 

Entra come mano umidità

dalla finestra chiusa, crepa

la pelle della bambola, non usa

dare il benvenuto, non fa altro

che luce ferire.

 

 

*

 

 

Riconosce lo strappo dell’uscita

parto fuori dall’uscio, guscio

che si crepa appena, pena:

come si eterna il morso del pulcino,

non vuole nascere non lo ha richiesto

in ultima istanza non sa

che farne.

 

 

*

 

 

Non parlano le mura della stanza

alla ragazza cieca: prova a leggere

crepe come libri, rilievi d’intonaco seccato

diventeranno strade – spera.

 

Si accende la chiamata dal profondo

della luce – come stai – lei continua

a non vedere, agita le dita sui bottoni,

cerca di comporre strade chiuse.

 

Non congiunge: priva.

Non conosce: cerca di dimenticare.

I propri passi storti nella gabbia:

cielo.

 

 

*

 

 

Dal quadrato luminoso non s’accende

nessun numero-rubrica, agisce solo come

esca, eppure non ferisce, fossimo

tutti pesci!

Fosse una finestra quella che vicina si apre!

Troppo ospitale la soglia non insegna

la strategia di fuga.

 

 

*

 

Hanno paura di sentire dolore non sono più

curiosi, dall’altra parte non affondano,

ma restano

sulla linea di demarcazione – lei allunga

fino all’infinire, è divenuta mobile,

sposta le distanze, si allarga (molti: muoiono)

aumenta il mare dei detriti.

 

 

*

 

 

Non è stato vento

a togliere le vesti

sfatte nella corsa in corridoio.

 

Non ha mosso fuoco

la tempesta di cartone,

chiusa nello spazio vuoto.

 

È rimasta uguale.

 

Guarda fuori, filano formiche.

Volano le messi sradicate.

Non corre via per correre.

Corre il sentiero per tornare.

 

 

*

 

 

– nell’inciso non hai trovato nulla –

non il verbo che da solo regge i rami

portandoti radice

non il particolare per il freddo.

Ripetizione, invece, ciò che già

sapevi, sempre uguale

come nuovo.

 

 

*

 

 

Non ricorda mura scelte

per giaciglio focolare

non emette nessun gemito

di resa.

Riconosce odore – mappa

infallibili percorsi,

nella città che un tempo chiamò casa

perde.

 

 

*

 

 

Il cielo bianco sopra i tetti d’altri

non ci asciuga

non dispera

scroscia sulle teste riparate

d’altre case che conosco

poco, appena.

 

Vorrei dare il benvenuto

all’ospite che insegna, desiderare

la sua mano quieta.

Che la porta s’apra senza

il meccanismo che conosco.

Che mi tocchi.

 

(«Non appena giungerà la differenza

potremo constatare la reazione

di colei che ostruiva con il bianco

ogni singola macchia di colore»)

 

 


 

 

 

Con la casa e attraverso la rottura.

Tra spaesamento e completamento: la consumazione di un ciclo.

 

