B.I.L. 2014 – GLI AUTORI: LELLA DE MARCHI

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[…] Se la lingua di Lella De Marchi, una lingua sempre affabile e affabulante, potesse essere dotata di sguardo, ebbene: quegli occhi che veicolano lo sguardo ci guarderebbero e ci inviterebbero consuadenza e, per certi versi, con un’aspirazione alla persuasione. È questo il primo specimine cha salta subito agli occhi.

Ci sono cose tattili e altre intoccabili, ma sarebbe più consono conferire alle seconde un carattere di leggerezza e di impalpabilità. Generalmente si tende a dividere le une dalle altre, come se non potesse esistere un terreno (un supporto) ove sia possibile l’incontro.

La poetica di Lella De Marchi, fin dai tempi de La spugna (la sua prima opera in versi, edita da Raffaelli nel 2011), è protesa (es-stesa) verso una ricerca di questo tipo, ovvero verso la creazione di un luogo neutro ove tentare la riconciliazione dei contrari. E la ricerca avviene per tipi, tipologie e tipicizzazioni. Ma, attenzione, conferire alle cose una caratterizzazione non significa univocizzarle, né tanto meno rinunciare a una certa modalità che qui definiremo «neutralizzazione». Ne è occorrenza esemplare la metafora «rovesciata» (oserei dire «pervertita», nell’accezione che Barthes dava a questo termine riferendosi a Bataille, che è un autore non tanto lontano dalla nostra autrice, almeno nelle intenzioni, nella propensione al dispendio e nella spiazzante consapevolezza di una improduttività di fondo: “costa fatica ogni giorno / ripartire da ogni punto / che non può tornare”) della “matrioska” che da possibile contenitore di umori e passioni, dei diversi aspetti della personalità, viene neutralizzata trasformandosi in un semplice “spazio / del vuoto”. […]

(Enzo Campi, estratto da I cambiamenti di stato e la «progressione animale»,
postfazione a Lella De Marchi, Stati d’amnesia)

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la terza madre
 
 
sono sempre la bambina che non mi hanno
detto. un’ipotesi alla nascita, data
come vera, e mai verificata, la luce del giorno
non ci prende per intero.
forse ho sempre quattro anni. o forse sei.
il tempo scorre assai velocemente
incorniciando vuoti spessi dentro la memoria.
la maestra ha steso le lettere intorno all’aula
come si stendono su un filo i panni ad asciugare.
la maestra è come una seconda madre.
non sai mai quale delle due
ti ha insegnato l’alfabeto.
così cammini, con i piedi piantati
sulle doppie lingue delle donne.
la lingua del padre è sempre una cosa
da temere, una strada da non seguire,
che non ti deve appartenere.
sono sempre la bambina che non mi hanno
detto. sono io, la terza madre di me stessa.
sopra quei panni stesi su di un filo ad asciugare
ho costruito il mio altare di parole.
per, non vista, uscire da quell’aula.
per cercare la bambina mai vissuta.
sono sempre la bambina che mi hanno
detto. puoi vedermi o non vedermi.
la luce del giorno non ci prende per intero.

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