Giorno: 16 ottobre 2017

Bologna in Lettere – Premio letterario “Interferenze” – Sezione Opere Edite – Claudia Di Palma – Daniele Beghè

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Claudia Di Palma

Altissima miseria

SEZIONE A RACCOLTE EDITE

Premio speciale del presidente delle giurie

 

 

 

 

L’epigrafe, che cita Mariangela Gualtieri da Caino, la dice lunga sulla conformazione dei testi che compongono quest’opera. Anche se la dedica al manierismo gualteriano è, più che altro, confinata nella prima sezione del libro. E nel testo introduttivo troviamo un passaggio in cui la “cura di tutte le cose” viene definita “spietata”. Sono questi due tratti distintivi dell’opera: l’accostamento ad un certo di tipo di scrittura e l’urgenza di prendersi cura delle cose. Prendersi cura delle cose significa anche rendersi ospitale.

Cosa ospita Di Palma nella sua scrittura?

In primo luogo la differenza. A solo titolo d’occorrenza un passaggio oserei dire fulminante in tal senso: “… per dire / eccoci, per ospitare reciproche differenze”. Di Palma si prende cura della differenza e della reciprocità. Reciproco toccarsi, reciproco vedersi, reciproco sentirsi. A questo punto verrebbe spontaneo chiedersi quale sia l’interlocutore dei gesti che l’autrice mette al lavoro nella propria scrittura. Forse non è così tanto importante saperlo, anche se nel decorso dell’opera, la sua connotazione specifica diventa, a tratti, evidente, delocandosi verso una sorta di interlocutore supremo: il cosiddetto creatore. Io credo che sia importante valutare l’interlocutore alla stregua delle sue possibili accezioni ed estensioni. L’interlocutore dell’io scrivente, in senso classico, è il tu poetico, e fin qui ci siamo. Non essendoci un palese differimento verso una terza persona, verso un raccontatore-testimone si potrebbe avanzare l’ipotesi che l’interlocutore ideale (così come, in un certo senso, viene enunciato nella prefazione al libro) possa essere anche il linguaggio, un linguaggio che ha bisogno della sua stessa struttura interna per sopravvivere. Un passaggio come questo: “Scrivo per non lasciare andar via / l’effimero, per custodire l’eterno” può essere utile in tale ottica.

Ma l’accoglienza e l’ospitalità che Di Palma riserva alle cose non si limita solo a questo, e anzi si apre a raggiera verso la terra e le pietre, i ragni e le voragini, l’ombra e la luce, i confini e l’esilio, i doni e gli incontri, e via dicendo. Tutte queste cose però sono come pervase e guidate da un’ospitalità più alta e pregnante: quella verso la propria alterità. Un passaggio come questo: “Provo a scrivere il mio nome / con altri segni. Mi provo straniera” ne rappresenta l’evidenza più lampante. Qui tra l’altro, avendo tempo e spazio, nella tripartizione del nome, del segno e dello straniero, si potrebbero avanzare dei parallelismi con la scrittura e le intenzioni jabesiane. Caratteristica questa che è pressoché evidente, almeno per quello che mi riguarda, nella sezione  che contiene questo testo, il cui titolo non lascia adito a dubbi: “esilio promesso”, quell’esilio che, per usare le parole dell’autrice, è “la nostra grande risorsa”.

Lo sguardo della nostra autrice non è distaccato, ma partecipe, anche quando l’accoglienza si innesta nei territori del disfacimento e dello spaesamento, caratteristiche queste che devono essere intese alla stregua di quell’alterità cui si faceva riferimento prima. Basta un solo verso per rendersi conto di questa caratteristica: “L’abbandono ti circonda”. Qui si parla di parole che maturano e marciscono proprio perché l’abbandono, in quanto eccedenza e alterità, diventa una sovrabbondanza. È un concetto che vado a mutuare ed estendere da Jean.Luc Nancy e che si può sintetizzare nel fatto che Di Palma abbandonandosi (rendendosi cioè disponibile, e quindi: ospitale) si consegna alla sovrabbondanza dei dati del tramite che gli permette di abbandonarsi. Il tramite, il mezzo attraverso il quale avviene tutto questo è la scrittura, il linguaggio, che è per definizione sovrabbondante, almeno nell’ottica di una incidenza metafisica e per la serie dei significanti che, per così dire, agiscono sottotraccia. Detto in altri termini, secondo Nancy “non esiste un’altra modalità di abbandono” se non l’eccesso; e quindi  l’abbandono, in quanto eccesso e eccedenza, “apre a una profusione di possibili”, e ci proietta verso una naturale e inevitabile sovrabbondanza. Checché se ne dica, non c’è bellezza “oggettiva” nella poesia. C’è innanzitutto scarto. Poi scorta di senso. Ma il senso non dovrebbe limitarsi all’immediatezza e alla comprensibilità di una cosa che è in quanto tale. Casomai una cosa dovrebbe essere quantificata e definita per quello che potrebbe diventare nel momento in cui si consegna a un «fuori». Ciò che conta quindi è, anche e soprattutto, quella che, rubando la definizione a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, viene definita “tassonomia del possibile”. Ecco la poesia di Claudia Di Palma lavora sulle possibilità che, secondo le migliori tradizioni poetiche (o almeno su quelle che lavorano sul linguaggio e per  il linguaggio), cercano di creare dei raccordi, anche attraverso rovesciamenti e opposizioni, tra le varie parti che compongono l’opera. (Enzo Campi)