Quello che cade e accade in questa scrittura è, in primis, lo spaesamento della bambina (“La bambina  ha trent’anni” ma “ne dimostra meno”) che si conduce – con la memoria, per così dire, del futuro, in proiezione, e con la memoria del passato, in regressione – attraverso i luoghi, le cose, i pensieri, i problemi di quella che si potrebbe definire la sua infantitudine. Considerate questo ultimo termine come una parola-baule che contiene sia l’infanzia che l’abitudine. Perché c’è anche un’abitudine in quest’opera, l’abitudine di dirsi e connotarsi attraverso il contatto diretto con le cose, attraverso una sorta di esplorazione. Ci sono dei momenti, addirittura, in cui l’esplorazione diventa una vera e propria ispezione, nel senso che la ricerca trasla, anche e soprattutto, nei territori della verifica. Verifica della stabilità delle cose e insieme verifica del crollo. È questo, forse, il «doppio movimento» più ricorrente nell’opera, naturalmente differito di volta in volta dal soggetto o dalla cosa che funge da referente specifico. Giusto per citare una sola occorrenza: “Sanno dove muore la domanda / muovono veloci verso il punto di rottura / percorrono cateti per l’uscita dal triangolo / non fanno che tornare”. Qualunque cosa o essere che esce per ritornare (ancora un movimento doppio e contemporaneo), ritorna a sé e alla propria casa, ed è quindi sintomo o voglia di trovare o ritrovare una certa stabilità, anche nelle crepe della rottura beninteso. Per certi versi siamo quasi in una situazione blanchotiana di «scrittura del disastro». Come ad esempio in questo passaggio: “ […] Come, / non vedi che le mura somigliano a rovine, / che il cane trova nutrimento più tra i crolli, / che nelle cucine?”. Il nutrimento che si può trovare nelle rovine è una metafora esistenziale che rispecchia la condizione del soggetto alle prese con le obbligazioni della casa e della famiglia, un soggetto che non si è ancora liberato da tutto ciò che genealogicamente e socialmente lo condiziona, o che comunque indirizza i suoi passi verso un determinato modus operandi che entra in stretta correlazione con quello spaesamento di cui si accennava in apertura: lo spaesamento del soggetto alle prese con lo spazio che dovrebbe rappresentarlo. Lo spazio della casa è, per certi versi, uno spazio completo e che completa la sua esploratrice, ma allo stesso tempo, per divenire anche uno spazio letterario,  deve dichiararsi incompleto, o meglio: da completare. E tocca proprio al corpo del soggetto l’ingrato, ma necessario, compito di riempire i vuoti o di disfarli del tutto, all’insegna di un percorso da compiere e per l’espletamento di un ciclo. Ed è allora che l’esploratrice computa le cose, le ordina, conferisce loro un diverso senso e un diverso valore, rendendole espedienti per la definizione dello spazio che le contiene. In poche parole: agisce con le cose e si auspica la loro rottura. Perché un tale processo la indirizzerebbe verso la ridefinizione del suo status (anche se la serie interminabile dei nostri doppi movimenti non ci distoglierà mai totalmente dal ritorno-a-sé-nella-casa). È una semplice pratica di crescita interiore che avviene e si consolida in ciò che l’esploratrice si lascia dietro nel compimento e nella consumazione del ciclo. Non è importante che siano cocci, frantumi, detriti, innocenze, idiosincrasie,  figure metaforiche (come “il pane nel giardino”, “Fogli carta straccia”, “pezzi di rossetto nelle tasche”, “quattro fiammiferi per incendiare”, e via dicendo), o figure paterne e materne (con tutto ciò che ne potrebbe conseguire a livello psicologico) Ciò che conta è che si vengano a creare degli scarti e che ci sia la possibilità di lasciare qualcosa per strada come segno e testimonianza di un vissuto da rivendicare e insieme ridefinire. Se non c’è uno scarto su cui lavorare non c’è la possibilità di abbandonarsi al divenire. Ed è qui che entra in gioco la scrittura. Una scrittura che deve restituire gli scarti proprio per evidenziare le rotture e per procedere alla ricostruzione. È un ciclo vitale. Un ciclo che va completato. Nella postfazione difatti Colangelo esamina e sviscera le intenzioni e le tematiche generali dell’opera evidenziando, giustamente, da un lato il percorso (per l’appunto un ciclo) di crescita della bambina e dall’altro lato l’inversione di ruolo tra le varie posizioni introspettive del soggetto paragonando, in forma interrogativa, la Casa rotta a una “casa-giocattolo” che ha bisogno di essere scossa per reagire. E lo scuotimento, in un certo senso, avviene proprio nella scrittura, nello sposizionamento dei nessi consequenziali, sia