Bologna in Lettere 2017 – Interferenze – I premi letterari – Nadia Agustoni

Nadia Agustoni

Lettere della fine

Vydia Editore, 2015

Primo classificato ex aequo

Sezione A – Poesia Edita

nadia cop

i volti tra le frasi il poco

dei giorni succede chiaro

le parole arrivano viene il mondo

una volta erano le voci

un che di cicoria e limoni

o terra a patire

e il gas falciava i prati

in un altrove dove le spine

dove noi e nulla –

scrivi sulla morte

lì cadono i bambini i fiori

che pensiamo per sempre

e senza le tue parole c’è altro

come se restasse il sangue di tutti

e tutta la vita per niente –

ma il male credimi il male

guarda se siamo soli

se siamo figli padri

qualcun altro –

ricordati chi rideva chi

disse cosa a chi

e non tornava risposta

ma un’eco

l’osso cranico

 

(io non sono la domanda)

 

 

*

 

perché la pianura sia vento

resta domanda e nel peso delle case

c’è questo cielo i camion che spingono

la polvere le finestre con l’obbligo di vivere

da qui a lì un confine.

 

 

*

 

 

a esistere c’è il buio

più grande – non pensare

come pensa il mondo.

sembriamo il cortile l’auto

e piango per l’idiota

la ragazza il campo

i vestiti bruciati di

chi è lasciato solo.

così andiamo con le storie

coi cerotti – un vaso

di mele gialle ci pensi i quadri

nei quadri l’albero dei limoni

quando crescevi

senza dire: “anch’io”.

 

 

*

 

 

nella postura di dopo

noi siamo io vivo

come ognuno vive

accanto

 

nell’ora che la luce toglie

nebbia torna il campo

i versi e la mia bocca

tornano voce

 

il tavolo e il campo

sono la voce

potrei sottovoce

fare assenza

 

 

*

 

 

i giorni chiari il vero

tutto resta sorpreso

le stelle non

credere

dolo di luce è l’inverno

la neve il fiato

l’ala nera dei cipressi

ci pensano

tu dici: “la morte

può solo sembrare”

così è più grande

questo vivere

che capisce

le prigioni

i poveri nemmeno

l’aria li raccoglie

non sanno il banco

d’imparare

prendono giugno o neve

e tutto sempre

gli basta

nel prato solo il prato

non tremano.

sanno il male

portato

col bene.

 

 

*

 

 

ma scrivo dalla disincarnazione

del dolore tra fabbrica e fine

queste parole mosse da un alito

nel cursore indocile.

sfioriranno nei padiglioni

del cielo contemplando il Tao

delle ingiustizie e faremo

pernacchie ai preti

fermi al sesso degli angeli

 

 

*

 

 

fabbrica non c’è parole

i secchi mettono il vuoto i secchi

sono l’acqua – c’è mezza luce

scrivi una volta quando i platani

sembrano madre e guardi

sui ginocchi l’entrata del

vento che non cura –

 

c’è un’intermittenza

che cammina insieme

al buio – le cose durano

dopo i fiori –

 

sei un mercoledì delle ceneri

il mattatoio dei guanti – i libri

sono il soffitto e la gente che credi:

così pensiamo il corpo nel petto

nelle spalle i petali di una casa

 

 

*

 

 

il mondo da capo

al minimo animale

fervore di passero

nulla più – il cielo

e universi aperti

dalla cenere.

 

 

*

 

 

scavare terra

prende la tua visione

ma nulla

nulla

 

nel petto la casa

 

clorofilla in bocca

 

e chiedere se questo

tutto questo

è esistere.

 

 

*

 

 

la fine è prima della fine

perché ci pensi –

ma dopo è soltanto

ricordarsi

 

e lo spaventapasseri

l’uccello

il campo

 

qui alzano gli spari

 

guardare come dentro un posto

a volte il vuoto

non è l’aprirsi

 

di un’altra storia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Daniele Barbieri

 

Nel freddo del male

 

 

Poiché il male fa male, va tenuto a distanza. Se si è troppo vicini, il male, anche se riguarda altri, ci è intollerabile. Può essere intollerabile anche quanto riportato, visivamente, sonoramente, letterariamente, ma la letteratura (e ancor più il mezzo audiovisivo) conosce da sempre le strategie per costruire la distanza: si può per esempio sminuire o enfatizzare. Si sminuisce limitando la descrizione, deumanizzando chi subisce il male, allontanando il soggetto che soffre attraverso il ridicolo… Si enfatizza facendo appello al sentimentale, o buttandola sull’horror, sullo splatter – che sono altri modi, in realtà, per sminuire, perché da un lato la retorica dei buoni sentimenti (della cristiana pietà) ci mette dalla parte di chi sta cercando di porre rimedio (anche se in verità nulla facciamo), e, dall’altro, l’accentuazione spettacolare trasporta il male in un’altra dimensione, quella, appunto, dello spettacolo, un universo di finzione, in cui agiscono personaggi e non persone, e di sicuro l’empatia che si può provare per un personaggio è di tipo diverso da quella che si prova per una persona. Dove c’è dramma c’è risoluzione; persino se la storia finisce male, essa comunque finisce, e quello che ce ne resta è soltanto una morale, in ogni caso consolante, per quanto negativa sia.