 

 

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Daniele Beghè

Galateo dell’abbandono

SEZIONE A RACCOLTE EDITE

Premio speciale del presidente delle giurie

 

 

 

 

A proposito di Claudia Di Palma, abbiamo parlato di abbandono. Ebbene qui l’abbandono lo troviamo addirittura nel titolo. L’opera in questione è Galateo dell’abbandono di Daniele Beghè.

Vale quindi, in linea di massima, lo stesso discorso: l’abbandono è sovrabbondanza.

Di cosa?

Del disagio per esempio. Se proviamo a leggere alcuni passaggi del testo che apre l’opera, che ci indica cioè la strada da battere, possiamo trovare una sorta di summa ideologica delle intenzioni, che vengono poi declinate nel flusso testuale. L’autore comincia così: “Ecco cosa vorrei vedere al primo verso: una porta di vetro”. Un vetro che è un divisorio, ma anche un velo. Ci si può vedere attraverso, ma ponendosi comunque al riparo.

Cosa abbiamo qui?

Da un lato l’osservazione e dall’altro lato la cautela, la precauzione. E poi prosegue così: “Passata la soglia trotterellare col mio ritmo”. L’uso di questo verbo, trotterellare , che è abbastanza inusuale in poesia, ci fa precipitare in una dimensione lieve, areale. E a ben vedere, nonostante il disagio di fondo, tutta l’opera è pervasa da una leggerezza, da una levità innestate in una struttura e in uno stile straordinariamente elegante.

Ecco: elegante. È una parola questa che nella poesia contemporanea non viene quasi mai pronunciata e di cui, per entrare col piglio giusto in quest’opera, bisogna tenere conto.

Beghé continua così: “E poi trovare tra le stanze tante vie / di fuga”, e conclude” Sgattaiolando o volando, / a volte in un vicolo cieco”. Se il punto di fuga è un vicolo cieco, non sembrerà azzardato parlare non tanto del disagio ma della denuncia del disagio.

Naturalmente i punti di fuga non sono sempre indirizzati verso una parete invalicabile o verso un rientro-a-sé, ma anzi, per ritornare anche al concetto di eleganza, nella poesia denominata “Gradi di apertura”, quella parete è dotata di un buco. Un’apertura  che, nonostante sia aperta anche ai “silenzi” e al “buio” ci fa capire che  non bisogna fossilizzarsi sull’univocità delle cose. Andiamo a leggere: “Lo sviluppo della comunità umana / si lega al destino di un buco / nell’ordito in mattoni del muro, / aperto alla luce, ai suoni, / al buio e a silenzi del mondo, / corredato ad arte da un infisso / con apertura variabile. La finestra / è un gesto”.

Ecco: “La finestra è un gesto”, un passaggio questo che vale un’intera opera. La finestra è uno di quei punti di fuga e viene qui declinato e insieme compresso in una struttura sintetica, essenziale, ma determinante alla veicolazione di un’intenzione poetica.

La sintesi di cui l’autore fa sfoggio nel corso dell’opera diviene talvolta più intensa assumendo toni quasi epigrammatici, come ad esempio qui: “L’uomo ha due gambe sole, / non ha ossa cave, il suo sterno / è piatto, non ha ali o pinne, / soffre l’apnea a morte”.

Concluderei questa breve ricognizione con un’altra breve poesia titolata “Nessun armistizio”: “Forse abbiamo retto qualche battaglia, / la strategia di difesa ci ha dato ragione / talvolta, ci siamo attestati sul crinale, / ma il risultato della guerra fin dall’inizio / era scontato. Abbiamo combattuto non per vincere, / ma per essere partecipi alla vita”.

Se mi concedete una piccola forzatura, suggestionando gli ultimi due versi di questo testo si potrebbe dire che Beghè non vuole vincere, ma combattere col linguaggio. Forse perché crede che questa sia una delle modalità con cui può rendersi “partecipe alla vita”. (Enzo Campi)

 

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