logici che puramente grammaticali, nell’abolizione della punteggiatura in determinati passaggi, nella compresenza di dilatazioni e contrazioni temporali e spaziali, e via dicendo. Ciò le consente di divenire essa stessa il principale giocattolo della casa-giocattolo. Ancor prima di scuotere la casa, l’autrice deve scuotere se stessa, non in senso necessariamente traumatico ma come per assecondare una compresenza d’intenti e rendersi sintonica con il flusso che ne consegue. Di quale flusso stiamo parlando? Intanto la forma breve, e quindi un’innata capacità di sintesi. Cosa questa sempre più rara nella contemporaneità. La forma breve aiuta a definire le cose un poco per volta, con una inesorabilità costante e progressiva, ma mai eccessiva. Difatti l’esposizione è decisamente misurata, il flusso, sebbene apparentemente interrotto,  assume toni e ritmi lievi e leggeri, magari talvolta ripetitivi, ma la drammatizzazione dell’ordine del discorso viene giocata proprio sulle minime variazioni, sulle ripresa e sulle amplificazioni degli elementi. Difatti non c’è una grossa distinzione tra l’asse paradigmatico e quello sintagmatico. Anzi, spesso coincidono in tutt’uno organico e compatto di rara eleganza enunciativa, riecheggiando toni e ritmi vagamente beckettiani. Lo stesso Colangelo, sebbene con precauzione, rifacendosi a quelli che sono gli interessi dell’autrice, chiama in causa sia Beckett che Amelia Rosselli. L’uno, Beckett, secco, deciso, lapidario, apparentemente chiuso ma dotato di incredibili e infiniti punti di fuga (non è un caso che la stessa autrice, in un’intervista, dichiari: “Il libro è diviso in due parti da una poesia di confine che separa uno spazio integro e soffocante da uno spazio rotto, in cui iniziare a muoversi più liberamente”), l’altra, la Rosselli, decisamente chiusa in una sorta di scatola. E la casa in cui Maini consuma i suoi piccoli riti quotidiani e esistenziali è per l’appunto una scatola in cui convivono, come già accennato, anche attraverso la condivisione di distanze,  l’integrità e la rottura. In linea di massima, i personaggi di Beckett non sono Beckett, non lo raffigurano e non lo rappresentano ma lo chiudono e insieme lo dispiegano in una sorta di recinto psico-esistenziale. I personaggi della Rosselli sono invece le sue stesse proiezioni, rappresentano se stessa. Si potrebbe dire che entrambi siano dotati di una sorta di «funzione di rientro». A tal proposito, diversi anni fa, in un articolo su Beckett, coniai un neologismo che suonava così: collocclusione. Ennesima parola-baule che contiene il collocato e l’occluso, insieme differiti in una terza persona ideale e idealizzata volta a conferire loro mobilità e movimento, anche e soprattutto in condizioni di apparente stallo. E anche riferendosi alla Rosselli bisognerebbe sempre tenere da conto la funzione-specchio e l’autoritratto, per quanto la Rosselli si esprimesse spesso in prima persona. Maini usa invece spesso la terza persona (del resto se è la bambina di trent’anni a restituire la bambina dell’infanzia, il differimento è anche giustificato, temporalmente e esistenzialmente, a più livelli).  A partire da quel neologismo, tenendo conto che la rottura, per la Maini, è anche sintomo di apertura e di libertà, di movimento e di fuga, dopo il rovesciamento delle parti e della temporalità, dopo l’inversione di rotta che avviene a metà del libro, non si può non notare come il sistema d’enunciazione cominci progressivamente a tirarsi fuori dalla linearità del quadrato, dalla volumetria del cubo, dalla struttura della scatola. E allora quella che abbiamo definito «funzione di rientro» in realtà, ai fini non solo esistenziali ma anche letterari, viene spesso usata come dispositivo di preparazione per una funzione di fuoriuscita dallo spazio chiuso e asfittico della casa. La bambina è un po’ come la spugna che assorbe e rilascia. Ne è occorrenza un passaggio come questo: “Contiamo le braci. / Si sente ancora – sembra –  lo scoppio / la polvere del fuoco: non sappiamo riderne. / Seguitiamo a versare dalla tua mano (alla mia mano) / dalla mia mano (alla tua mano) / grigia cenere non brucia più / dici, continuiamo”, dove si assorbono le braci e contemporaneamente ci si predispone a reiterare il gesto. Tanto per restare in tema a quanto accennato, la chiusa di questa poesia sembra quasi una citazione da Beckett che ne L’innominabile scrive: “Bisogna continuare / non posso continuare e io / continuerò”. Tenendo conto che Casa rotta è un’opera prima, e vista l’evidente maturità stilistica che viene qui espressa, non ci si può che auspicare una continuazione. (Enzo Campi)