Lettere dalla fine è un libro sul male, che evita programmaticamente la spettacolarizzazione, e non mostra traccia di sentimentalismo; ma nemmeno deumanizza o ridicolizza. Naturalmente adotta una strategia di distacco, ma diversa da quelle elencate sin qui: quella di Agustoni è la strategia del raffreddamento, dell’occhio separato, della parola che osserva, apparentemente distante.

Manca prima di tutto un soggetto che dica io, che si ponga come il rispecchiamento patemico del dolore nel mondo. Il soggetto è infatti caldo, risponde al male con la propria afflizione, e così facendo funge da schermo nei confronti del lettore, proponendogli una via di pietà.

Dove il soggetto viene lasciato fuori, resta fuori anche la pietà, con il suo calore un po’ stucchevole. Qui, il freddo del male ci arriva direttamente, quasi come un vento da cui non abbiamo riparo.

Ma non arriva da solo, perché – di nuovo – se arrivasse da solo finirebbe ancora, più surrettiziamente, spettacolarizzato. Nei versi di Agustoni quasi non sembra che si parli del male. Si parla di cose di ogni giorno, o di esperienze particolari ma non in sé maligne. È come se il male traspirasse attraverso queste cose. Persino nei versi finali dedicati a Billy Budd (il marinaio ragazzino da un racconto di Melville, impiccato sostanzialmente per un solo gesto irruente) traspira solo una strana calma, una descrizione di quello che si vede attorno – e ci vuole un po’ di attenzione per accorgerci che la voce che parla è quella di un morto, di un impiccato al pennone della nave.

Eppure, pagina dopo pagina, questo discorso tranquillo, fatto di immagini anche solari e di accostamenti a volte sorprendenti, finisce per costruire un sentimento glaciale. Non siamo esposti in verità al vento del male; è piuttosto come se il mondo, nella sua bellezza, nell’insieme dei sentimenti che comunque trasmette, traspirasse il male, traspirasse la morte, traspirasse la fine.

Le lettere dalla fine sono lettere dal mondo in cui la fine è presente sin dall’inizio, sono lettere in cui anche il calore è freddo, perché solo così si può essere degnamente sinceri con i propri lettori, senza strategie di facile commozione – nell’onda di una tradizione che va da Antonio Porta a Giuliano Mesa.

È affascinante comunque vedere, leggendo questi versi, come pagina dopo pagina, il soggetto escluso ritorni in gioco. Non è un soggetto dilaniato come quello di Amelia Rosselli (quasi un paradossale soggetto dell’inconscio) ma forse solo una capacità di mettersi in sintonia, presentando il mondo (con il suo male ma anche con il suo bene) attraverso questa sintonia, un noi più che un io, un trasmettere stupore, un soggetto minimale, ma sufficiente a coinvolgerci, a lasciarci scorgere una struggente vena di calore nel freddo del male.

 

foto nadia

 

Nadia Agustoni (1964) scrive poesie e saggi. Suoi testi sono apparsi su riviste, antologie, lit-blog. Del 2016 è Racconto (Aragno), del 2015 Lettere della fine (Vidya) e la silloge [Mittente sconosciuto] (Isola Edizioni); del 2013 è il libro-poemetto Il mondo nelle cose (LietoColle). Una silloge di testi poetici è nell’almanacco di poesia Quadernario (LietoColle 2013). Nel 2011 sono usciti Il peso di pianura (LietoColle), Il giorno era luce (Pulcinoelefante) e la plaquette Le parole non salvano le parole (per i libri d’arte di Seregn de la memoria). Del 2009 la raccolta Taccuino nero (Le voci della luna). Altri suoi libri di poesie, usciti per Gazebo, sono: Il libro degli haiku bianchi (2007), Dettato sulla geometria degli spazi (2006), Quaderno di San Francisco (2004), Poesia di corpi e di parole (2002), Icara o dell’aria (1998), Miss blues e altre poesie (1995), Grammatica tempo (1994). Vive a Bergamo.

 

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