 

 

 FotografiaMaini

 

 

 

 

 

Valentina maini. È nata a Bologna nel 1987 e vive a Parigi da qualche anno. È dottoranda in letterature comparate, ama il disegno e l’illustrazione, la danza contemporanea e la scrittura.  Alcuni suoi racconti sono comparsi su riviste come Inutile, Atti Impuri, TerraNullius, Effe, Verde, la rassegna stampa dello studio Oblique. Nel 2016 è uscito il suo primo libro di poesie, Casa rotta, edito da Arcipelago Itaca Edizioni all’interno della collana curata da Manuel Cohen. È rintracciabile qui: https://sillagesblog.wordpress.com/.

 

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Erba nera che cresci segno nero tu vivi

Primo appuntamento della nuova stagione di Bologna in Lettere.

 

Il 23 Ottobre alle 20.30, presso lo Spazio Bioforme, in Via Aosta 2 a Milano, il Festival “Tu se sai dire dillo”, dedicato alla memoria di Giuliano Mesa e curato da Biagio Cepollaro, ospiterà Bologna in Lettere con una serata dedicata ad Amelia Rosselli.

 

Un libro, “Il colpo di coda. Amelia Rosselli e la poetica del lutto” (Marco Saya Edizioni), quattro chiacchiere sullo spirito che contraddistingue il  Festival, la proiezione di due video e il recital “Erba nera che cresci segno nero tu vivi”, a cura di Enzo Campi, con Mario Sboarina, Francesca Del Moro, Enea Roversi, Martina Campi, Sonia Lambertini, Alessandro Brusa.

 

Qui il programma completo di “Tu se sai dire dillo” che si articolerà in 3 giornate dal 21 al 23 Ottobre

 

http://www.poesia2punto0.com/2016/10/02/tu-sai-dire-dillo-v-edizione/

 

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Bologna in Lettere 2017 – Interferenze – Progetto per un cantiere aperto

Bologna in Lettere.

Anno 2017.

Quinta edizione.

“Interferenze”.

 

Se dovessimo, per forza di cose, esprimerci attraverso etichette, e quindi attraverso comunicazioni di riconoscibilità, dopo una prima edizione che si potrebbe riassumere in quella vecchia frase con cui la RAI giustificava l’assenza di segnale: “prove tecniche di trasmissione”, è cominciato il nostro percorso nella veicolazione di una “cosa” letteraria decisamente “articolata”, vuoi solo perché la sua strutturazione non si limita al solo uso (e abuso) della parola, ma indirizza il suo sguardo verso una totalità artistica che si nutre di svariati linguaggi espressivi. Da questi presupposti all’identificazione di un’impronta distintiva il passo è breve. Perché non bastano la drammatizzazione e la spettacolarizzazione senza una forte tematica centrale e una valenza concettuale. Ed è anche per queste ragioni che nel corso delle ultime tre edizioni sono venuti fuori nomi come Emilio Villa, Pasolini, Amelia Rosselli. Il fatto di usare ed abusare di queste, come potremmo chiamarle, di queste guide spirituali (e anche scomode se vogliamo),  il fatto cioè che ci facciamo accompagnare da nomi più o meno illustri, non è avvenuto per una malcelata volontà di potenza o per esigenza/urgenza d’esibizione, ma è direttamente riconducibile a quello che è stato il nostro lavoro degli ultimi anni. Ad ognuna di queste figure noi abbiamo dedicato, con fatica e dedizione, un’edizione del nostro festival. Difatti è nostro costume e stile – tra l’altro con la preziosa collaborazione di Fabrizio Bianchi prima e di Marco Saya dopo, ovvero di due editori che hanno assecondato le nostre utopie – dicevo, è nostro costume e stile realizzare per ogni edizione del festival un libro, un libro vero, fisico, palpabile, magari che puzzi ancora d’inchiostro e che sia possibile sfogliare, cosa oggi come oggi sempre meno scontata, vista l’escalation delle soluzioni (?) digitali. Perché nel nostro spirito, oltre all’aggregazione e all’incontro, oltre all’impronta multimediale che ci contraddistingue, c’è un’altra parola-chiave: la tematizzazione, ovvero l’approfondimento. Ed è per queste ragioni che, oltre agli autori già citati, nel corso degli anni abbiamo realizzato focus, ad esempio, su Zanzotto, Pagliarani, Vicinelli. Perché crediamo che, all’interno di un festival, che comunque vive anche e soprattutto della fruizione, non ci si possa ghettizzare su una linea univoca, ma che si debba andare incontro a molteplici aspettative. Da qui l’inevitabilità di impegnarsi nella veicolazione di una pluralità di linguaggi. In poche parole, anzi in una sola parola, io direi che si tratta di praticare una sorta di equilibrio. Consideriamo anche l’accezione dell’equilibrista, che deve far fatica a rimanere in equilibrio. Perché, in un festival quasi interamente autoprodotto e che non riceve sovvenzioni istituzionali o contributi da privati, si può parlare, a ragion veduta, proprio di fatica. Fatica sia fisica che mentale. Perché, ed è inutile far finta di niente, senza un budget da gestire, tutto diventa più difficile. Ma nonostante queste difficoltà, Bologna in Lettere è cresciuto negli anni sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Credo che nel corso di quattro anni di cantieri a cielo aperto siano transitati più o meno tutti gli autori che, oggettivamente (per quanto si possa dare un valore oggettivo all’attuale panorama poetico italiano), contano, o che comunque hanno qualcosa da comunicare. Biagio Cepollaro ha definito Bologna in Lettere il festival dei nostri tempi, e nell’ultima edizione Lello Voce mi ha definito, molto generosamente (bontà sua), l’uomo dei miracoli. Ognuno dei due si è espresso in tal senso proprio per questa nostra volontà, direi ostinazione, di creare qualcosa di diverso e di più articolato rispetto a quello che accade negli altri festival di settore. E ciò è dovuto proprio allo spirito con cui facciamo le cose, o meglio allo spirito con cui trattiamo la cosa letteraria in particolare e la cosa artistica in generale, ovvero ancora, oserei dire, allo spirito con cui trattiamo il gesto dell’incontro. Questa parola, “incontro”, sarà determinante nella costruzione e nello sviluppo della prossima edizione del festival, quella del 2017. Quando a Gregory Corso fu chiesto di riassumere in una sola parola il senso della beat generation egli rispose molto semplicemente “incontrare” e poi aggiunse “andare e incontrare”. Ed è proprio questo che accade all’interno del nostro festival, andare, incontrare e eventualmente proseguire il gesto, cioè “costruire”. In un’epoca, come la nostra,  dove l’urgenza predominante sembra quella di “distruggere” il fatto di essere impegnati a costruire diventa per noi un marchio distintivo, e di cui, senza false modestie, siamo anche un po’ orgogliosi.

 

E veniamo al dunque.

Il cantiere è ufficialmente aperto.

Come ampiamente espresso nei comunicati stampa e durante gli eventi, il nostro slogan “un festival lungo un anno” va a identificare un arco temporale più o meno compreso tra ottobre e maggio, all’interno del quale verranno realizzati tutti gli eventi che andranno a formare il corpus letterario, artistico e culturale del festival, che culminerà nelle giornate di maggio, e di cui di volta in volta daremo notizia.

Approfittando del fatto che nel 2017 cade il ventennale delle dipartite di William Burroughs e Allen Ginsberg e dello spirito di “incontro” e “aggregazione” che contraddistingue le nostre iniziative culturali, Bologna in Lettere si adopererà nel praticizzare una dedica speciale alla beat generation e a tutto quello che in ambito letterario e artistico si è costituito, in termini di cambiamento, a partire da quel movimento generazionale.

La dedica alla beat generation si svilupperà, come è nostro costume e stile, a più livelli, attraverso convegni, proiezioni di materiale d’epoca e di video provenienti anche da altri festival internazionali, progetti speciali, e via dicendo. I dettagli verranno resi noti non appena saranno consolidati, ma possiamo anticipare che il festival culminerà in una giornata particolare, una sorta di “raduno” che si potrebbe anche definire “epocale”, il cui scopo principale è quello di creare anche un movimento d’opinione sullo stato attuale della poesia contemporanea italiana nel confronto con altre realtà attraverso il coinvolgimento di svariate figure internazionali. Sono passati 37 anni da Castelporziano, e da allora non si è più tentato di realizzare un incontro, di massa,  in cui veicolare umori e passioni, idee e proposte, affezioni e idiosincrasie, credi ideologici e modalità critiche all’interno di uno stesso contenitore. Lo staff di Bologna in Lettere è fortemente convinto che sia giunto il tempo di provare a colmare questa lacuna e con il prezioso impegno di una serie di collaboratori esterni si adopererà in tal senso, per far sì che le parole incontro, aggregazione, cambiamento possano connotarsi all’interno di una dimensione concreta e fattiva nella realizzazione di un evento che possa essere contraddistinto come “necessario”.

Per chi fosse interessato, tra le nostre molteplici iniziative, mi preme segnalare la terza edizione dei nostri Concorsi Letterari con diverse novità riguardanti le sezioni e i premi. Qui tutte le info

https://boinlettere.wordpress.com/2016/10/09/bologna-in-lettere-2017-concorso-di-poesia-contemporanea-per-opere-edite-e-inedite/

 

Enzo Campi

Direttore Artistico del Festival Bologna in Lettere

 

 

Per info, proposte, richieste di partecipazione

info.bolognainlettere@gmail.com

 

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